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Cina e Uruguay rinnovano la partnership, da Xi frecciata agli Usa: no a "bullismo unilaterale"

Il presidente cinese Xi Jinping accoglie il presidente uruguaiano Yamandú Orsi a Pechino
Il presidente cinese Xi Jinping accoglie il presidente uruguaiano Yamandú Orsi a Pechino Diritti d'autore  EPA
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Di Marco Fazzini Agenzie: AFP
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il presidente cinese ha accolto l'omologo uruguaiano Yamandú Orsi a Pechino, con cui ha firmato dieci nuovi accordi commerciali. La Cina, chiamata a ridimensionare l'esercizio del soft power in America Latina dopo la cattura di Maduro e la linea dura di Trump, è il principale partner di Montevideo

Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto martedì un "mondo multipolare equo e ordinato" di fronte al "bullismo unilaterale", in quella che è sembrata una frecciatina agli Stati Uniti.

Xi ha parlato in occasione dei colloqui a Pechino con il presidente uruguaiano Yamandú Orsi, il primo leader sudamericano a visitare la Cina da quando le forze speciali statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro il mese scorso, intervento che Pechino ha condannato come una violazione della sovranità nazionale.

Orsi segue una serie di leader che hanno visitato la Cina negli ultimi mesi con l'obiettivo di rafforzare i legami con la seconda economia mondiale per proteggersi dall'imprevedibile amministrazione Trump.

"La situazione internazionale è piena di turbolenze intrecciate e le prepotenze unilaterali si stanno intensificando", ha detto Xi a Orsi, come riporta l'emittente statale CCTV.

La Cina "è disposta a rafforzare la solidarietà e la cooperazione con l'Uruguay nel Sud del mondo, a promuovere congiuntamente un mondo multipolare equo e ordinato e una globalizzazione economica inclusiva", ha affermato.

Il presidente cinese ha aggiunto che Pechino "sostiene i paesi dell'America Latina e dei Caraibi nella salvaguardia della loro sovranità, sicurezza e interessi di sviluppo".

La Cina non intende abbandonare l'America Latina

I due leader hanno firmato oltre dieci accordi di cooperazione in materia di commercio e promozione degli investimenti, oltre che una dichiarazione congiunta sul rafforzamento del partenariato strategico globale.

Xi ha affermato che le due parti esploreranno la cooperazione in settori emergenti come la tecnologia verde, l'economia digitale e l'intelligenza artificiale.

Per l'Uruguay la Cina è il principale partner commerciale, prima destinazione delle esportazioni e acquirente chiave di prodotti agricoli come soia e carne bovina.

Anche i marchi cinesi di veicoli elettrici hanno aumentato la loro quota di mercato nel Paese, rappresentando nel 2025 quasi un terzo delle vendite totali del settore.

Montevideo, che fa parte del blocco commerciale sudamericano Mercosur, insieme a Brasile, Argentina e Paraguay, ha già espresso interesse per un accordo commerciale indipendente con la Cina.

Una richiesta che ha suscitato l'opposizione degli altri membri, solo poche settimane dopo la firma dell'accordo di libero scambio con l'Ue che elimina i dazi doganali su oltre il 90 per cento degli scambi bilaterali, con particolare interesse per materie prime e prodotti agricoli.

L'imprevedibilità di Trump induce Pechino alla prudenza nelle Americhe

Un legame sempre più stretto stretto, quello con l'America Latina, tanto che Pechino ha investito miliardi alla ricerca di risorse naturali e attraverso la Belt and Road Initiative, anche nota come Nuova Via della Seta, il colossale programma infrastrutturale ed economico lanciato nel 2013 per estendere e rafforzare le rotte commerciali tramite reti terrestri e marittime.

Tra il 2005 e il 2022, Pechino ha investito 136 miliardi di dollari in America Latina.

L'Uruguay, membro dell'accordo dal 2018, è uno dei 22 Paesi sudamericani e caraibici che ne fanno parte e che vedono in Pechino il principale (per Brasile, Cile, Perù e appunto Uruguay) o il secondo partner commerciale (per Argentina e Colombia).

Il programma ha visto anche stringere accordi nell'ambito dell'industria bellica, da sempre appannaggio degli Stati Uniti, con Venezuela, Bolivia ed Ecuador.

Lo stesso Venezuela, prima dell'intervento militare statunitense, era diventato strategico nell'ambito dell'estrazione di risorse naturali. Sotto Maduro, il Paese forniva tramite il petrolio le necessarie garanzie per i generosi prestiti cinesi.

La situazione è mutata dopo la cattura di Maduro. Il governo ad interim di Delcy Rodríguez ha rapidamente approvato le riforme del settore petrolifero, in quella che gli analisti hanno descritto come una legge fortemente influenzata da Washington.

Le aziende private possono ora operare in modo indipendente nel settore e sull'esplorazione di nuovi giacimenti, su cui è venuto meno il controllo statale, e gli Stati Uniti, che hanno già sequestrato e venduto direttamente parte del petrolio venezuelano, hanno sostanziale carta bianca.

Strade, porti (basti pensare a quello colossale di Chancay, in Perù), miniere, parchi solari, dighe, fabbriche di ricambi per auto elettriche e un generale clima di collaborazione redditizia per Pechino e i partner sudamericani sviluppatosi quando gli Usa hanno abbassato l'attenzione su quello che avevano sempre considerato il "cortile di casa".

Ora, la rinnovata linea dura di Trump, che ha già minacciato Colombia e Ecuador (due tra i Paesi che più hanno beneficiato degli yuan di Pechino), l'intervento in Venezuela e la disputa giudiziaria sulle concessioni in sostanziale monopolio dei porti lungo il canale di Panama sembrano aver aperto un nuovo capitolo per la Cina, che potrebbe dover rimodulare l'esercizio del soft power nel continente latinoamericano.

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