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UE, svolta sui rimpatri: via libera ai centri di espulsione fuori dall’Europa

Le autorità italiane trasferiscono migranti irregolari in un centro di detenzione gestito dall'Italia a Shengjin, in Albania, modello per gli hub di rimpatrio.
Le autorità italiane trasferiscono migranti irregolari in un centro di detenzione gestito dall'Italia a Shengjin, in Albania, considerato modello per gli hub di rimpatrio. Diritti d'autore  Copyright 2025 The Associated Press. All rights reserved
Diritti d'autore Copyright 2025 The Associated Press. All rights reserved
Di Vincenzo Genovese
Pubblicato il
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L'Ue si appresta ad approvare la sua controversa legge sulla migrazione, che consente hub di rimpatrio fuori dal blocco, prolunga i periodi di detenzione e introduce misure per accelerare le espulsioni, riflettendo le crescenti paure degli elettori

L'Unione europea è pronta a imprimere una svolta senza precedenti alla propria politica migratoria. Nelle prossime ore è atteso l'accordo definitivo tra Parlamento europeo e governi degli Stati membri sul nuovo regolamento sui rimpatri, una riforma destinata a rafforzare significativamente i poteri di espulsione e ad accelerare l'allontanamento dei migranti privi del diritto di soggiorno.

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La nuova normativa nasce dall'obiettivo di aumentare l'efficacia dei rimpatri. Attualmente, infatti, soltanto una parte delle persone raggiunte da un ordine di lasciare il territorio europeo viene effettivamente rimpatriata. Bruxelles punta quindi a rendere più rapide e incisive le procedure, in un contesto politico segnato dalla crescente attenzione dell'opinione pubblica verso il tema dell'immigrazione e dall'avanzata dei partiti contrari alle politiche migratorie tradizionali.

Secondo il commissario europeo agli Affari interni, Magnus Brunner, la riforma consentirà di garantire che chi non ha titolo per restare nell'Unione venga realmente rimpatriato.

I centri di rimpatrio fuori dall'UE

La misura più innovativa e controversa del regolamento riguarda la possibilità per gli Stati membri di creare centri di rimpatrio in Paesi extraeuropei. Attraverso accordi bilaterali con Stati terzi, i governi potranno trasferire migranti irregolari in apposite strutture situate fuori dai confini dell'Unione.

Questi "return hubs" potranno fungere sia da centri di transito sia da strutture nelle quali i migranti potrebbero rimanere per periodi più lunghi in attesa del rimpatrio definitivo.

Si tratta di una netta discontinuità rispetto alle regole attuali, che consentono generalmente il rimpatrio soltanto verso il Paese d'origine o verso Stati con cui il migrante abbia legami comprovati. Con il nuovo sistema, questo requisito verrebbe meno. Le famiglie con figli potrebbero essere trasferite nei centri, mentre i minori non accompagnati resterebbero esclusi dalla misura.

Le critiche delle organizzazioni umanitarie

La proposta ha suscitato una forte opposizione da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Oltre 250 associazioni della società civile hanno chiesto alle istituzioni europee di respingere il regolamento, denunciando il rischio di creare una rete di strutture offshore con garanzie limitate per i migranti.

Secondo i critici, il trasferimento in Paesi con cui le persone non hanno alcun legame potrebbe compromettere l'accesso alla tutela legale e ai diritti fondamentali. Le ONG contestano inoltre l'efficacia della misura, sostenendo che i centri di rimpatrio difficilmente riusciranno a incidere in modo significativo sui flussi migratori.

Tra gli esempi più citati c'è il progetto italiano in Albania, che finora ha registrato numeri molto inferiori rispetto alle previsioni iniziali.

Trattenimenti più lunghi e ricorsi limitati

Il regolamento introduce anche altre modifiche rilevanti. Le autorità nazionali potranno effettuare controlli e perquisizioni nei luoghi di residenza dei migranti irregolari per agevolarne il rintraccio.

Cambiano inoltre le regole sui ricorsi contro gli ordini di espulsione. Attualmente, la presentazione di un'impugnazione comporta nella maggior parte dei casi la sospensione automatica del rimpatrio. Con la riforma, questa protezione verrebbe eliminata e spetterebbe ai giudici decidere caso per caso se bloccare l'espulsione.

Viene inoltre esteso il periodo massimo di trattenimento amministrativo in attesa del rimpatrio, che passerebbe dagli attuali sei mesi fino a un massimo di due anni. Per le persone considerate una minaccia alla sicurezza potrebbero essere previste misure ancora più severe.

Anche i divieti di reingresso nell'Unione europea saranno rafforzati: nella maggior parte dei casi passeranno da cinque a dieci anni, con la possibilità di introdurre interdizioni permanenti per i soggetti ritenuti pericolosi.

Una nuova fase della politica migratoria europea

La riforma rappresenta uno dei cambiamenti più significativi della politica migratoria europea degli ultimi decenni. Durante il secondo mandato della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l'attenzione si è progressivamente spostata dalla gestione interna dei flussi migratori al rafforzamento delle procedure di rimpatrio.

Se l'accordo politico verrà raggiunto, il testo dovrà essere formalmente approvato sia dal Parlamento europeo sia dal Consiglio dell'UE prima di entrare definitivamente in vigore. Tuttavia, l'intesa appare ormai vicina e potrebbe segnare l'inizio di una nuova stagione nella gestione dell'immigrazione in Europa.

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