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Migranti: Algeria, Tunisia e Marocco possono essere considerati porti sicuri? E a che prezzo?

Migranti: Algeria, Tunisia e Marocco possono essere considerati porti sicuri? E a che prezzo?
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Migranti africani provano a scavalcare l'inferriata tra il Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta. 30 agosto 2019 - REUTERS/Stringer
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Dopo l'accordo di Malta, il Presidente del Consiglio Conte starebbe stilando un elenco di "porti sicuri" in Nord Africa dove far sbarcare i migranti provenienti dalla Libia, almeno quelli che non hanno i requisiti per chiedere asilo. Lo scrivono il Corriere della Sera e il Messaggero. I paesi individuati dall'Italia sarebbero Tunisia, Algeria e Marocco. Interrogata da Euronews, la Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha ancora confermato né smentito la trattativa.

Ma possono essere davvero considerati "porti sicuri"? E quali sono le contropartite di questa trattativa politica?

La strategia di esternalizzazione dei confini

Come spiega il prof. Maurizio Ambrosini, esperto di processi migratori dell'Università di Milano e consulente di ISPI, il governo italiano si sta muovendo in bilico tra il tentativo di garantire il rispetto dei diritti umani e quello di non accogliere rifugiati sul proprio suolo. "L'identificazione di porti sicuri nel sud Mediterraneo è parente di una strategia di esternalizzazione dei controlli di frontiera già applicata a Niger, Turchia e Libia", indica Ambrosini. "Paesi sbiancati dalla loro tristi reputazioni in cui il livello di tutela dei diritti umani è basso, senza garanzie di effettiva accoglienza delle persone tratte in salvo in mare, con infrastrutture e servizi carenti in primo luogo per i loro cittadini, figuriamoci per i migranti".

Quando si parla di "porto sicuro" bisogna precisare che la nozione non è ben delineata a livello giuridico internazionale; è piuttosto definita in negativo: non è un luogo sicuro di sbarco quello in cui non vengono garantiti alcuni diritti fondamentali per i migranti (come indicato qui e qui).

Un elemento cardine della strategia di coinvolgimento di paesi come Tunisia, Algeria e Marocco sono le piattaforme di sbarco regionali, ma il contesto libico insegna come allo sbarco temporaneo di migranti salvati in mare non faccia seguito una effettiva pratica di registrazione, analisi e trattamento delle domande di protezione internazionale, in un quadro di pieno rispetto dei diritti umani.

Un piano UE di installazione di piattaforme di sbarco regionali è già stato rispedito al mittente da questi tre paesi nel 2018. Come scrive l'European Council on Foreign Relations (ECFR), i seguenti fattori sono stati determinanti per il no:

  • il fatto che Tunisia, Algeria e Marocco hanno già problemi di pressione migratoria ai propri confini da affrontare;
  • le preoccupazioni per i costi dell'accoglienza di ulteriori, nuovi migranti - e per di più, per un periodo non definito - sul proprio suolo;
  • la ricaduta di un eventuale accordo sull'opinione pubblica nazionale;
  • la rivendicazione della propria sovranità davanti all'Europa.

Jean-Pierre Cassarino, professore al Collegio d’Europa, spiega a Euronews il contesto geopolitico in cui si inseriscono queste nuove trattative con i tre stati del sud del Mediterraneo, condotte in molti casi da funzionari "che non conoscono bene la regione e applicano un approccio neocoloniale".

Marocco e Algeria, in particolare, hanno una grande consapevolezza delle leve diplomatiche con la Ue e del fatto che l'Unione Europea abbia bisogno di loro; il regno alawita e il vicino algerino però non potranno mai fare tavolo negoziale comune: i due stati sono nemici e le frontiere terrestri sono sigillate da 25 anni.

Il gioco diplomatico del Marocco ruota intorno alla questione del Sahara occidentale

La rotta del Mediterraneo occidentale è ora la seconda più battuta: la Spagna ha fatto registrare un numero di arrivi di migranti triplo rispetto all'Italia nel 2019 (dati Unhcr). Il regno di Muhammad VI dista appena 14 km dall'Andalusia e negli ultimi 10 anni ha ricevuto più di 100 milioni di aiuti europei.

Il Marocco è sia un paese di origine dei flussi migratori (un crescente numero di giovani marocchini tenta la fortuna in mare verso l'Europa), sia un paese di transito. Il regno di Muhammad VI, storico alleato di UE e USA, è da tempo sotto i riflettori internazionali per gli abusi delle forze dell'ordine e le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti, spesso arrestati e deportati a forza dal nord al sud del paese - anche se le autorità marocchine hanno sempre negato ogni addebito.

Tra il 2014 e il 2017, la corona ha regolarizzato quasi 50mila migranti, il 90% dei quali provenienti dall'Africa subsahariana: la priorità per il regno è, al momento, non solo di mantenere buoni rapporti con la UE e con la vicina Spagna, scrive ECFR, ma anche di occuparsi di coloro che si trovano già nel paese senza siglare nuovi accordi che potrebbero indurre altri a rimanere. "Per questi motivi, il Marocco ritiene di aver già assolto alle proprie responsabilità di gestione della migrazione".

Se le trattative per dei punti sicuri di sbarco dovessero essere confermate, la contropartita rimarrebbe sempre quella dell'integrità territoriale, ovvero la questione numero uno per il Marocco. Da 40 anni, infatti, si protrae l’occupazione militare marocchina della maggior parte del territorio sahrawi, nel Sahara occidentale. Il Marocco, secondo Cassarino, punta col tempo a cristallizzare questa annessione "de facto" nell'opinione pubblica internazionale. "Un processo di normalizzazione che è già cominciato da tempo".

