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Davos, il simulatore per provare "una giornata nella vita di un rifugiato"

Davos, il simulatore per provare "una giornata nella vita di un rifugiato"
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Un momento della simulazione a Davos (Reuters)
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Mentre i delegati del World Economic Forum sorseggiano il loro caffè mattutino nella hall di un hotel di lusso, ammirando le Alpi svizzere, nel parcheggio sottostante degli uomini armati ordinano ad alcune persone di mettersi in ginocchio e rubano i loro orologi.

Non si tratta tuttavia di una minaccia reale, visto l'ampio dispiegamento di forze dell'ordine e cecchini nella località elvetica, bensì di una simulazione della durata di un'ora chiamata "Una giornata nella vita di un rifugiato", messa in scena allo scopo di far provare ai (ricchi) presenti cosa vuol dire essere un richiedente asilo. Anche solo per sessanta minuti.

La ricostruzione è ormai appuntamento fisso a Davos: si svolge da 11 anni e, secondo gli organizzatori, è oggi più attuale che mai. Soprattutto ora che le politiche anti-immigrazione trovano un crescente appoggio popolare in tutti i paesi occidentali. La non-profit che gestisce la simulazione, l'organizzazione umanitaria "Crossroads foundation", con sede a Hong Kong, punta a fornire a politici, funzionari e amministratori delegati strumenti per capire il terrificante punto di vista dei rifugiati o richiedenti asilo.

Davanti alla platea del WEF2019 ha parlato ieri anche un rifugiato somalo, Mohammed Hassan Mohamud. Ma al di là di quanto si dice tra le Alpi svizzere, le porte per i migranti si stanno chiudendo un po' ovunque, specialmente in Europa.

"Nel vivere questa esperienza perdi tutti i tuoi averi. Ho perso il mio orologio, ho perso i miei orecchini, ho perso la mia collana ma non importava niente di tutto questo: quando sei seduto lì, in quel momento, pensi se tornerai mai a rivedere tuo marito o i tuoi figli", ha detto alla Reuters una delle 26 persone che hanno partecipato alla simulazione, Jennifer Temple, dirigente della società tecnologica statunitense Hewlett Packard.

Martedì scorso, le Nazioni Unite hanno criticato le nazioni europee per non aver permesso lo sbarco dei migranti in porti sicuri, scegliendo invece di affidarsi alla guardia costiera libica.

Il richiedente asilo siriano Mustafa Othman si lamenta delle condizioni di permanenza nel campo per immigrati della capitale serba, Belgrado. Il 33enne ha lasciato la sua nativa Aleppo nel 2012 per cercare di arrivare in Europa "e aiutare la mia famiglia". Ma oggi, come racconta, soffre di depressione e teme la deportazione. Ex studente di ingegneria che parla diverse lingue, dà una mano al centro per immigrati e assiste i vari gruppi di soccorso.

Tanti altri, invece, hanno trovato lavoro e sono riusciti a ricostruirsi una vita, soprattutto in Germania, dove i dati ufficiali dell'aprile 2018 mostrano come un numero crescente di loro riesca a trovare un impiego. Uno di questi è Quadratullah Hotak, 25 anni, immigrato afgano di 25 anni, arrivato in Germania prima dell'afflusso di migranti dall'Africa nel 2015 che ha portato al recente contraccolpo in tutta Europa.

Hotak è un tirocinante della Ford Motor Company di Colonia e dice che il suo sogno è quello di ottenere un diploma di maestro artigiano, diventare un dipendente Ford e "mettere su famiglia e avere un buon futuro".

In questo parcheggio di Davos, un gruppo di operatori umanitari cerca di persuadere i politici - dalle cui decisioni dipendono le vite di milioni di persone - ma anche i dirigenti che hanno il potere di assumere e dare lavoro - a sostenere la causa e continuare ad accettare i rifugiati.