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Referendum costituzionale: il numero dei parlamentari è davvero un problema?

Una seduta del Senato
Una seduta del Senato   -   Diritti d'autore  ANDREAS SOLARO/AFP
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Il 20 e 21 settembre i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per il referendum in cui dovranno decidere se confermare o meno il taglio del numero dei parlamentari previsto dalla riforma costituzionale approvata da Camera e Senato alla fine del 2019. In caso di vittoria del sì il numero dei parlamentari passerebbe a 600 membri (400 deputati e 200 senatori) dagli attuali 945 (630 deputati e 315 senatori).

Il referendum era previsto in primo momento per il 29 marzo, ma l'emergenza coronavirus ha fatto slittare il voto di alcuni mesi. Nelle ultime settimane i sostenitori del sì (i favorevoli al taglio dei parlamentari) e del no hanno ripreso a confrontarsi sulla questione. Qualche giorno fa un gruppo di 183 costituzionalisti ha firmato un documento in cui spiega le ragioni del no.

La motivazione principale alla base della loro posizione è la minore rappresentanza garantita dal taglio dei parlamentari. La riduzione di spesa garantita dai tagli, si legge nel documento, sarebbe di "entità irrisoria": i 183 sottolineano come "gli strumenti democratici basilari non possono essere sacrificati o depotenziati in base a mere esigenze di risparmio".

Inoltre un numero minore di parlamentari ridurrebbe "in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori (...). L'Abruzzo, con un milione e trecentomila abitanti, avrebbe diritto a quattro senatori, mentre il Trentino-Alto Adige, con le sue due province autonome e con una popolazione complessiva di un milione di abitanti, avrebbe in tutto sei senatori; e ancora la Liguria, con cinque seggi, avrebbe una rappresentanza al Senato, in sostanza, della sola area genovese".

Ai sostenitori del sì secondo cui la rappresentanza sarebbe comunque garantita da altri organi elettivi (Parlamento europeo, Consigli regionali, Consigli comunali) i 183 rispondono citando quanto dichiarato dalla Corte Costituzionale, ovvero che "solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale, la quale imprime alle sue funzioni una caratterizzazione tipica ed infungibile".

La situazione in Europa

In termini assoluti l'Italia è attualmente il Paese europeo con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945), seguita da Germania (709), Regno Unito (650), Francia (577), Polonia (560) e Spagna (558).

Prendendo in considerazione solo la Camera bassa l'Italia ha un rapporto deputati/abitanti di 1/96mila, che in caso di vittoria del sì diventerebbe di 1/151mila, il rapporto più alto dell'Unione europea come si può vedere nella tabella in basso.

L'Italia però è l'unico Paese della Ue, con la Romania, dove vige il bicameralismo perfetto: le due camere sono elette a suffraggio universale, approvano le stesse leggi e votano la fiducia al governo.

Dunque sarebbe più corretto prendere in considerazione il rapporto tra parlamentari direttamente eletti (in Italia deputati + senatori) ed abitanti: in questo caso con la vittoria del sì il rapporto sarebbe di un parlamentare ogni 101mila abitanti, un dato più o meno in linea con quello di Spagna, Regno Unito, Germania e Francia.

Il dibattito sul numero di parlamentari negli ultimi anni ha interessato anche gli altri paesi europei. In Francia è un argomento che trova spazio soprattutto in periodo di campagna elettorale. Nel 2019 Emmanuel Macron ha annunciato che avrebbe inserito nel suo programma di riforme un taglio del 25% dei parlamentari.

In Ungheria Fidesz, il partito di maggioranza del premier Viktor Orban, ha promosso una controversa riforma che ha portato alla riduzione del numero dei parlamentari (da 386 a 199) e all'approvazione di una nuova legge elettorale a sistema misto proporzionale-maggioritario, con una maggiore incisività del secondo.

Anche in Spagna, come in Italia, da anni c'è un dibattito sull'elevato numero di politici che non riguarda solo il Parlamento ma anche altre istituzioni, in particolare quelle delle comunità autonome. Nel Regno Unito è la Camera dei Lord ad essere da decenni al centro di tentativi di riforma. Nel 1999 il governo Blair ha approvato l'House of Lords Act per ridurne il numero di membri ereditari.

La crisi del Parlamento: un problema di qualità più che di quantità

Ma il numero dei parlamentari è davvero così importante per il funzionamento dell'attività legislativa? Per Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, la riforma del Parlamento non può essere ridotta a una questione di numeri. Azzariti ha ribadito in più interventi come il Parlamento sia stato "progressivamente svuotato delle sue funzioni e abbia perso la sua centralità - a favore del governo - nello svolgimento dell'attività legislativa".

Quello del referendum, quindi, sarebbe una quesito mal posto se non irrilevante. "In Parlamento - dice Azzariti a Euronews - c'è un problema di qualità della rappresentanza più che di quantità". 945 o 600 che siano, la sostanza non cambia: l'attuale crisi del Parlamento - una crisi, sottolinea Azzariti, che "riguarda diversi Paesi occidentali" - non è risolvibile con un semplice taglio.

La priorità, continua il costituzionalista, dovrebbe essere quella di "ridare al Parlamento la centralità di un tempo". Ma quando è cominciato il progressivo svuotamento delle sue funzioni? "Una quarantina di anni fa almeno - dice Azzariti - con l'esplosione della decretazione d'urgenza alla fine degli anni '70".

Ci sono però almeno altre tre tappe importanti nel processo di svuotamento di poteri del Parlamento: "Una di queste è la modifica del sistema elettorale del 1993", sottolinea Azzariti. "Aveva l'obiettivo di garantire una maggiore governabilità, ma allo stesso tempo ha causato un ulteriore spostamento degli equilibri istituzionali verso l'esecutivo".

"Alla riforma del 1993 - aggiunge Azzariti - hanno fatto seguito la modifica dei regolamenti parlamentari nel 1999/2000 e infine lo stato di emergenza causato dal Covid-19 che hanno dato al governo un ruolo sempre più centrale".