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“Per alcuni settori ci vorrà più tempo”: le sfide della transizione verso alternative prive di PFAS

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“Per alcuni settori ci vorrà più tempo”: le sfide della transizione verso alternative prive di PFAS
Diritti d'autore  Euronews
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Di Cyril Fourneris
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Con l’Unione europea impegnata nel dibattito su un’ampia limitazione dei cosiddetti “inquinanti eterni”, le imprese europee possono davvero operare facendo a meno dei PFAS?

All’Università di Stoccolma, il professor Ian Cousins e il suo team, impegnati nel progetto ZeroPM finanziato dal programma europeo Horizon 2020, hanno individuato 530 possibili sostituti chimici dei PFAS.

Romain Figuière, ricercatore francese che fa parte del progetto, ha censito più di 300 diversi “servizi” svolti dai PFAS in 18 settori economici principali.

“Gli impieghi dei PFAS vanno ben oltre i più noti esempi delle pentole antiaderenti e dell’abbigliamento outdoor impermeabile”, spiega Figuière. “Sono presenti nelle vernici e nei rivestimenti, nella lavorazione dei metalli, nella produzione farmaceutica, nei componenti automobilistici, nei telefoni cellulari, nei semiconduttori… Sono davvero ovunque.”

Elaborare una panoramica completa degli utilizzi dei PFAS e delle alternative si sta rivelando un compito estremamente complesso, poiché alcune composizioni molecolari e applicazioni restano coperte da segreti industriali gelosamente custoditi.

“Vengono sviluppate sempre più alternative, ma spesso rimangono nell’ombra, a meno che non le monitoriamo attivamente”, osserva Figuière. L’esperto auspica la creazione di una piattaforma aperta e collaborativa in cui aziende e ricercatori possano registrare le funzioni dei PFAS e i sostituti emergenti.

“Gran parte del nostro lavoro consiste nel verificare che le alternative proposte siano effettivamente più sicure, per evitare sostituzioni controproducenti”, ha spiegato il professor Cousins. “Rimpiazzare i PFAS con composti più biodegradabili poco conosciuti potrebbe generare nuovi problemi.”

Un cambiamento già in atto

La ONG svedese ChemSec ha lanciato un marketplace online che attualmente elenca più di 200 alternative ai PFAS disponibili in commercio per applicazioni industriali. Le aziende possono, ad esempio, trovare “Idrorepellenti senza fluoro per la finitura dei tessuti” o “Backsheet senza PFAS per pannelli solari”.

Jonatan Kleimark, direttore dei programmi di ChemSec, considera la transizione verso prodotti privi di PFAS come una grande opportunità economica: “L’industria chimica europea è altamente innovativa. Il resto del mondo avrà bisogno di queste alternative. Servono ora regolamentazioni forti per far muovere l’intero comparto.”

Con sede a Göteborg e coinvolta anche nel progetto ZeroPM, l’ONG affianca diverse aziende impegnate a ridurre o eliminare l’impiego di PFAS, tra cui Ikea, H&M e Marshall.

Marshall, l’azienda di Stoccolma che produce altoparlanti e cuffie, è riuscita a eliminare i PFAS dalla maggior parte delle applicazioni, come le plastiche utilizzate intorno a cavi e batterie, dopo diversi anni di intensa collaborazione con subappaltatori asiatici.

“Sapevano che non si trattava solo dell’ennesima specifica tecnica richiesta dai clienti. Hanno capito che ci stava davvero a cuore la qualità dell’acqua potabile e la salute dei loro figli”, afferma Anna Forsgren, responsabile della sostenibilità.

“Alla fine hanno trovato le soluzioni giuste, e questo ci ha dato una grande carica per non accettare mai un no come risposta”, aggiunge.

Tuttavia, Marshall deve ancora affrontare applicazioni particolarmente impegnative, soprattutto per batterie e semiconduttori. In vista delle future normative europee, Forsgren lamenta una sorta di atteggiamento attendista nel settore.

L’accento su ricerca e innovazione

Sono circa 10.000 le diverse sostanze PFAS che si stima circolino nel mercato europeo. La proposta di restrizione “universale”, avanzata da Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia e Svezia, ha suscitato una forte opposizione da parte di alcuni comparti industriali. I produttori mettono in guardia dai rischi per la competitività e per l’occupazione, nonché dai possibili rallentamenti delle transizioni verde e digitale.

La normativa in arrivo dovrebbe prevedere “deroghe transitorie” a tempo determinato per gli impieghi essenziali dove, allo stato attuale, non esistono alternative tecnicamente o economicamente praticabili.

I ricercatori dell’Università di Stoccolma non sono finora riusciti a individuare sostituti soddisfacenti per circa 80 applicazioni critiche, in particolare in determinati dispositivi medici, componenti digitali e batterie ad alte prestazioni.

Romain Figuière rimane ottimista: “Per alcuni settori la transizione richiederà più tempo, ma sono convinto che un’industria priva di PFAS sia possibile.”

Il professor Cousins afferma di seguire da vicino i negoziati: “Sarà molto interessante vedere quanto sarà ampio il compromesso e quale sarà la durata delle deroghe. Mi auguro che venga preservata l’ambizione iniziale del progetto di limitazione.”

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