Myanmar, la giunta minaccia i ribelli: "annienteremo gli avversari"

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Di Euronews
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Le forze militari, che guidano il Myanmar dopo il colpo di Stato, hanno organizzato una parata militare per dare un'ulteriore prova di forza ai ribelli.

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"I nemici del regime sarnno annientati", ha minacciato Min Aung Hlaing, il presidente della giunta militare del Myanmar, questa domenica mattina. Minacce proferite durante una parata militare organizzata nella capitale Naypyidaw, costruita dalla precedente giunta all'inizio degli anni 2000, in cui il regime ha messo in mostra carri armati, missili e aerei da combattimento.

Si tratta dell'ennesima dimostrazione di forza della giunta militare, che guida il Paese da dopo il colpo di Stato. In queste settimane il regime è infatti particolarmente sotto pressione per gli attacchi delle truppe ribelli, che continuano la loro resistenza nella parte settentrionale del Myanmar. Attacchi a cui la giunta risponde bruciando decine di abitazioni nelle regioni che non si sono ancora sottomesse, come provano alcune immagini girate nel villaggio di Khin Oo, nel nord del Paese

Nuove sanzioni americane contro le "atrocità" della giunta

In reazione alle azioni della giunta militare gli Stati Uniti hanno dichiarato nuove sanzioni contro quelle che Washington ha chiamato "atrocità sui civili". Una nuova stretta da parte degli Stati Uniti sul potere birmano, anche in relazione alla delicatissima questione dei rifugiati Rohingya.

Il capo della diplomazia americana Antony Blinken aveva definito qualche giorno fa "genocidio" la "repressione" della giunta contro i Rohingya, minoranza musulmana perseguitata nel Paese a maggioranza buddhista. "Dopo l'Olocausto, gli Stati Uniti hanno definito solo sette genocidi", ha scritto in un tweet il segretario di Stato americano. "Oggi abbiamo individuato un ottavo genocidio. I membri della giunta birmana hanno commesso un genocidio e crimini contro l'umanità nei confronti dei Rohingya", ha proseguito Blinken.

Circa 850.000 Rohingya sono stati costretti a rifugiarsi in campi nel vicino Bangladesh, altri 600.000 sono rimasti in Birmania.

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