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Crisi afghana: l'Europa divisa sull'accoglienza

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Di Giorgia Orlandi
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Militari Usa cercano di tenere lontane le persone dagli aerei, 16 agosto 2021
Militari Usa cercano di tenere lontane le persone dagli aerei, 16 agosto 2021   -   Diritti d'autore  Shekib Rahmani/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved
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Le scene di disperazione che abbiamo visto in queste ore a Kabul sono quelle di un paese piombato nel caos più totale. In queste ore gli afghani affollano le strade che conducono all'aereoporto nella speranza di riuscire a prendere il primo volo per lasciare il paese ormai in mano ai talebani che, armi in pugno, fermano i civili ai checkpoint bloccando l’accesso all’unica via di fuga certa.

Ma l’esodo continua via terra. Il 90% dei profughi afghani si trova nei paesi limitrofi Iran e Pakistan. Solo nelle ultime settimane il numero complessivo di coloro che attraversano illegalmente la frontiera è aumentato del 40%. Tutto questo mentre gli Stati membri cercano di approdare ad una soluzione condivisa sull’accoglienza.

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Prof. StrazzariEuronews
Tutti se ne vogliono andare, chiunque è istruito in particolare. Penso agli accademici... L'apertura di corridoi umanitari è difficile perché bisogna contrattarli con i taleban e questo significa dare loro legittimità politica che i Paesi in Occidente non vogliono dare. Questo spiega anche le contraddizioni che leggiamo nelle dichiarazioni diplomatiche.
Francesco Strazzari
docente di Relazioni internazionali, Università Sant'Anna di Pisa

Come ricorda il Prof. Strazzari, l'Afghanistan ha già prodotto decine di migliaia di profughi che sono già in viaggio: "ad affrontare il muro che la Turchia sta costruendo sul confine iraniano, la rotta balcanica e quella nordafricana. Il quadro odierno segna uno scarto nella percezione, nella misura di esasperazione delle famiglie e degli individui".

"Ci sarà poi un arrivo di numeri più grandi", afferma Il Prof. Strazzari che aggiunge: "è sull'incertezza che seguirà la proclamazione di un governo, dopo la proclamazione dell'emirato che il timore della classe politica Europea si appunta".

La cancelliera Merkel ha chiesto il massimo impegno per sostenere Pakistan e Iran entrambi confinanti con l’Afghanistan.

E mentre gli sforzi dei singoli paesi per evacuare i connazionali sono ancora in corso, il Presidente del Consiglio Draghi ha ricordato che la cooperazione tra i paesi europei è fondamentale per garantire l’accoglienza e la sicurezza.

Secondo le stime dell’Ispi dal 2008 ad oggi i paesi europei hanno valutato in tutto 600.000 richieste d’asilo da parte di afghani. Di queste ne hanno rifiutate 290.000 e i rimpatri sono stati oltre 70.000. Numeri che fanno pensare che sono ancora molti i cittadini afghani che vivono in modo irregolare in Europa.

Sul tema dei rimpatri forzati verso l’Afghanistan Human Rights Watch insieme ad altre organizzazioni ha chiesto che questi vengano sospesi a causa della crisi che sta vivendo il paese. In una lettera inviata lo scorso 5 agosto alla Commissione Europea i ministri degli Interni e delle Migrazioni di sei paesi chiedevano di poter trovare un modo "per assicurare i rimpatri in Afghanistan dei migranti arrivati in Europa".

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Andrea PrasowEuronews
Alcuni Paesi hanno scelto di interromperli ed è il minimo che potessero fare. Ciò di cui abbiamo bisogno è un impegno concreto per facilitare le evacuazioni e aiutare le persone ad essere ricollocate. Le persone fuggono per trovare un rifugio immediato ma poi devono anche trovare un luogo dove restare a vivere a lungo.
Andrea Prasow
vice direttore Washington di Human Rights Watch

"Fermare i rimpatri" si legge nella nota, è un segnale sbagliato e probabilmente fornirà ulteriori motivazioni ai cittadini afgani a lasciare casa per dirigersi in Ue”. La richiesta ha suscitato molte critiche con una presa di posizione molto dura di Ong e ad altre organizzazioni umanitarie. Nei giorni scorsi la maggior parte dei paesi firmatari della lettera ha deciso di rivedere la propria posizione e di fermare i rimpatri tra questi: Germania, Francia e Olanda.

Meno netta invece l'Austria. In una recente intervista rilasciata al quotidiano Zeitung lo scorso 15 Agosto, il Ministro degli Interni austriaco Nehammer è tornato sulla necessità di continuare i rimpatri, seguendo la linea del partito Popolare Austriaco (ÖVP) di cui fa parte e che sulla crisi migratoria ha sempre avuto posizioni intransigenti.

Dura anche la linea della Grecia che ribadisce di "non voler diventare la porta d'ingresso per l'Europa". L'Ambasciata del paese a Roma ha trasmesso a Euronews una nota che esprime la posizione delle istituzioni in questo momento. Si legge che "la volontà è quella di continuare a verificare caso per caso e coloro che non hanno i requisiti saranno rimpatriati".

Anche il Belgio in queste ore si è unito al gruppo di paesi che hanno fatto marcia indietro, rivedendo la sua posizione. Il Ministro Mahdi ha riconosciuto l'impossibilità di rimpatriare i cittadini afghani visto il deteriorarsi della situazione nel paese.

Nonostante la diversità di vedute sul tema, sia l'Austria che la Grecia hanno comunque deciso di firmare il "Joint Statement" una dichiarazione congiunta alla quale hanno aderito oltre 60 paesi in cui si ribadisce la richiesta di consentire a tutti coloro che vogliono lasciare l'Afghanistan di poterlo fare in sicurezza.

Dall'Europa intanto si leva la voce della Commissaria Europea per gli Affari interni che nelle ultime ore ha ribadito “il no” ai rimpatri forzati.

L'approccio dei vari paesi al problema di come gestire gli ingressi si preannuncia eterogeneo. La linea condivisa già sostenuta da Francia e Germania è quella di voler "agire in tempo, in anticipo". Il mantra tedesco è di non voler ripetere una riedizione della crisi del 2015 e a giudicare dalle parole della Merkel, questo potrebbe nuovamente tradursi nell'esternalizzazione delle frontiere.

In attesa che le diplomazie internazionali possano accordarsi su una linea comune, Roma si sta preparando a discutere la crisi afghana nel corso di un G20 straordinario che dovrebbe tenersi nella capitale a settembre prima del summit conclusivo dell’anno di guida italiano di fine ottobre.