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In Italia il nucleare tenta di rientrare dalla porta di servizio, le scorie restano il vero inciampo

La centrale nucleare di Tricastin, venerdì 25 novembre 2011 a Pierrelatte, nel sud della Francia
La centrale nucleare di Tricastin, venerdì 25 novembre 2011 a Pierrelatte, nel sud della Francia Diritti d'autore  Lionel Bonaventure/AP
Diritti d'autore Lionel Bonaventure/AP
Di Stefania De Michele
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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L’Italia esplora il nucleare di nuova generazione con la joint venture Nuclitalia, ma il Paese resta diviso. Un’analisi sul paradosso energetico italiano e la corsa europea all’energia

Per decenni l’Italia lo ha respinto a colpi di referendum. Oggi, complice una congiuntura energetica segnata da crisi geopolitiche, gas caro e competizione globale sulle risorse, il nucleare tenta di rientrare nel dibattito nazionale dalla porta di servizio. Non come scelta esplicita, non come programma industriale dichiarato, ma sotto forma di studio, analisi e “opzione futura”.

È in questo spazio ambiguo che nasce Nuclitalia, la nuova società costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per esplorare lo sviluppo di reattori nucleari di nuova generazione in Italia.

Il messaggio politico è chiaro: senza smentire formalmente i due referendum che hanno chiuso la stagione dell’atomo, il Paese prova comunque a non restare tagliato fuori dalla partita europea sull’energia. Una mossa prudente, quasi laterale, che racconta più le fragilità del sistema energetico italiano che una reale svolta strategica.

Nuclitalia, il ritorno dell’atomo sotto forma di ricerca

La joint venture, attesa dalla fine del 2024 e ora formalmente costituita, vede Enel come azionista di maggioranza con il 51 per cento, seguita da Ansaldo Energia con il 39 per cento e Leonardo con il 10 per cento. Nuclitalia nasce come società a responsabilità limitata con un mandato preciso: analizzare le tecnologie più avanzate del cosiddetto nuovo nucleare e valutare le opportunità di mercato per l’Italia.

L’obiettivo non è costruire domani una centrale, ma capire se e come il Paese possa rientrare, in prospettiva, nel nucleare civile attraverso soluzioni più piccole e flessibili rispetto ai reattori del passato.

Il focus iniziale sarà sugli Small Modular Reactor raffreddati ad acqua, oggi considerati la frontiera più matura del settore. Questi reattori, più piccoli e modulari rispetto agli impianti tradizionali, offrono vantaggi in termini di sicurezza, costi più contenuti e tempi di realizzazione più brevi, rendendoli particolarmente adatti a Paesi come l’Italia, che non sviluppano da decenni tecnologia nucleare propria. Il lavoro consisterà nel selezionare, tra i progetti già esistenti a livello internazionale, quelli più adatti alle esigenze del sistema Paese, dopo un’analisi tecnica ed economica approfondita.

La guida della società è affidata a un consiglio di amministrazione di sette membri presieduto da Ferruccio Resta, già rettore del Politecnico di Milano. Amministratore delegato è Luca Mastrantonio, responsabile della Nuclear Innovation di Enel. Accanto a loro siedono manager provenienti dalle aziende azioniste, con il compito di valorizzare le competenze industriali italiane e valutare possibili partnership e progetti di co-design con operatori esteri.

Il paradosso italiano: niente centrali, ma elettricità nucleare

L’Italia vive una contraddizione evidente. Non produce energia nucleare sul proprio territorio, ma ne consuma indirettamente una parte significativa importandola dall'estero, soprattutto dalla Francia e dalla Svizzera.

Nel 2024 l’Italia ha confermato la sua posizione di primo importatore netto di elettricità in Europa, con circa 51 TWh importati su un totale di 312 TWh di consumo nazionale, pari a circa 16,3 per cento del fabbisogno elettrico soddisfatto dall'estero.

Di questi volumi importati, circa il 42 per cento proviene dalla Francia e un ulteriore 30 per cento dalla Svizzera, il cui mix energetico comprende una quota significativa di nucleare e idroelettrico, rendendo così gran parte dell’elettricità importata italiana indirettamente “nucleare” o comunque non prodotta internamente.

Allo stesso tempo l’Italia resta fortemente dipendente dal gas naturale per la produzione interna di energia: nel 2024 circa 44 per cento della generazione elettrica nazionale è stata coperta dal gas, che è quasi interamente importato (oltre il 95 per cento del fabbisogno gas nazionale viene dall'estero), lasciando l’economia vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi e alle tensioni geopolitiche sui mercati delle materie prime.

Nuclitalia si inserisce in questo paradosso come tentativo di riaprire una riflessione di lungo periodo, senza mettere in discussione nell'immediato l’assetto esistente e la forte dipendenza dalle importazioni elettriche e di gas.

