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Decine di morti nella protesta contro il golpe dei generali birmani

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Di Paolo Alberto Valenti
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Proteste in Birmania
Proteste in Birmania   -   Diritti d'autore  AP Photo
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Non cessa la pressione internazionale sulla giunta militare birmana che prosegue nella repressione delle proteste moltiplicando le accuse contro la presidente deposta Aung San Suu Kyi che avrebbe accettato una tangente da 600.000 dollari e diversi chili d'oro. Aung San Suu Kyi era stata accusata di traffico illecito di Walkie Talkie, di aver trasgredito al distanziamento sociale e non solo.

L'affondo dell'ONU

I membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu hanno denunciato la violenza della giunta golpista. Anche Cina e Russia, tradizionali alleati dei generali birmani non risparmiano critiche. Per il Segretario generale dell' ONU Antonio Guterres è fondamentale il rilascio dei prigionieri e il rispetto dell'esito delle elezioni garantendo il ritorno alla democrazia.

Proteste quotidiane

A Yangon, come in diverse altre città del Paese, le manifestazioni sono quotidiane, nonostante paure, violenze, arresti e già una cinquantina di morti. La determinazione dei giovani resta intatta: "Ieri quando siamo stati affrontati dalle forze di polizia non hanno usato i lacrimogeni, hanno iniziato a spararci, brutalmente, con le loro pistole e senza alcun preavviso. Non abbiamo armi come le loro. Ha eseguito circa 20 arresti compresi i manifestanti della prima linea ": spiega una studentessa.

Una protesta da parte di tutta la popolazione

Medici, insegnanti, dipendenti dell' azienda per l'elettricità, ferrovieri insieme a molti dipendenti pubblici stanno bloccando il paese e ostacolando il golpe. Le forze di sicurezza hanno lanciato un raid contro i ferrovieri in sciopero. I ferrovieri sono fra i primi che hanno iniziato il movimento di disobbedienza civile.

La propaganda a favore del golpisti

Intanto secondo documenti del Dipartimento di giustizia Usa (come scrive il sito Asianews.it) "per migliorare la propria immagine del mondo, la giunta ha assoldato il lobbysta israelo-canadese Ari Ben-Menashe che con la sua ditta Dickens & Madson Canada dovrebbe sollecitare Paesi e perfino l’Onu a guardare con favore il colpo di Stato militare. Nella lista dei Paesi da contattare vi sono gli Usa, l’Arabia saudita, gli Emirati, Israele e la Russia".