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Crisi greco-turca: viaggio tra i discendenti dei rifugiati greci fuggiti dalla Turchia un secolo fa

Profughi greci in fuga dall’Asia minore
Profughi greci in fuga dall’Asia minore   -   Diritti d'autore  Per gentile concessione dell’archivio fotografico dell’Unione degli Smirnei
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Nel sobborgo di Nea Filadelfia, a nord di Atene, il museo dedicato alla Cultura dell’Asia Minore porta il nome di Filio Haidemenou. Morta nel 2007 all’età di 108 anni, finché era vissuta Filo aveva lavorato alla raccolta di cimeli appartenuti a chi, come lei, nel 1922 aveva dovuto abbandonare per sempre la sua casa. Nata a Urla, una città della costa turca vicino a Smirne, Filio era una dei 1,2 milioni di greci che nel 1922, con la fine della guerra Greco-turca, erano stati costretti ad abbandonare l’Asia minore – dove le loro famiglie vivevano da generazioni – per emigrare in Grecia.

Con il trattato di Losanna, infatti, Grecia e Turchia si accordavano per espellere dai propri confini i cittadini considerati non più graditi. La Grecia, che allora contava 5 milioni di abitanti, già piegata dalla povertà e dal primo conflitto mondiale, accoglieva oltre un milione di “erbaccia turca” (come venivano definiti i rifugiati in maniera spregiativa) mentre la neonata repubblica di Turchia riprendeva al suo interno 356mila turchi che vivevano in Grecia.

Nonostante siano passati quasi 100 anni da quella che in Grecia viene definita “la grande catastrofe”, molti discendenti dei greci scappati dall’Asia minore continuano a tramandare la cultura dei loro familiari, si riuniscono in associazioni cittadine – ce ne è quasi una per ogni quartiere di Atene – organizzano eventi, corsi di ballo, di cucina e di lingua turca.

Anche oggi, in un'epoca in cui le frizioni tra Grecia e Turchia, per il controllo delle acque del Mediterraneo orientale, evocano lo spettro di scontri non dimenticati.

“Non si può leggere la storia come se fosse una sceneggiatura di buoni e cattivi: la nostra associazione ha lo scopo di promuovere soltanto la cultura dei Greci dell’Asia minore” racconta a Euronews Giannis Koutoulias, presidente dell’Associazione dei microasiatici dei sobborghi di Egaleo e Nea Kydonies. “Certo, ascoltare certe frasi di Erdogan è doloroso, come quando (in un convegno a Smirne nel 2019 n.d.r) aveva detto ‘getterò i Greci in mare’” citando la strofa di una canzone turca.

Foto: Elena Kaniadakis
Giannis Koutoulias, presidente dell’Associazione dei microasiatici di Egaleo e Nea KydoniesFoto: Elena Kaniadakis

"Noi mikroasiates"

Durante l’intervista a un tavolino fuori dal Museo dell’Acropoli, dove Koutoulias lavora come archeologo, il presidente dell’associazione non esita a iniziare la frase con “Noi mikroasiates”, il termine con cui si indicano i greci che vivevano nell’Asia minore.

Il bisnonno di Koutoulias si salvò scappando dall’Asia minore prima del 1922, quando intuì che la situazione poteva degenerare.

“In famiglia mi raccontavano che i primi anni, ogni pomeriggio, il mio bisnonno si rabbuiava e si chiudeva in silenzio. Pensava a quando, in quel momento del giorno, si sedeva ai tavolini del porto a commentare la giornata con i suoi amici, che non ha mai più rivisto” ricorda l’archeologo.

Per Koutoulias, abituato a lavorare con l’archeologia classica, le attività che porta avanti con l’Associazione di Egaleo rappresentano una variante del lavoro di scavo e di archivio - solo molto più emotiva. “Da anni raccogliamo le testimonianze dei profughi e dei loro discendenti andando sul campo, in Asia minore. In uno di questi viaggi una donna andando a visitare la casa del nonno, che era rimasta intatta, si è vista consegnare la chiave che era rimasta lì per tutti quegli anni dall’attuale proprietario turco” racconta Koutoulias.

Rischio di appiattire la storia

Nonostante tante associazioni lavorino oggi per mantenere viva questa memoria, secondo Georgios Archontakis, presidente dell’Unione degli Smirnei, nei pressi dell’Accademia di Atene, il rischio oggi è “di appiattire la storia, liquidando una pagina fondamentale dell’identità greca solo perché si pensa che così sia più semplice affrontare il presente con la Turchia”.

I Greci arrivati dall’Asia minore erano persone colte e benestanti: si pensi che a Smirne, nel periodo precedente alla cacciata, esistevano già due istituti di istruzione per donne, che in Grecia ancora non erano stati aperti” racconta a Euronews Archontakis.

