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ADHD: sempre in ritardo? La scarsa puntualità può essere un sintomo

Pendolari entrano nel World Trade Center dalla stazione della linea PATH a New York, il 18 novembre 2019.
I pendolari escono dalla stazione della ferrovia urbana PATH ed entrano nel World Trade Center a New York il 18 novembre 2019. Diritti d'autore  AP Photo/Mark Lennihan, File
Diritti d'autore AP Photo/Mark Lennihan, File
Di Roselyne Min Agenzie: AP
Pubblicato il
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ADHD e 'cecità del tempo': caratteristica ben documentata, ma non una giustificazione automatica. Gli esperti: chi arriva tardi non ha sempre l'ADHD.

Alice Lovatt, musicista e operatrice in una casa famiglia a Liverpool, in Inghilterra, veniva spesso rimproverata per i ritardi.

Si sentiva in imbarazzo quando deludeva gli amici a causa dei suoi ritardi ed era spesso stressata all’idea di arrivare a scuola in orario.

“È come se non avessi un orologio interno”, ha detto Lovatt.

Solo quando, a 22 anni, le è stato diagnosticato il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) ha capito che ciò che stava vivendo aveva un nome.

A volte viene chiamata “cecità del tempo” e, nel 1997, Russell Barkley, neuropsicologo clinico in pensione all’Università del Massachusetts, l’ha definita “miopia temporale”.

La cecità del tempo indica la difficoltà a giudicare quanto durano i compiti o quanto tempo è passato. È da tempo associata all’ADHD e, in alcuni casi, all’autismo.

Più di recente, il concetto ha preso piede sui social, alimentando il dibattito su dove sia il confine tra una condizione riconosciuta e comportamenti che altri giudicano disorganizzati o persino scortesi.

Gli esperti affermano che la cecità del tempo è legata alle funzioni esecutive nei lobi frontali del cervello ed è una caratteristica ben documentata dell’ADHD.

“A tutti può capitare di avere problemi di puntualità; con l’ADHD però c’è una compromissione funzionale”, ha detto Stephanie Sarkis, psicoterapeuta e autrice di “10 Simple Solutions to Adult ADD”.

“Incide sulla vita familiare e sociale. Incide sul lavoro, sulla gestione del denaro, su ogni ambito della vita”, ha aggiunto.

L’ADHD può essere una scusa?

Sarkis ha detto che, se l’impuntualità cronica è “una stella nella costellazione dei sintomi”, può indicare una condizione trattabile.

Ha però sottolineato che non tutti quelli che arrivano in ritardo hanno l’ADHD o una scusa automatica.

Ha richiamato ricerche che mostrano come i farmaci stimolanti prescritti per sintomi dell’ADHD, come disattenzione o irrequietezza, possano aiutare a ridurre la cecità del tempo.

Jeffrey Meltzer, terapeuta negli Stati Uniti che lavora con persone alle prese con problemi di puntualità, ha detto che è importante capire le ragioni dietro i ritardi ripetuti.

Alcuni evitano di arrivare in anticipo perché detestano le chiacchiere di circostanza, spesso legate all’ansia. Altri possono sentirsi privi di controllo sulla propria vita e usare il ritardo per recuperare un senso di autonomia.

“È la stessa dinamica psicologica alla base della ‘revenge bedtime procrastination’”, ha detto, ovvero restare svegli fino a tardi per riprendersi tempo personale dopo una giornata impegnativa.

Meltzer suggerisce di usare una semplice “coping card”: da un lato si mette in discussione la paura di fondo, dall’altro si ricordano le conseguenze dell’essere in ritardo.

Per esempio, su un lato scrivere: “Partecipare a questa riunione non significa perdere la mia libertà”. Sull’altro lato: “Arrivare di nuovo in ritardo farà arrabbiare le persone al lavoro”.

Più difficile da affrontare, ha detto, è il ritardo dettato dall’atteggiamento di pretesa. Chi ritiene che il proprio tempo valga più di quello degli altri tende a darsi il permesso di arrivare tardi, spesso insieme ad altri comportamenti che segnalano un senso di superiorità.

Secondo Meltzer, queste persone mostrano la stessa pretesa anche in altri ambiti, ad esempio parcheggiando in un posto riservato alle persone con disabilità o facendo ingressi in grande stile a un evento.

“Magari arrivano con 20, 30 minuti di ritardo e la reazione è: ‘Oh, guarda chi è arrivato’”, ha detto. “È un modo per attirare l’attenzione.”

Qualunque sia la causa, ha detto Sarkis, le persone restano responsabili dell’impatto del proprio comportamento sugli altri. Gli strumenti usati per aiutare chi ha l’ADHD possono essere utili anche a chi fatica con il tempo.

Sarkis consiglia di usare smartwatch o più orologi per ridurre le distrazioni del telefono, scomporre i compiti in passaggi più piccoli ed evitare di sovraccaricare l’agenda.

Lovatt ha adottato molte di queste strategie. Si concede molto più tempo di quanto pensa le serva, usa app per bloccare le distrazioni e tiene elenchi dettagliati di quanto durano davvero le attività quotidiane.

Quella che sembrava una routine mattutina da 20 minuti si è rivelata richiedere 45 minuti, una volta scomposta passo per passo, dal momento in cui si alza dal letto a quando trova le scarpe.

“Non funziona il 100% delle volte”, ha detto. “Ma in generale ora sono molto più affidabile.”

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