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Filipe Nyusi: l'Ue sta facendo molto per il Mozambico

Filipe Nyusi: l'Ue sta facendo molto per il Mozambico
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Mozambico: un paese poverissimo, al 180° posto su 189 paesi nella classifica dell'indice dello sviluppo umano delle Nazioni Unite. E proprio mentre l'economia stava cominciando a risollevarsi, due cicloni, la scorsa primavera, hanno messo il paese in ginocchio. Un'ex colonia portoghese, con legami forti con l'Europa, e in particolare con l'Italia: è stata la mediazione della Comunità di Sant'Egidio, nel 1992, a portare alla firma degli accordi di pace tra il FreLiMo, al governo, e i guerriglieri indipendentisti del ReNaMo; e il colosso petrolifero Eni fa parte della joint venture impegnata nello sfruttamento del gas naturale nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del paese, dal 2017 sotto attacco di gruppi armati jihadisti. Un paese a cui ormai non resta che sperare nelle preghiere del papa? Ne abbiamo parlato con il presidente mozambicano Filipe Nyusi a margine dello EurAfrican Forum a Cascais, in Portogallo.

Il dopo-ciclone: uno sforzo di ricostruzione gigantesco

Il 2019 è un anno di grosse sfide per il Mozambico. Il ciclone Idai ha lasciato una scia di distruzione inimmaginabile... Signor presidente, come gestisce una situazione come questa?

"I cicloni che hanno colpito il Mozambico il 14 e il 15 marzo e poi il 25 aprile hanno ritardato il processo di crescita del paese. Stavamo già cercando di far ripartire l'economia, dopo la crisi finanziaria mondiale, i prezzi dei nostri prodotti stavano calando. Eravamo entusiasti e motivati a far crescere la nostra economia dal 3,7 al 4,7 per cento, e sembrava che ci stessimo muovendo in quella direzione. Ma dopo la distruzione subita dalla città di Beira, con la scomparsa di aree coltivate, di abitazioni, e così via, il Mozambico ha fatto marcia indietro e abbiamo rivedere le previsioni di crescita al 2 per cento".

Lo sforzo di ricostruzione è gigantesco. A che punto siamo? Non parlo solo delle infrastrutture ma delle vite dei mozambicani...

"Il processo di ricostruzione è iniziato con il bilancio dei danni: che cosa è stato distrutto, che cosa deve essere recuperato, e come farlo. Questo processo è in corso. Abbiamo tenuto una conferenza dei donatori, alla quale sono intervenuti molti partecipanti provenienti da tutto il mondo, per cercare di capire che cosa fare, e c'è stata grande solidarietà. Abbiamo raggiunto un terzo della somma necessaria. È stato calcolato che questa somma, inclusi gli aiuti internazionali, ammonta a 3,2 miliardi di dollari. Abbiamo ricevuto promesse per 1,2 miliardi, il che significa che gradualmente il processo sta cominciando. L'erogazione degli importi promessi è già iniziata e stiamo anche dando impulso alle iniziative nazionali per ripristinare il tessuto imprenditoriale".

Il paese è oggi più preparato a rispondere a una catastrofe naturale in termini di organizzazione e governance?

"Nella nostra situazione geografica siamo soggetti a questo tipo di problemi, quindi a tutt'oggi non siamo in grado di valutare pienamente l'entità dei danni. Idai ha portato molta distruzione, e anche Kenneth è stato molto violento, silenzioso, ma in modo violento. Per quanto riguarda preparazione e organizzazione... Il nostro Istituto nazionale per la gestione delle calamità compie vent'anni, il che significa che ha accumulato esperienza nel corso degli anni. Ma siamo preparati? Non direi che siamo totalmente preparati... Ci vogliono risorse, quando avvengono queste catastrofi, e queste risorse vanno trattate in un certo modo. Per esempio, avevamo previsto i cicloni nell'area di Beira, e avevamo messo a disposizione imbarcazioni, alcuni mezzi aerei, anche se ne abbiamo pochi... ma anche queste risorse sono rimaste danneggiate".

