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Migliaia di europei nel limbo dei foreign fighters nelle carceri curde

Migliaia di europei nel limbo dei foreign fighters nelle carceri curde
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Quelle: France Télévisions
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Decine di uomini stipati in celle minuscole.

Nelle sovraffollate prigioni del nord-est della Siria , da mesi migliaia di membri e fiancheggiatori dello Stato islamico sono sorvegliati dalle forze curde. Almeno 2500 di loro si stima provengano da paesi europei e occidentali: in molti casi si trovano in un limbo giuridico, dal momento che gli stati di provenienza continuano a fare orecchie da mercante di fronte agli appelli alla cooperazione curdi, stretti tra la morsa dell'offensiva turca e le schermaglie con il Daesh, che oggi si può dire defunto solo nella sua incarnazione statale e territoriale.

E se a novembre Erdogan si è trovato nelle condizioni di poter fare la voce grossa, avviando le operazioni di rimpatriodei jihadisti detenuti nelle carceri turche, i curdi restano nello stesso limbo dei prigionieri che sorvegliano, il cui destino è tutt'altro che chiaro.

"Tornare a casa"

Daniel D. è un giovane svizzero di 25 anni. Lavorava come muratore a Ginevra, prima di unirsi ai jihadisti sotto lo pseudonimo di Abu llias al Swisri ("lo svizzero").

"Non ho ucciso nessuno - spiega - né in Europa né qui. Non ho troppi rimpianti, al contrario, mi sono anche sposato in Siria. Non tutti sono terroristi qui".

"Voglio solo andare a casa" conclude. "Non vogliono riprendermi, anche se si suppone che la Svizzera sia il paese dei diritti umani. Possono mettermi dove vogliono, purché io stia con mia moglie e mio figlio mi va bene".

Di nazionalità danese, Kasper M. era invece un artigiano prima di partire per il Medio Oriente. Per lui, gli attentati compiuti in Europa dallo Stato islamico non sono altro che ritorsioni.

"È la guerra, ecco cos'è" dice, serafico. "Molte famiglie di Isis sono state bombardate, molte donne e bambini, quindi loro hanno fatto lo stesso. Non vogliono che torniamo indietro, ma forse non hanno molta scelta".

"Non c'è altra soluzione - continua - non è una buona idea tenerci qui a tempo indeterminato. Ci sono molte persone in questa prigione, migliaia di combattenti di uno stesso gruppo. E se usciranno tutti insieme, forse ne formeranno un altro".

Prigionieri che nessuno vuole

In molti casi, questi uomini si trovano in carcere da oltre nove mesi. E nessuno al momento è in grado di dire quanto ancora dovranno restarci.

Sul punto, perfino Donald Trump, durante il vertice Nato di inizio dicembre, ha punzecchiato l'omologo francese Emmanuel Macron, uno dei più riluttanti a riprendere in casa le centinaia di jihadisti partiti dalla Francia. "Vorresti riprenderti qualche simpatico jihadista dalla Siria?", lo ha incalzato Trump.

Ma - al netto dei sarcasmi e delle relative orecchie da mercante - la questione si fa è sempre più sera: lo scorso ottobre, nelle prime ore dell'offensiva turca contro le forze curde nella regione, una sommossa è scoppiata nel campo profughi di al-Hol, che ospita le famiglie - in molti casi europee - dei jihadisti rinchiusi nelle carceri curde. L'obiettivo, a quanto sembra, era tentare di fuggire nel caos dei combattimenti.

Non era la prima volta, in realtà, che nel campo si registravano violente rivolte: in molti, tra gli ospiti della struttura, conservano una fede cieca per l'ideologia takfirista dell'Isis, considerando i curdi e il personale umanitario presente alla stregua di infedeli da aggredire o da cui proteggersi. E anche chi sembra aver rinnegato il fondamentalismo del Daesh è comunque costretto a restare in questo limbo: tra carcerieri curdi sotto-organico, che da mesi dicono di non essere più in grado di gestire una simile massa di prigionieri, e paesi di provenienza le cui porte potrebbero non riaprirsi piû

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