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Italia, dal reattore Galileo ai depositi temporanei: che fine fanno le scorie nucleari

L'ex centrale nucleare di Trino Vercellese, tra Milano e Torino
L'ex centrale nucleare di Trino Vercellese, tra Milano e Torino Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
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Rifiuti radioattivi in Italia: come funzionano trattamento, stoccaggio e smaltimento. Il nuovo Decreto Infrastrutture rafforza il ruolo di Sogin e apre una nuova fase per il settore nucleare

Il Decreto Legge Infrastrutture approvato dal Consiglio dei Ministri interviene sul perimetro operativo della gestione dei rifiuti radioattivi in Italia, attribuendo nuove funzioni a Sogin.

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Nel provvedimento rientrano anche le attività di trattamento, condizionamento e smaltimento dei rifiuti derivanti dalla dismissione del reattore “RTS-1 Galileo Galilei” della Marina Militare, all’interno di un aggiornamento più ampio delle competenze della società pubblica.

Si tratta di un passaggio significativo, che conferma il ruolo di Sogin come soggetto tecnico nazionale di riferimento nel decommissioning nucleare. Come evidenziato dalla stessa società, l’obiettivo è garantire che tutte le operazioni avvengano nel pieno rispetto dei più elevati standard di sicurezza, tutela ambientale e trasparenza, in un settore dove la responsabilità è necessariamente di lungo periodo.

Che cosa significa “smaltire” rifiuti radioattivi

Quando si parla di smaltimento dei rifiuti radioattivi non si fa riferimento a un’unica operazione, ma a un processo articolato e regolato che accompagna tutte le fasi della dismissione degli impianti.

Si parte dalla caratterizzazione dei materiali, cioè dalle analisi che servono a identificare il livello di radioattività e le modalità più sicure di gestione. Segue il trattamento, che consente di ridurre i volumi e stabilizzare i rifiuti attraverso processi fisici o chimici.

Il passaggio successivo è il condizionamento, fase in cui i materiali vengono inglobati in matrici solide e sigillati in contenitori progettati per garantire isolamento e durabilità. I rifiuti vengono poi trasferiti in depositi temporanei controllati, in attesa della sistemazione definitiva.

Lo smaltimento finale, ancora non pienamente realizzato in Italia, prevede il conferimento in un deposito geologico in grado di assicurare l’isolamento della radioattività su tempi lunghissimi.

Quanti rifiuti radioattivi ci sono in Italia

Secondo i dati pubblicati da Sogin e dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), in Italia sono presenti circa 32 mila metri cubi di rifiuti radioattivi già condizionati o in gestione, a cui si aggiunge una quota ulteriore derivante dalle attività ancora in corso di smantellamento degli impianti.

La maggior parte dei materiali rientra nella categoria dei rifiuti a bassa e media attività, mentre una parte più ridotta riguarda rifiuti più complessi, legati soprattutto alle attività storiche del programma nucleare civile italiano.

Da dove arrivano i rifiuti

La principale origine dei rifiuti radioattivi italiani è rappresentata dalle quattro centrali nucleari dismesse di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, oltre agli impianti del ciclo del combustibile e ai centri di ricerca.

A questi si aggiungono i rifiuti prodotti ogni anno in ambito medico, industriale e di ricerca, dove radioisotopi vengono utilizzati in diagnostica, radioterapia e controlli non distruttivi. Si tratta quindi di un flusso costante, anche se molto più contenuto rispetto al passato nucleare del Paese.

Chi li gestisce oggi

La gestione operativa dei rifiuti radioattivi è affidata principalmente a Sogin, responsabile del decommissioning degli impianti e del trattamento dei materiali derivanti dalle centrali e dalle strutture nucleari dismesse.

La supervisione regolatoria è invece in capo all’ISIN, che controlla autorizzazioni, standard di sicurezza e conformità delle attività.

Attualmente i rifiuti già condizionati sono conservati in depositi temporanei distribuiti nei siti ex nucleari e in infrastrutture autorizzate, in attesa della realizzazione del Deposito nazionale, considerato l’infrastruttura chiave per la chiusura del ciclo di gestione.

Una filiera ancora in transizione

Il rafforzamento delle competenze di Sogin previsto dal decreto si inserisce in un contesto ancora incompleto dal punto di vista infrastrutturale. La gestione dei rifiuti radioattivi in Italia è infatti in una fase di transizione: da un sistema basato su stoccaggi temporanei a un modello definitivo che ruota attorno al Deposito nazionale.