“Con la loro venuta, i mikroasiates hanno rivoluzionato la cultura greca, dalla cucina – i più importanti piatti della tradizione greca derivano da lì – passando per la musica – si pensi al rebetiko, la melodia degli esiliati cantata in locali pieni di fumo – o all’imprenditoria” spiega il presidente. “Tutto questo non può essere dimenticato”.

Foto: Elena Kaniadakis
Georgios Archontakis, presidente dell’Unione degli SmirneiFoto: Elena Kaniadakis

Archontakis ha conosciuto le difficoltà dell’esilio attraverso i genitori: “Mio padre fuggì da Smirne all’età di nove anni, imbarcandosi con la madre su un peschereccio nel porto di Smirne, mentre la città bruciava. Il padre e i fratelli non ce la fecero e vennero uccisi”. La madre di Archontakis, invece, fuggì da Smirne in fasce, quando aveva solo nove mesi.

“Sono cresciuto nel quartiere di Nikaia, uno dei tanti costruiti a mano dai profughi che, arrivati ad Atene, avevano perso tutto e vivevano poverissimi. La mia insegnante era una donna scappata dall’Asia minore: ha sempre insegnato nel quartiere, quando ancora la scuola non era stata costruita chiamava a raccolta gli studenti suonando la campana. Finché ha lavorato non ha mai smesso di parlare agli studenti della terra che era stata costretta a lasciare” racconta Archontakis.

Foto: Elena Kaniadakis
Il sobborgo di Nea Smirni oggi visto dall’altoFoto: Elena Kaniadakis

I profughi arrivati dall’Asia minore hanno segnato profondamente non solo la cultura, ma anche la geografia di Atene.

Intorno al centro della città tanti quartieri rivelano, nel nome, la loro origine microasiatica, come Nea Smirni, letteralmente Nuova Smirne, oggi un quartiere residenziale nella cui grande piazza capeggiano statue dedicate alla “grande catastrofe”, come quella di Crisostomo, ultimo metropolita di Smirne ucciso dall’esercito turco e oggi considerato martire nazionale.

Più a nord di Nea Smirne si trova Kaisariani, un altro sobborgo costruito interamente dai profughi scappati dall’Asia minore. Nel sito ufficiale del comune c’è ancora la fotografia delle tende piantate dagli esuli greci nel quartiere quando ancora non era stato costruito.

Foto: Elena Kaniadakis
Le case costruite dai profughi greci a KaisarianiFoto: Elena Kaniadakis

“La storia dei profughi è la nostra storia, ma certo oggi Kaisariani non può essere definito il sobborgo degli esuli microasiatici. Kaisariani ha avuto un ruolo importante anche durante la resistenza all’occupazione tedesca: oggi ci misuriamo con l’importanza di questa storia, ma non ci dimentichiamo che dobbiamo affrontare le difficoltà di amministrazione quotidiana” spiega il sindaco Christos Voskopoulos a Euronews.

Secondo il vicepresidente del “Centro della cultura microasiatica” di Kaisariani, Giorgos Strato: “Le persone che hanno costruito le case di questo quartiere non hanno mai dimenticato nulla fino alla fine dei loro giorni: sono sopravvissuti facendo ciò che serviva, muratori, lavoratori del porto, pescivendoli. La lotta per la sopravvivenza e la solidarietà sono stati il collante della comunità e ancora adesso se ne vedono gli effetti”.

Per Strato, nonostante gli attriti tra Grecia e Turchia rappresentino una costante storica dei due paesi, ciò che è successo quasi 100 anni fa dovrebbe ricordarci quanto i due popoli siano stati vicini.

“I greci hanno vissuto con i turchi per centinaia di anni: è una storia positiva fatta non solo di attriti, ma anche di convivenza e arricchimento reciproco”.

Foto: Elena Kaniadakis
La statua dedicata al metropolita di Smirne Crisostomo, a Nea SmirniFoto: Elena Kaniadakis

Anche Mimis Christofilakis, ricercatore storico di Kaisariani, racconta a Euronews: “Il nostro quartiere ha mantenuto viva la tradizione dei profughi microasiatici ma lo ha sempre fatto con patriottismo e mai in chiave antiturca”.

Camminando per le strade di Kaisariani, l’origine microasiatica del quartiere è ancora facilmente leggibile, come nei negozi che vendono tiropite - i tradizionali fagottini di sfoglia e formaggio - dai nomi come “Bosforo”, o nelle vie dedicate all’Asia minore e nelle piccole case alte poco più di due metri incastonate tra gli edifici a più piani di costruzione successiva.

Sono le case costruite a mano dai profughi, riconoscibili non solo per le dimensioni ma anche per il cortile interno su cui affacciano, che richiamava l’architettura del luogo di origine dei costruttori.

La prima cosa che i profughi fecero infatti, una volta ad Atene, fu costruire case che ricordassero quelle che erano stati costretti a lasciare.