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In Libia focolai, ma di guerra: neppure Covid 19 ferma il conflitto

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In Libia focolai, ma di guerra: neppure Covid 19 ferma il conflitto
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Sarà perché la pandemia ha cambiato l'elenco delle priorità internazionali. Sarà perché gli appelli al cessate il fuoco mondiale non hanno mai fatto grande presa in Libia. Sta di fatto che nel Paese dirimpettaio la guerra civile non ha mai conosciuto tregua. E anzi, secondo Fatou Bensouda, Procuratore generale della Corte penale internazionale (CPI), che sta lavorando alla richiesta di nuovi mandati d'arresto, la violenza non è mai scemata, sul campo e nelle prigioni, in particolare nella regione di Tripoli.

Dice Bensouda: "Le vittime di stupri e altre forme di violenza sessuale legate alla detenzione comprendono uomini, donne e bambini. Numerosi detenuti sono morti per le ferite riportate a causa delle torture e per le mancata garanzia di cure mediche adeguate e tempestive".

Corte penale internazionale: in Libia violenza e torture come prima di Covid 19

In occasione di una riunione virtuale del Consiglio di sicurezza, Fatou Bensouda ha dichiarato che, un anno dopo l'offensiva contro la capitale da parte dell'Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar, il suo ufficio era particolarmente preoccupato per "l'alto numero di vittime civili, in gran parte riportate come conseguenza di attacchi aerei e operazioni di bombardamento". Ha aggiunto che il suo team "continua a raccogliere e analizzare informazioni su incidenti avvenuti durante il recente periodo di conflitto armato. Incidenti che possono costituire crimini ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale"

La Procura ha sottolineato che le detenzioni arbitrarie sono un problema grave e costante in Libia: il problema non riguarda solo i migranti e i rifugiati, ma anche migliaia di altre persone nei centri di detenzione.

La guerra civile non si mai fermata

L'ultimo affondo sul campo è di Fayez el-Sarraj, leader del Governo di Accordo Nazionale riconosciuto dall'Onu. oltre che da Turchia, Qatar, Italia (e Turchia): raid aereo su Al Watiya, base nell'ovest della Libia, roccaforte del generale Khalifa Haftar, che ha il suo centro di potere nella città di Tobruk, sostenuto da Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Russia : almeno 6 i soldati rimasti uccisi. "Un attacco su vasta scala" condotto con "pesanti bombardamenti d'artiglieria e raid aerei" e una mobilitazione di "almeno 500 veicoli militari".
Solo in Libia, nell'ultimo anno di combattimenti, più di 1.700 persone sono morte, circa 17.000 sono rimaste ferite e circa 200.000 sono state costrette a fuggire dalle loro case e a sfollare all'interno del paese.

Anche il figlio di Gheddafi nell'elenco della Corte penale internazionale

Nel tutti contro tutti libico riemerge dal limbo anche la figura di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del defunto dittatore libico, accusato di crimini contro l'umanità durante la guerra nel suo Paese: la Corte penale internazionale ha rinnovato il suo appello alle autorità affinché lo arrestino e consegnino.
Il figlio del defunto dittatore era stato condannato a morte da un tribunale di Tripoli nel luglio 2015, ma il ministero della Giustizia di Tobruk, sede del Parlamento, riconosciuto a livello internazionale, gli aveva concesso un'amnistia.
In realtà Saif al-Islam Gheddafi era stato catturato dalla milizia libica poco dopo la morte del padre, nell'ottobre 2011, e tenuto prigioniero nell'ovest del Paese, a Zintan, per più di sei anni, fino alla dichiarazione dell'amnistia. Dal suo rilascio nel giugno 2017, non si sa dove si trovi, anche se il suo team legale dice che sia in territorio libico, in un luogo sicuro.

Nella lista dei ricercati anche Mahmoud al Warfalli, il comandante della milizia "Al Saiqa", sotto l'ala di Haftar, e l'ex direttore della sicurezza interna, Al Tuhamy Mohamed Khaled, che si ritiene risieda in Egitto.