In questo scenario, lo smaltimento dei rifiuti radioattivi resta una delle questioni più complesse del settore ambientale e industriale, con implicazioni tecniche, economiche e territoriali che si sviluppano su orizzonti temporali molto lunghi.

Il caso del reattore “RTS-1 Galileo Galilei”

Il reattore RTS-1 Galileo Galilei, utilizzato dalla Marina Militare italiana, rappresenta un esempio concreto di infrastruttura nucleare ormai giunta alla fase di dismissione. La gestione dei suoi rifiuti radioattivi richiede competenze altamente specialistiche e una pianificazione rigorosa, proprio per la natura delicata dei materiali coinvolti.

L’affidamento delle attività a Sogin conferma la necessità di un approccio integrato, in cui ingegneria, radioprotezione e gestione ambientale devono operare in modo coordinato. In questi contesti, ogni fase è tracciata e controllata per garantire che non vi siano rischi né per gli operatori né per l’ambiente.

Le principali criticità dello smaltimento

Nonostante l’elevato livello tecnologico raggiunto, lo smaltimento dei rifiuti radioattivi resta una delle sfide più complesse in ambito industriale e ambientale. Uno dei nodi principali riguarda la realizzazione del deposito definitivo, ancora oggi assente in diversi Paesi, Italia inclusa. In mancanza di una soluzione geologica permanente, i rifiuti devono essere conservati in depositi temporanei, con conseguenti implicazioni economiche e organizzative.

Un’altra criticità fondamentale è legata ai tempi di decadimento della radioattività. Alcuni materiali restano pericolosi anche per migliaia di anni, rendendo necessario progettare sistemi di contenimento capaci di garantire sicurezza su scale temporali estremamente superiori a quelle delle infrastrutture tradizionali.

Accanto a questi aspetti tecnici emerge anche la dimensione sociale. La localizzazione dei depositi o delle infrastrutture di stoccaggio incontra spesso resistenze da parte delle comunità locali, rallentando i processi decisionali e la realizzazione delle opere.

A questo si aggiungono i costi elevati, che rendono il decommissioning un’attività continuativa e onerosa per lo Stato, e la complessità normativa, che richiede un costante aggiornamento rispetto agli standard internazionali e alle direttive di sicurezza.

Rifiuti: trattamento all’estero e costi del riprocessamento

Una parte dei rifiuti radioattivi italiani, in particolare il combustibile nucleare irraggiato prodotto dalle ex centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, è stata storicamente inviata all’estero per il riprocessamento industriale. Le destinazioni principali sono state Francia e Regno Unito, dove il materiale viene trattato per separare elementi riutilizzabili e ridurre il volume complessivo dei rifiuti. Tuttavia, il principio regolatorio resta invariato: i residui finali del trattamento devono rientrare in Italia sotto forma di materiali solidificati ad alta attività.

Secondo le stime contenute nei documenti del settore, in Italia sono oggi presenti complessivamente circa 32 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, mentre il futuro Deposito Nazionale dovrà accoglierne circa 98 mila metri cubi complessivi, includendo anche quelli derivanti da smantellamenti e attività medico-industriali. Una quota marginale ma significativa, pari a circa 400 metri cubi, è legata proprio ai residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e al combustibile non ulteriormente trattabile.

Dal punto di vista economico, il modello del riprocessamento all’estero non rappresenta una forma di “smaltimento alternativo”, ma una soluzione intermedia adottata per ragioni tecniche e infrastrutturali. I costi complessivi delle operazioni - che includono trasporto internazionale, trattamento industriale e rientro dei residui - sono stati stimati nell’ordine di diverse centinaia di milioni fino a circa un miliardo di euro nell’arco degli ultimi decenni, secondo ricostruzioni basate su contratti pluriennali e programmi di gestione del combustibile esaurito.

In questo schema operativo, la responsabilità finale resta comunque nazionale: la gestione dei rifiuti è affidata a Sogin, mentre il controllo regolatorio è in capo all’ISIN. Il punto critico rimane però interno al Paese: senza un Deposito Nazionale operativo, anche i materiali già trattati all’estero devono essere riportati in Italia e collocati in strutture temporanee, con un modello di gestione che resta ancora in fase di completamento.

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