Fame, disperazione e appropriazione indebita di fondi internazionali

Come vengono gestiti questi fondi internazionali? Si è parlato di appropriazione indebita...

"Quando parliamo di perdite e appropriazioni indebite, dobbiamo tener conto che per chi è rimasto una settimana senza cibo e senza acqua, quando compare un camion o un elicottero per portare acqua, biscotti e altro... si tende a voler essere i primi ad arrivare a prenderli. Correre lì, prendere la roba e scappare, non si può considerare rubare. Queste persone avevano bisogno di questo cibo. È vero che ci sono state appropriazioni indebite da parte di persone responsabili della distribuzione, alcuni hanno portato queste merci a casa loro perchè non avevano un posto dove metterle, e allora si è cominciato a dire che stavano rubando. Altri non hanno fatto arrivare le merci alle persone bisognose, ma i responsabili sono stati sanzionati. Per rispondere direttamente alla domanda, che è corretta, quello che abbiamo fatto è stato intensificare i controlli, coinvolgendo anche la società civile nel processo di valutazione, e abbiamo avviato controlli indipendenti".

"L'Ue è uno dei grandi partner del Mozambico"

L'obiettivo dello EurAfrica Forum è di avvicinare i due continenti. Che cosa può fare l'Unione europea per contribuire a rilanciare l'economia del Mozambico?

"L'Unione europea sta facendo molto. Per esempio, nel processo di pace stiamo lavorando molto con Bruxelles. Abbiamo molte riunioni quando vengo in Europa, e sono in attesa di una visita da parte di una delegazione dell'Unione europea, se tutto va bene entro quest'anno o all'inizio dell'anno prossimo. Abbiamo lavorato insieme sul dossier della pace, che è la condizione principale per ogni tipo di investimenti. Ma ci sono anche molti progetti d'investimento dell'Unione europea in settori come l'acqua, le strade, gli ospedali, la salute. L'Unione europea è uno dei grandi partner del Mozambico".

Lo sfruttamento del gas naturale minacciato dall'instabilità nel nord del paese

La scommessa sul gas naturale è molto importante per l'economia mozambicana. Lei ha detto che c'è effettivamente un po' di instabilità e che questo non è positivo. Come intende risolvere questa situazione? E quest'instabilità può mettere a rischio lo sfruttamento del gas naturale?

"Noi - in quanto governo e in quanto mozambicani - non vorremmo che accadesse. Non vorremmo che i nostri partner si facessero prendere dal panico. Un elemento positivo è che c'è molta collaborazione fra noi e le multinazionali responsabili dello sfruttamento del gas naturale in quest'area. Ma dovremo prendere provvedimenti, anche straordinari, se necessario, per evitare che questo processo ostacoli la crescita del Mozambico in quella regione".

Un papa per la pace

Ultima domanda. Il papa sarà in visita in Mozambico in settembre. Che cosa si aspetta da questo viaggio?

"È una visita importante, soprattutto in questo momento di riconciliazione, in cui ci stiamo avvicinando alla pace. È una visita importante in un paese dove la giustizia sociale deve essere ripristinata pienamente ed efficacemente. Questa visita porta con sé un messaggio comune, che è quello di promuovere e incentivare la pace e la riconciliazione tra mozambicani, ma non solo in termini di guerra, anche fra partiti, per esempio. E anche fra le religioni, benché non ci sia un conflitto da questo punto di vista, non c'è mai stato in Mozambico. Tutti sanno che Papa Francesco è aperto al dialogo con le altre religioni, rispetta le altre religioni. Sarà il momento per noi di esplorare questa conoscenza, questo sentimento, quest'insegnamento. Sarà anche un momento di speranza. Sono tre le parole importanti che ci guideranno: pace, riconciliazione, speranza. Il papa incontrerà anche giovani di tutto il paese, senza distinzione di dialetto, incontrerà membri del governo, altri organi di potere, corpi diplomatici, e pregherà per il Mozambico... Abbiamo grandi aspettative.