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Il piano di Francia e Germania per la riforma dell'Ue

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Diritti d'autore Michael Sohn/Copyright 2022 The AP. All rights reserved
Diritti d'autore Michael Sohn/Copyright 2022 The AP. All rights reserved
Di Mared Gwyn Jones
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Germania e Francia hanno presentato, durante una riunione dei minsitri degli Affari europei a Bruxelles, una proposta di riforma dell'Ue, da attuare contestualmente all'allargamento a nuovi Paesi

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Il rapporto dei due Paesi, redatto da dodici esperti francesi e tedeschi, auspica una riforma delle istituzioni, dei trattati e del bilancio comunitario nel momento in cui Paesi come l'Ucraina, la Moldavia e i Balcani occidentali si preparano ad entrare nel blocco, con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel che ha persino fissato l'obiettivo dell'allargamento entro il 2030.

"Per ragioni geostrategiche, ora siamo costretti a pensare all'allargamento dell'Ue, soprattutto all'Ucraina, con conseguenze per le istituzioni, le politiche e il bilancio ", ha dichiarato a Euronews Olivier Costa, direttore degli studi del College of Europe e uno dei correlatori del rapporto.

Gli autori affermano che tra le riforme necessarie potrebbero esserci regole più severe sullo Stato di diritto, nuove procedure di voto al Consiglio europeo e un bilancio dell'Ue più ampio. I 27 capi di Stato e di governo dell'Ue dovrebbero prendere in considerazione il documento durante un vertice informale a Granada, in Spagna, nel mese di ottobre.

Integrazione graduale

Il documento, riportato per la prima volta dal sito Contexte, fa riferimento al noto concetto di "integrazione graduale" dei Paesi candidati nelle politiche dell'Ue. In agosto, Michel ha indicato l'energia, il mercato unico, la sicurezza e la difesa come alcune delle aree politiche di progressiva integrazione.

Inoltre, propone un blocco a più livelli composto da una cerchia interna di Paesi dell'Unione inclini a maggiore integrazione, l'Ue stessa com'è ora, i Paesi associati del mercato unico e infine la Comunità politica europea, composta da 44 Paesi.

"Forse alcuni Paesi al di fuori dell'Ue non vogliono o non possono aderire come membri a pieno titolo e gradirebbero essere associati in un altro modo", ha spiegato Costa.

"E forse alcuni Paesi all'interno dell'Ue non vogliono avanzare su alcune politiche e c'è bisogno di permettere a una 'coalizione di volenterosi' di fare di più". Potremmo anche trovarci in una situazione in cui alcuni Stati membri attuali non sarebbero più interessati a far parte di un'Ue di questo tipo, o si sentirebbero più a loro agio in un altro consorzio internazionale".

La proposta suggerisce che una piccola coalizione di Paesi "volenterosi" possa essere in grado di portare avanti le decisioni politiche ed economiche, anche se gli altri membri non sono d'accordo.

"Se l'Ucraina entra a far parte dell'Ue, la maggior parte degli Stati membri diventerà improvvisamente contribuente netto e non riceverà più fondi"
Olivier Costa
Coautore del rapporto e direttore degli studi al College of Europe

Riforme dei trattati, del processo decisionale e delle elezioni

Il documento espone idee che consentirebbero all'Unione di allargarsi senza necessariamente modificare i suoi trattati, cosa che richiederebbe il sostegno unanime dei 27 Stati membri e un lungo processo di ratifica.

Il documento ipotizza anche un potenziale "trattato di riforma supplementare", che consentirebbe agli Stati "volenterosi" di procedere con la riforma dei trattati senza l'appoggio di quelli più scettici.

Una delle altre questioni controverse è come adattare le procedure decisionali: gli autori raccomandano un maggior numero di votazioni a maggioranza piuttosto che all'unanimità  Consiglio, anche per le decisioni chiave in materia di politica estera e di difesa

Ciò significherebbe che i Paesi dell'Ue non sarebbero più in grado di porre il veto su  sanzioni economiche, fornitura di armi o sostegno finanziario all'Ucraina, come ha fatto l'Ungheria in passato.

Suggeriscono inoltre di modificare la soglia per la cosiddetta maggioranza qualificata: al 60% dei Paesi che rappresentano il 60% della popolazione dell'Ue, dall'attuale 55% dei Paesi con il 65% della popolazione.

Secondo il rapporto, il Parlamento europeo dovrebbe essere limitato a un massimo di 751 seggi e le elezioni europee dovrebbero essere coerenti tra gli Stati membri. Si raccomanda poi di ridurre il numero dei Commissari o di introdurre una gerarchia all'interno del Collegio per garantire un processo decisionale più rapido.

Revisione del bilancio e Stato di diritto

Il rapporto affronta anche la spinosa questione del bilancio e della distribuzione dei fondi in un'Unione allargata a più Paesi membri.

"Se l'Ucraina entra a far parte dell'Ue, la maggior parte degli Stati membri diventerà improvvisamente contribuente netto e non riceverà più fondi, e tutto si sposterà verso Est. quindi se vogliamo risolvere questa situazione, abbiamo bisogno di un bilancio più corposo".

Secondo il documento, il bilancio dovrebbe essere di dimensioni maggiori, con una maggiore flessibilità nelle decisioni di spesa e strumenti di debito comuni. Gruppi più piccoli di Paesi all'interno del blocco potrebbero anche stipulare "accordi di finanziamento intergovernativi" per portare avanti i propri piani di spesa.

Un'Ue allargata avrebbe anche bisogno di regole più severe per proteggere i suoi valori fondamentali, ovvero la democrazia e lo Stato di diritto. Gli attuali Paesi candidati, tra cui l'Ucraina, devono combattere la corruzione, attuare riforme giudiziarie e rafforzare la libertà dei media come parte del processo di adesione, ma molti temono che proprio gli stessi valori siano in pericolo negli attuali Stati membri.

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Il rapporto chiede all'Ue maggiori poteri per sanzionare i Paesi per le violazioni dello Stato di diritto e altre dinamiche come il riciclaggio di denaro, trattenendo i fondi o escludendo i governi responsabili dalle procedure decisionali.

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