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Vucic si dimette o no da presidente? Ecco cosa sta accadendo in Serbia

Il presidente serbo Aleksandar Vucic
Il presidente serbo Aleksandar Vucic Diritti d'autore Darko Vojinovic/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Diritti d'autore Darko Vojinovic/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Di Michela Morsa
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Quelle appena trascorse sono state settimane difficili per il Paese balcanico. Ecco cosa sta accadendo in Serbia, tra violenza, disordini locali, la questione kosovara e la comunità internazionale impegnata in altro

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Si dimette o non si dimette. Le voci si sono rincorse nelle ultime ore, ma Aleksandar Vucic,  presidente della Repubblica di Serbia, tiene tutti con il fiato sospeso.

In attesa, ricordiamo cosa è successo negi ultimi giorni.

Le ultime settimane non sono state facili per   Aleksandar Vucic. Prima le due tragiche sparatorie che hanno sconvolto l'opinione pubblica - il 3 maggio scorso un ragazzo di 14 anni ha aperto il fuoco nella sua scuola, uccidendo otto dei suoi compagni e una guardia di sicurezza e, nemmeno 48 ore dopo, un ventenne ha sparato a caso sulle persone dalla sua auto in corsa, facendo altre otto vittime. 

Poi le proteste di massa contro di lui, accusato di essere responsabile dell'escalation di violenza nel Paese, contro l'inerzia dei ministri - di cui migliaia di manifestanti a Belgrado hanno chiesto le dimissioni, specialmente di quello dell'Interno - e contro i principali organi di informazione controllati _de facto_dallo Stato, colpevoli di "promuovere una cultura della violenza". 

Per chiudere in bellezza, lo scoppio, lo scorso 26 maggio, delle violenze nel nord del Kosovo. La comunità serba, in netta maggioranza in molti comuni della regione, si è scontrata con le forze di polizia speciali kosovare, chiamate a disperdere la folla che cercava di bloccare l'accesso agli edifici comunali ai neo sindaci di etnia albanese, eletti solo per via del massiccio boicottaggio delle votazioni comunali da parte della cittadinanza serba. 

Qualcosa è iniziato a scricchiolare proprio nell'ultimo weekend di maggio. Mentre Vucic prendeva le difese della comunità serba, schierando l'esercito al confine con il Kosovo in stato di massima allerta, annunciava le sue dimissioni dalla guida del Partito progressista serbo, il partito di tendenza populista che ha guidato negli ultimi 11 anni. Il presidente serbo, massima carica dello Stato dal 2017 - nei tre anni precedenti era stato primo ministro - il 27 maggio scorso ha lasciato l'incarico nelle mani dell'attuale ministro della Difesa, il fedelissimo Milos Vucevic, parlando della necessità di un "nuovo approccio per unire il Paese". 

Le manifestazioni antigovernative

Sabato 3 giugno, a un mese preciso di distanza dalla prima sparatoria, migliaia di persone sono scese in piazza a Belgrado, per la quinta volte nel giro di un mese

I partiti di opposizione che hanno organizzato la protesta affermano che il governo del presidente Vucic non ha contrastato la promozione della violenza nei media e ha permesso che questa permeasse la società. Gli ultimi reality show serbi hanno visto la partecipazione di criminali condannati, compresi noti assassini, e hanno mostrato uomini che picchiavano le donne.

I manifestanti hanno chiesto a gran voce le dimissioni di Vucic, esponendo striscioni con lo slogan "Serbia contro la violenza". Nenad Hadzi Maricic, un attore che è stato l'oratore principale dell'evento di protesta, ha espresso le richieste dei manifestanti.

In primis il licenziamento del ministro degli Interni Bratislav Gasic e del capo dei servizi segreti Aleksandar Vulin, e l'immediata sospensione di tutti i programmi televisivi che promuovono la violenza. Pink Tv si è impegnata a interrompere la messa in onda di un reality show con un uomo condannato per omicidio a partire dalla prossima settimana.

Il presidente Vucic, che ha risposto alle sparatorie con una massiccia campagna di confisca e riconsegna delle armi, in un Paese che è terzo al mondo per possesso, ha negato le accuse nei suoi confronti, affermando che il governo deve essere legittimamente sfidato alle elezioni.

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