Il monastero di San Charbel sui monti del Libano settentrionale accoglie la visita del primo Pontefice statunitense della storia. Meta di pellegrini in cerca di miracoli, l'abbazia è un centro di venerazione interreligiosa che incarna lo spirito ecumenico del viaggio di Leone XIV
Una delle tappe più importanti del primo viaggio pontificale diLeone XIV nel Levante, organizzato per i 1700 anni del Concilio di Nicea, è la visita al monastero libanese di San Marone e San Charbel di Annaya.
Dopo Beirut, il Papa si sposta a nord, a 1.200 metri di altitudine sui monti dell’entroterra di Byblos, dove sorge un’abbazia considerata simbolo della religiosità libanese e dello spirito ecumenico, cheè al centro del viaggio di Leone XIV e delle celebrazioni di Iznik.
Nicea fu infatti il primo grande momento di composizione unitaria della cristianità, prima degli scismi e della nascita dell’Islam che avvenero nei secoli successivi.
Il monastero di Annaya custodisce la tomba di San Charbel Makhluf, monaco eremita del XIX secolo, canonizzato da Paolo VI nel 1977. Dopo la morte nel 1898, a Charbel sono stati attribuiti numerosi miracoli che hanno trasformato Annaya in un luogo santo frequentato specialmente da disabili e ammalati
Il miracolo più noto è la guarigione nel 1993 di una donna paralitica, secondo le autorità ecclesiastiche ottenuta tramite l’olio santo di Annaya. Per questo la figura di Charbel, pur essendo un santo cattolico-maronita, è venerata anche dai cristiani ortodossi, e profondamente rispettata da musulmani e drusi. La preghiera di Leone XIV assume dunque un valore di messaggio spirituale e politico dal Medioriente all’Europa Centrale e Orientale.
Il sito è uno dei numerosi luoghi sacri che si trovano tra Libano e Siria dedicati a San Marone, eremita del IV secolo dal cui culto si formò la Chiesa Maronita.
Il Vaticano cerca un ruolo di mediazione
Dopo le celebrazioni a Iznik (l’antica Nicea), Annaya diventa, per la Chiesa cattolica e per la diplomazia vaticana, il luogo ideale per inaugurare il ruolo di pacificazione che Leone XIV vuole assumere nella cosiddetta “guerra mondiale a pezzi”, concetto già formulato da Papa Francesco.
Giovedì ad Ankara, alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il Papa ha dichiarato: “La guerra mondiale a pezzi è una deriva da fermare. Ne va del futuro dell’umanità”, auspicando un ruolo della Turchia come fattore distabilità.
Padre Youssef Matta, rappresentante del monastero, spiega a Euronews: “La preghiera del Santo Padre in un luogo venerato da cristiani e musulmani è un potente atto che invoca una guarigione morale e spirituale. Rafforza il ruolo unico del Libano come terra di coesistenza”.
A livello geopolitico, aggiunge: “La presenza del Papa è una risorsa morale inestimabile, anche se non è un mediatore diretto”.
Il viaggio in Libano era previsto nell’agenda pastorale di Francesco, ma venne annullato nel 2024 per le incursioni militari israeliane. La Chiesa maronita auspica che questa volta la presenza pontificia “costringa gli attori a una pausa di riflessione”.
Domenica 23 novembre un attacco israeliano nella periferia sud di Beirut ha ucciso il comandante di Hezbollah Ali Tabtabai e altre quattro persone, nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti lo scorso anno.
Trovare l'unità ecumenica ad Annaya
Il percorso del Papa — Ankara, Beirut, Nicea e ora Annaya — delinea un tracciato che va oltre la cristianità mediorientale, toccando anche l’ortodossia e il conflitto tra Russia e Ucraina.
Il messaggio rivolto alle Chiese d’Oriente è quello dell’unità, espresso nel motto di Leone XIV: “Nell’Unico Cristo siamo uno”, tratto da un Sermone di Sant’Agostino, Papa Leone era per l’appunto un membro dell'ordine agostiniano.
Il motto è un invito esplicito a superare le divisioni nate dagli scismi, in particolare quello del 1054, che separò cattolici e ortodossi.
Secondo padre Matta, questo viaggio ecumenico e politico potrebbe inaugurare una fase di ricomposizione dogmatica del cristianesimo, guardando anche al dialogo con l’Islam su di un piano strettamente politico e umano.
Un dialogo aperto potrebbe favorire “una pace non solo in Medioriente, ma anche tra Russia e Ucraina”, conclude padre Matta.