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Summer of Soul: un documentario racconta l'estate che forgiò l'identità afroamericana

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Di Antonio Michele Storto
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Sly Stone di fronte a un pubblico oceanico nella sua esibizione all'Harlem Cultural Festival
Sly Stone di fronte a un pubblico oceanico nella sua esibizione all'Harlem Cultural Festival   -   Diritti d'autore  AP/AP
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Era il 1969, l'estate di Woodstock; ma per gli afroamericani fu soprattutto l'Harlem Cultural Festival a fare la storia: in due mesi di concerti la kermesse portò sul palco il meglio della musica afroamericana dell'epoca, in una serie di eventi che il batterista dei Roots Ahmir "Questlove" Thompson ripercorre ora in un documentario

Già acclamato dalla critica all'ultimo Sundance festival, Summer of Soul racconta un festival e un contesto sociale molto poco conosciuti dal grande pubblico; nonostante, come sottolinea lo stesso Questlove, abbiano finito per trasformare per sempre l'identità collettiva degli afroamericani.

"Il 69 - racconta Thompson - ha finito per rappresentare un cambio di paradigma per i neri in generale e per come si identificavano, come si vedevano. Prima di allora, chiamare qualcuno africano era visto come un insulto. Per essere onesto, anche dopo, fino agli anni in cui andavo alle elementari, se volevi davvero insultare qualcuno, lo chiamavi africano".

Orgoglio nero

Il festival segnò in effetti la prima e più grande affermazione di massa del Black Pride, l'orgoglio nero, un movimento culturale che era andato fermentando per tutto il decennio precedente, di pari passo al movimento per i diritti civili.

"Say it loud, i'm black and i'm proud" aveva cantato appena un anno prima James Brown, in uno dei suoi più fortunati 45 giri, divenuto presto un inno per i neri di tutto il mondo, dagli Stati Uniti del Sud fino all'Africa, ai Caraibi, al Sud America e in tutti gli stati in cui i neri africani erano stati dispersi con lo schiavismo.

Proprio la rivendicazione dell'ascendenza africana, espressa attraverso gli stilemi del pop, fu - come illustrato dallo stesso "Questlove" - il collante di quei due mesi di concerti, il cui palcoscenico era incastonato tra gli alberi, le colline e i laghetti di Mount Morris Park, che oggi ha mutato il suo nome in Marcus Garvey Park, in onore di uno dei più grandi e venerati leader neri d'ogni epoca.

"Il 1969 - spiega Thompson - segna effettivamente la prima volta in cui la narrazione sul nostro retaggio africano iniziò davvero a cambiare. Fu allora che cominciammo a dire 'Black is beautiful': eravamo orgogliosi di ciò che eravamo, e quella fu un'espressione tipica della nostra generazione. Ed era importante riuscire a mostrare tutto ciò senza essere didascalici, senza diventare 'Capitan Ovvio', sapete".

L'Olimpo della Black music

Tutti, o quasi, i nomi più rilevanti della musica afroamericana dell'epoca parteciparono all'Harlem cultural festival.

Da Steve Wonder a Nina Simone passando per Sly Stone, al Mount Morris Park la kermesse portò la crème de la crème del soul, del jazz, del blues e delle nuove forme ibride che iniziavano ad affacciarsi allora come lo Psychedelic funk.

Nello sterminato cartellone dell'evento spiccavano nomi comeB.B. King, Chuck Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, i 5th Dimension, Mahalia Jackson,

Un altro evento destinato a fare sensazione si verificò il 29 giugno, in occasione del concerto di Sly and the Family Stone, tutt'ora considerato una data da ricordare negli annali della soul music: il dipartimento di polizia di New York si rifiutò di fornire la sicurezza, che fu presa allora in carico dagli esponenti del Black Panther Party.

Era la risposta a quanto già iniziava ad avvenire in altri eventi, come al famigerato Altamont o nelle tourné dei Grateful Dead, dove erano i temibili membri degli Hell's Angels a occuparsi della security: ma a differenza di questi ultimi, le Pantere seppero tenere i nervi a posto, e l'evento si concluse senza incidenti.

"Quattro generazioni"

Quel cartellone, di fatto, avrebbe poi influenzato in molti modi diversi le successive generazioni di musicisti.

"Sapete - spiega Questlove - sento che quattro generazioni capiranno di cosa parla questo film. Se sei di quella generazione, se eri lì in quel periodo, allora sai cosa stava succedendo. C'è poi una generazione successiva che potrebbe avere familiarità con alcuni degli artisti di allora. E poi c'è stata una generazione che ha familiarizzato con gli artisti attraverso i campionamenti e il linguaggio dell'hip hop. E poi l'ultima generazione, come i millennials e la Gen Z, il fatto che stiano vivendo attivamente proprio ora lo stesso ciclo che stava accadendo 50 anni fa. Questo in qualche modo ci unisce tutti".

"Summer of Soul" debutta il 2 luglio su Hulu.