➡️ Il Marocco sta usando la tratta di migranti come leva contrattuale con la UE? ⬅️

Non solo: dal 2013, il Marocco ha raccolto le redini del CEN-SAD, la comunità degli Stati del Sahel e del Sahara voluta da Gheddafi nel 1998: uno strumento per allargare la propria sfera di influenza ai paesi subsahariani i quali, a loro volta, sono stati irrorati di aiuti economici allo sviluppo da parte della Libia.

Morto Gheddafi nel 2011, il Marocco ha preso il posto della Libia con l'obiettivo di legittimarsi sempre più come potenza regionale; porsi come intermediario tra il mondo occidentale e quello africano e, allo stesso tempo, isolare sempre più il grande nemico: l'Algeria.

Eventuali accordi formali per l'apertura di punti di sbarco con l'Unione Europea si inseriscono in questa precisa strategia geopolitica.

Per "il potere" algerino priorità è mettere in sicurezza gli impianti energetici e la frontiera terrestre

Il paese sta attraversando un periodo di grande incertezza politica, indica Cassarino. "Gli algerini hanno una visione sprezzante della UE: sanno di essere una potenza energetica in grado di sbattere la porta".

Finora l'Algeria ha risposto alle attese europee solamente in modo selettivo, e quando la risposta ha potuto rafforzare il potere militare. Il potere, سلطان‎ sulṭān in arabo, è detenuto da una giunta di militari divenuti imprenditori, con stretto intreccio tra armi e affari economici. Se ci sarà cooperazione, lo scambio sarà chiaro: porti sicuri in cambio di un rafforzamento militare della frontiera sud-orientale - quella con Niger e Libia.

Il punto di svolta per le autorità algerine, secondo Cassarino, è stato l'attentato del gennaio 2013 ad un impianto di estrazione di gas naturale di In Amenas, in cui persero la vita anche decine di ostaggi stranieri. La zona frontaliera è da sempre considerata instabile, permeabile al traffico di armi ed esseri umani e vulnerabile agli attacchi di gruppi terroristici. "Quell'attacco di al-Qaeda è stato uno shock per le autorità algerine che hanno iniziato a creare centri di detenzione alla frontiera per controllare i flussi migratori, sedentarizzare le popolazioni nomadi del Niger e definire il territorio".

Il clima di crescente disagio sociale, disoccupazione e corruzione, "al momento non consente di negoziare alcunché in tema di porti sicuri; ma ciò che interessa di più alle autorità algerine è certamente la messa in sicurezza degli impianti energetici, della frontiera e la sedentarizzazione della popolazione nomade".

Quanto alla questione delle condizioni dei migranti in Algeria, diverse organizzazioni internazionali come Human Rights Watch hanno denunciato violenze poliziesche e deportazioni di massa di migliaia di uomini, donne e bambini verso il Niger e il Mali in condizioni disumane, radunati a seconda del colore della pelle e "scaricati nel deserto".

Proteste per chiedere riforme economiche e sociali in Algeria nell'agosto 2019 - REUTERS/Ramzi Boudina

In Tunisia ci sono già un milione di libici: altri migranti creerebbero instabilità politica e sociale

In queste settimane che precedono il ballottaggio presidenziale, la Tunisia è un paese "dalla società civile molto vibrante, attiva e informata", continua Cassarino. "in cui è in corso un processo di democratizzazione esemplare: la Tunisia è un porto sicuro sì, ma di democrazia; e non è un caso che non sia appoggiata dalla vicina Algeria".

Ciononostante, è ancora "fragile dal punto di vista economico e finanziario, e l'Europa potrà approfittare della sua debolezza per offrire incentivi in cambio di compromessi" sulla questione migratoria, ritiene lo studioso.

La sua collocazione geografica, schiacciata tra Algeria e Libia, è certamente poco favorevole. "L'idea di aprire qui un porto sicuro comporterebbe necessariamente l'accoglienza di nuovi migranti. Ma dalle statistiche non appare come nel paese ci siano già dagli 800mila al milione e 200mila libici - considerati non come rifugiati né richiedenti asilo, bensì ospiti. Possono rimanere quanto vogliono, finché il conflitto libico non sarà pacificato, ma costituiscono già una fetta importante della popolazione, quasi il 10%".

Lettura di un giornale in Tunisia: in prima pagina il ballottaggio tra Nabil Karoui e Kais Saied - Reuters

"La loro presenza è già fonte di tensione perché considerati come causa dell'inflazione e della crescita dei prezzi degli affitti, soprattutto nella Grande Tunisi. Esistono tensioni, e l'idea di accogliere altri migranti e assicurare loro protezione sociale, educazione e alloggio - seppur temporaneo - è rischiosa, soprattutto in un paese impoverito e in crisi sociale. Non credo il governo sarà molto propenso, potrebbe essere una fonte di ulteriore instabilità politica e sociale".

La maggior parte degli immigrati che raggiungono le coste italiane, è di nazionalità tunisina. Arrivano su piccoli motoscafi o barche di fortuna: i cosiddetti "sbarchi fantasma".

La Tunisia, che è il più grande alleato italiano per i rimpatri, ha ratificato la Convenzione di Ginevra ma non ha una normativa che tutela i rifugiati o regolamenti il diritto d'asilo. Un fatto, questo, che porta organizzazioni non governative e giuristi a mettere in dubbio che il paese possa essere ritenuto un luogo sicuro per migranti e rifugiati.