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Quella voce senza nome: il mistero di un successo e la nenia cantata per noi

Quella voce senza nome: il mistero di un successo e la nenia cantata per noi
Diritti d'autore  Evelyn Simak - CC
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Colpiti dalla storia di questo brano, abbiamo pensato che sarebbe stato bello averne una nuova versione, lanciando nello stesso tempo una sfida: e quindi abbiamo deciso di disturbare, in pieno Natale, una cantante e autrice italiana, e le abbiamo dato 24 ore per realizzare una sua versione di questo brano. Simona Barbieri McKenzie ha accettato la sfida, ecco il risultato

Faceva freddo in quell'inizio d'inverno del 1971, e sui marciapiedi londinesi, tra Elephant and Castle e Waterloo, si allineavano cartoni e coperte, materassi sudici e vite dimenticate.

Gavin Bryars, un contrabbassista londinese, insieme al documentarista Alan Power girava un filmato sulla vita difficile dei senzatetto: li incontravano uno dopo l'altro, ascoltavano le loro storie e le loro canzoni - erano quasi tutti ubriachi, alcuni cantavano sommessamente brani d'opera, altri ballate tradizionali o chissà che altro -.

Poi il lavoro andò in produzione, il documentario uscì ma non si può dire che abbia fatto la storia.

Ma l'ha fatta una briciola, un rifiuto di quel lavoro: quando Bryars si è visto recapitare i nastri del materiale inutilizzato, ci ha rimesso mano. E si è reso conto che una canzone, cantata da un vecchietto che era lì, su quelle strade, ma a differenza degli altri non aveva mai bevuto, aveva qualcosa di molto particolare.

Era un canto, quasi una nenia, a tema religioso: tredici misure, perfettamente intonate anche se cantate con voce resa incerta dall'età e dalla fatica di vivere.

Commons

Quel canto non esisteva in nessun canone, né cattolico né protestante: da dove venisse, nessuno l'ha mai capito. Forse dalla mente di quel senzatetto, forse da ricordi remoti o da tradizioni di chissà dove.

Jesus' blood never failed me yet, ripeteva il testo:

"Jesus’ blood never failed me yet/ never failed me yet / Jesus’ blood never failed me yet / this one thing I know / for he loves me so".

Bryars provò a ripeterlo sul pianoforte, e si accorse che quella voce era perfettamente intonata con il suo strumento.

Usò quindi quella registrazione, prima accompagnandola al piano, poi con una base orchestrata.

Portò il nastro a Leicester, per copiarlo in sequenza in uno studio dove era solito lavorare. Mentre il brano andava in loop e lui sorseggiava un caffè, si rese conto che quelle sale solitamente animate erano particolarmente silenziose: quella voce, così misera e nello stesso tempo così nobile, aveva conquistato il suo primo pubblico. Erano quasi tutti rimasti fermi ad ascoltare.

Fu quindi inizialmente pubblicata su audiocassetta, fu un successo. Ne furono prodotte diverse versioni, poi arrivarono i CD, il brano venne inciso anche sui nuovi supporti e cantato un po' da tutti i grandi artisti.

Ma dell'autore di uno dei grandi successi natalizi - il brano però viene usato anche per i funerali - non s'è mai più trovata traccia: Bryars era tornato a cercarlo, e poi anche altri. In molti sulla strada si ricordavano di lui, di quell'uomo anziano che cantava quella strana canzone. Ma nessuno lo aveva mai più visto.

Oltre alle diverse versioni prodotte da Bryars (e a quella cantata per noi dall'artista di cui sopra), sono numerosi gli adattamenti per pianoforte, orchestra, coro. Ve ne presentiamo alcuni, di generi diversi.


Cantata da Alice

Versione per piano di Maxence Cyrin

Con Tom Waits

Cantata da Audrey Assad

L'adattamento di Hlengiwe Mhlaba

La versione ghospel di Mthunzi Namba