La frattura con la popolazione e il nodo delle scorie pregresse

Il vero punto critico resta il rapporto con l’opinione pubblica. I due referendum che hanno chiuso la stagione nucleare italiana hanno lasciato un’eredità culturale profonda. Ancora oggi una larga parte della popolazione guarda con sospetto a qualsiasi ipotesi di ritorno all'atomo, soprattutto quando il discorso si sposta sulla gestione delle scorie radioattive.

L’Italia non ha ancora un deposito nazionale per i rifiuti nucleari, e ogni ipotesi di localizzazione incontra l’opposizione dei territori coinvolti. Al momento sono state individuate circa 51 aree potenzialmente idonee per ospitare il deposito, ma nessuna è stata ancora approvata definitivamente, e il governo punta a ottenere l’Autorizzazione unica per il sito entro il 2029, con una possibile entrata in esercizio dell’impianto non prima del 2039.

Le scorie esistono, sono già presenti in depositi temporanei o all'estero, e secondo dati ufficiali sono oltre 32.000 metri cubi nel Paese, ma politicamente restano un problema da spostare più che da risolvere. La domanda implicita, che accompagna ogni discussione sul nuovo nucleare, resta la stessa: sotto quale tappeto finiranno le scorie, soprattutto quelle pregresse?

La spinta arriva dalla crisi del gas e dalla geopolitica

Il contesto europeo è stato straordinariamente scosso dalla guerra in Ucraina e dalle successive tensioni geopolitiche, che hanno trasformato il mercato dell’energia in una questione di sicurezza nazionale oltre che economica. Dal 2022 l’Unione europea ha ridotto drasticamente la sua dipendenza dalle forniture russe di gas: le importazioni da Mosca sono passate da circa il 45 per cento del totale nel 2021 a meno del 20 per cento nel 2024 grazie a sforzi di diversificazione e misure di efficienza, con l’obiettivo di eliminarle completamente entro la fine del 2027.

Nonostante questa riduzione, l’Ue resta vulnerabile alle oscillazioni dei mercati globali e alle dinamiche geopolitiche, come dimostra il piano REPowerEU della Commissione, che mira a tagliare progressivamente tutte le importazioni russe di gas e petrolio entro il 2027 per ridurre i rischi di ricatto energetico e garantire stabilità degli approvvigionamenti.

In parallelo, l’Europa è entrata in una vera e propria competizione per le risorse energetiche, cercando di bilanciare sicurezza degli approvvigionamenti, clima e costi. In questo quadro, il nucleare — grazie alla sua capacità di fornire elettricità stabile, programmabile e a basse emissioni di CO2 — è stato rivalutato da numerosi governi come complemento alle rinnovabili per rafforzare la resilienza del sistema energetico europeo. La decisione dell’Unione europea di includere l’energia nucleare nella propria tassonomia degli investimenti verdi, pur con condizioni stringenti su sicurezza e gestione delle scorie, ha segnato una conferma politica di questa rivalutazione.

Un’Europa divisa, ma sempre più atomica

Il quadro europeo resta fortemente frammentato, ma in movimento. La Francia continua a puntare sull'atomo come cardine della propria sicurezza energetica: oggi circa il 67 per cento dell’elettricità francese è generato da nucleare, grazie a oltre 56 reattori operativi, e Parigi sta programmando la costruzione di nuovi impianti per mantenere la propria capacità fino alla metà del secolo.

Al contrario, la Germania ha completato la chiusura delle sue centrali nucleari nell'aprile del 2023, ponendo fine a oltre sessant'anni di produzione atomica e concentrandosi su rinnovabili e importazioni di elettricità. Tuttavia, il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato negli ultimi mesi che la decisione di abbandonare il nucleare è stata un “grave errore strategico”, sostenendo che il Paese si trova oggi con capacità insufficiente e costi energetici elevati, e ha espresso apertura verso nuove tecnologie atomiche come gli SMR.

Questa divergenza si riflette nelle politiche nazionali: alcuni Paesi dell’Europa centrale e settentrionale stanno valutando o pianificando investimenti in nuovi reattori per rafforzare la propria autonomia energetica, mentre altri, come il Belgio e la Svezia, hanno rivisto o posticipato piani di dismissione per non compromettere la sicurezza del sistema elettrico. Nel frattempo, la Spagna punta a chiudere gradualmente i propri impianti nucleari entro il 2035, in favore delle rinnovabili, con implicazioni significative sui prezzi e sulla stabilità delle forniture.

Questa divisione impedisce l’emergere di una strategia nucleare comune nell'Unione, ma non elimina il fatto che una quota rilevante dell’elettricità consumata in Europa provenga ancora dal nucleare — circa un quarto del totale europeo — e che molti governi lo considerino una componente necessaria per bilanciare rinnovabili intermittenti e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

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