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Nagorno Karabakh, l'Onu invita le parti al dialogo, proteste in Armenia

Il ministro per gli Affari Esteri armeno parla al Consiglio di Sicurezza dell'Onu
Il ministro per gli Affari Esteri armeno parla al Consiglio di Sicurezza dell'Onu Diritti d'autore BRYAN R. SMITH/AFP or licensors
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Di Ilaria Cicinelli
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Durante l'incontro del Consiglio di sicurezza l'Onu ha invitato al dialogo Armenia e Azerbaigian nella speranza di risolvere la crisi. Ora l'Azerbaigian mira a reintegrare completamente il Nagorno Karabakh nei confini nazionali. Numerose le proteste nella capitale armena, Yerevan.

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La tensione tra azeri e armeni non accenna a diminuire dopo l'annuncio dell'accordo di cessate il fuoco tra le due parti. L'Azerbaigian ora intende incentrare i colloqui per la pace sulla reintegrazione della regione del Nagorno Karabakh nel Paese, in un'operazione atta a "ripristinare la sovranità azera", secondo il governo.

L'alto funzionario delle Nazioni Unite per l'Europa, l'Asia centrale e le Americhe ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che l'Onu chiede "una cessazione duratura di tutte le ostilità" tra Armenia e Azerbaigian. 

Nel corso della riunione l'assistente del segretario generale per l'Europa, l'Asia centrale e le Americhe, Miroslav Jenča, ha dichiarato: "Qualsiasi nuova escalation porterebbe a ulteriori perdite di vite umane e sofferenze e farebbe ulteriormente regredire gli sforzi di pace sostenuti a livello internazionale".

Secondo Jenča, "la protezione e i bisogni essenziali della popolazione civile, compresi i loro diritti umani, devono essere la priorità assoluta" e "un dialogo genuino tra il governo dell'Azerbaigian e i rappresentanti della regione del Nagorno Karabakh, sono l'unica via sostenibile per il futuro".

Il segretario generale ha anche sottolineato come le numerose violazioni del cessate il fuoco, documentate anche dai peacekeepers russi, costituiscano un ulteriore ostacolo alla pace. Tuttavia ha aggiunto che l'Onu non è presente lungo la linea di contatto, né in altre aree sotto il mandato delle forze di pace russe, quindi "non è in grado di verificare o confermare queste varie affermazioni e accuse".
Intanto i rappresentanti dell'autoproclamata Repubblica e del governo dell'Azerbaigian si sono incontrati oggi per un primo scambio.

Il Segretariato ha fatto sapere che rimarrà in stretto contatto con tutti gli attori interessati e le parti coinvolte ed è pronto a sostenere gli sforzi di pace in corso, se necessario. Il Segretariato è anche pronto, se gli verrà concesso l'accesso, a fornire assistenza umanitaria se necessario.

La denuncia degli armeni e la reazione azera

Il ministro degli Affari Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha dichiarato ai membri del Consiglio di Sicurezza: "Letteralmente l'intero territorio del Nagorno-Karabakh, Stepanakert e altre città e insediamenti sono stati sottoposti a un intenso e indiscriminato bombardamento con l'uso di missili, artiglieria pesante, comprese le munizioni a grappolo vietate". Secondo il ministro l'intensità e la crudeltà dell'offensiva rendono evidente l'intenzione di portare a termine la pulizia etnica della popolazione armena del Nagorno-Karabakh.

Per Mirzoyan, "non ci sono più parti del conflitto ma carnefici e vittime", perché "non c'è più un conflitto ma un reale pericolo di crimini atroci".

La denuncia delle milizie armate dell' autoproclamata Repubblica dell'Artsakh: Le Forze Armate azere, provenienti dalle zone limitrofe a Stepanakert, utilizzano diverse armi da fuoco, violando l'accordo sul cessate il fuoco. Gli spari si sentono anche nel centro della capitale.

Il ministro armeno ha chiesto: "È ancora possibile prevenirli ora? Siamo qui perché lo crediamo. Perché crediamo ancora nell'umanità, nel diritto internazionale e nella capacità del Consiglio di Sicurezza di agire con decisione quando sono in gioco le vite di migliaia di persone".

A sua volta, il Ministro degli Affari Esteri dell'Azerbaigian, Jeyhun Bayramov, ha sottolineato che quanto le operazioni militari della scorsa settimana vanno lette come una legittima misura antiterroristica locale dell'Azerbaigian, "pienamente in linea con i suoi diritti ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, per disarmare le formazioni armate armene che stazionano illegalmente nel territorio sovrano dell'Azerbaigian".

Bayramov ha concluso accusando l'Armenia di minare, con le sue azioni "distruttive", la possibilità di costruire relazioni pacifiche tra i due Paesi dopo 30 anni di conflitto. Si è poi appellato alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza per denunciare quello che, secondo l'Azerbaigian, è il tentativo armeno di sfruttare il Consiglio di Sicurezza per sbiancare i suoi atti illeciti a livello internazionale.

Tensioni a Yerevan

L'accesso per gli aiuti umanitari alla popolazione colpita è stato oggetto di grande preoccupazione. Il 2 agosto 2023, il Portavoce del Segretario Generale Onu ha espresso profonda preoccupazione per le notizie di continue sfide legate alla libertà di movimento lungo il corridoio di Lachin, bloccato dagli azeri, e ha chiesto misure urgenti per facilitare l'accesso e fornire generi alimentari, medicine e assistenza medica.

Il blocco del corridoio ha di certo giocato un ruolo importante nella rapida capitolazione delle forze armene, indebolite a causa dei mesi di isolamento che hanno provocato una carenza di risorse di base per la sopravvivenza.

In seguito all'annuncio del cessate il fuoco migliaia di persone si sono riunite nel centro di Yerevan, la capitale armena, per protestare contro la mancanza di sostegno del governo ai residenti nella regione del Nagorno-Karabakh, dopo l'attacco al territorio da parte dell'Azerbaigian.
Uno dei manifestanti ha descritto all'Afp l'approccio del governo armeno come "irresponsabile e non solidale". Molti chiedono le dimissioni del primo ministroNikol Pashinyan.
Quest'ultimo ha dichiarato giovedì che il suo Paese è pronto ad accogliere 40.000 rifugiati dal Nagorno Karabakh.

Il premier ha poi aggiunto: "Voglio essere molto onesto e chiaro perché pensiamo che gli armeni del Nagorno-Karabakh debbano vivere nelle loro case, nella loro terra in condizioni dignitose e sicure".

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