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Boris Johnson: "Non mi dimetto, bisogna resistere". Raffica di dimissioni nel suo esecutivo

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Di Debora Gandini
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Premier britannico Boris Johnson
Premier britannico Boris Johnson   -   Diritti d'autore  House of Commons/AP

"Resistere per fare in modo che il suo governo vada avanti". Il premier britannico Boris Johnson sembra non voler cedere ma la sua carica è appesa a un filo, travolto dallo scandalo che ha portato alle dimissioni di quattro dei suoi ministri più importanti.

La bufera che ha coinvolto Chris Pincher, vicecapogruppo Tory accusato di aver molestato sessualmente alcuni uomini, incluso un altro deputato, fa vacillare l’esecutivo conservatore. Ma Johnson davanti al Parlamento ha ribadito di non aver intenzione di dimettersi. Riguardo al caso Pincher, BoJo è tornato a esprimere "profondo rammarico" e a scusarsi per il comportamento del suo ex alleato di governo e per il fatto che egli fosse rimasto nella compagine malgrado precedenti segnalazioni.

"Quando i tempi sono difficili, quando il paese deve far fronte a pressioni sull'economia e sui propri bilanci quando abbiamo la più grande guerra in Europa da 80 anni, è esattamente questo il momento in cui mi aspetto che un governo continui con il suo lavoro.” "Il compito di un primo ministro, ha proseguito Johnson, è di andare avanti come io intendo fare, avendo ricevuto un mandato popolare colossale".

Per l'opposizione laburista il governo è ormai al collasso, non solo per colpa del premier ma anche per colpa dei quei membri del gabinetto che hanno scelto di sostenerlo. "Si ripete quello che era successo quando hanno abusato dei soldi dei contribuenti, quando il premier e i suoi alleati hanno infranto le regole con i party durante il lockdown. Chi ora lascia, dopo avere difeso tutto questo, non ha un minimo di integrità ha tuonato il leader del partito laburista Keir Starmer.

I dimissionari e la bufera Pincher

La raffica di dimissioni nel partito conservatore ha riguardato anche l'ex responsabile dell'economia Rishi Sunak e l'ex segretario alla Sanità Sajid Javid. Secondo indiscrezioni, Johnson - già colpito personalmente l'anno scorso da un altro scandalo, il cosiddetto Partygate - era a conoscenza di simili condotte già adottate da Pincher, ma non avrebbe mai preso provvedimenti.

"I cittadini si aspettano giustamente che il governo sia condotto in modo corretto, competente e serio" ha scritto Sunak in un tweet. "Riconosco che questo potrebbe essere il mio ultimo incarico ministeriale, ma credo valga la pena di lottare per questi standard ed è per questo che mi dimetto". 

Intanto Bojo ha perso anche il sostegno di un altro ministro di primo piano, Michael Gove, responsabile dello strategico portafogli del Livellamento delle Disuguaglianze Territoriali e sodale del premier attuale nella campagna referendaria pro Brexit del 2016. Gove, che aveva confermato il suo appoggio BoJo malgrado lo scandalo Pincher, ma che già in passato gli aveva voltato le spalle, ha fatto sapere oggi di ritenere che a questo punto Johnson debba dimettersi. 

Johnson è stato costretto a un brusco dietrofront rispetto a precedenti dichiarazioni fatte su Pincher, che nel 2020, da Viceministro degli esteri, sarebbe stato oggetto di una segnalazione per "comportamento inappropriato".

Il premier all'epoca avrebbe minimizzato, affermando si trattasse di semplici voci e pettegolezzi: ironicamente, proprio a Pincher era stato affidato di recente l'incarico di sorvegliare sulla disciplina del gruppo di maggioranza alla Camera dei Comuni. Circostanze che ora mettono Johnson in una posizione assai scomoda: e se i due ministri dimissionari sono già stati rimpiazzati, e il resto del gabinetto pare per il momento ancora fedele, secondo diversi analisti la vicenda potrebbe segnare l'inizio della fine della sua premiership.

Risorse addizionali per questo articolo • ANSA