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Quant'è difficile quantificare il fenomeno dei femminicidi in Italia e in Europa

La manifestazione a Padova in onore del femminicidio di Giulia Cecchettin, il 20 novembre
La manifestazione a Padova in onore del femminicidio di Giulia Cecchettin, il 20 novembre Diritti d'autore PIERO CRUCIATTI/AFP or licensors
Diritti d'autore PIERO CRUCIATTI/AFP or licensors
Di Michela Morsa
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Cristina Fabre Rosell, dell'Istituto europeo di uguaglianza di genere: "Serve un mandato legale europeo per una raccolta dati obbligatoria e omogenea". Il commento dell'eurodeputata Evin Incir, capo-negoziatrice della direttiva Ue contro la violenza di genere

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In Italia il femminicidio è un fenomeno tutt'altro che raro, con una media di una donna ogni tre giorni uccisa da un uomo a cui è legata per motivi familiari o affettivi. Eppure la morte di Giulia Cecchettin, la 22enne veneta uccisa con 20 coltellate dall'ex fidanzato Filippo Turetta l'11 novembre scorso, a pochi giorni dalla sua laurea, ha sconvolto l'opinione pubblica, monopolizzando il dibattito privato, politico e mediatico in maniera inedita. 

Tra le centinaia di commenti e riflessioni, sui social media e sulle testate giornalistiche sono rimbalzati dati, numeri e tendenze discordanti tra loro, e alcuni politici hanno azzardato dichiarazioni come: "L'Italia è fra i Paesi europei in cui il numero di femminicidi è meno alto" (la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella) o che negli ultimi anni "appaiono fortemente diminuiti" (il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Lucio Malan). Ma dati Istat e Eurostat smentiscono queste affermazioni: negli ultimi anni il numero dei femminicidi è rimasto piuttosto stabile e in linea con altri Paesi europei.

Dati imprecisi

Riguardo al numero assoluto di femminicidi aggiornato al 19 novembre, si è parlato di 106 donne uccise, ma anche di 87. La confusione deriva dai report sugli omicidi volontari in Italia che il Servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza emana ogni settimana. Le uniche due disaggregazioni del ministero dell'Interno utili a quantificare il fenomeno dei femminicidi, per il quale il Codice penale italiano non prevede un reato specifico, sono il sesso della vittima e se il reato è stato commesso nella sfera familiare-affettiva. 

Dall'ultimo aggiornamento, si legge che le vittime di omicidio di sesso femminile nel 2023 sono state finora 106. Di queste 87 sono state uccise in ambito familiare o affettivo e sono quindi chiaramente identificate come vittime di femminicidio, ossia l'omicidio di una donna in quanto donna (o "omicidio legato a motivazioni di genere"). In 55 di questi casi l'omicida era un partner o un ex partner. 

Questi dati hanno però un limite, perché non indicano gli altri criteri utili a individuare un femminicidiodefiniti nel marzo del 2022 dalla Commissione statistica delle Nazioni unite - per esempio quelli collegati a uno specifico modo violento di agire o in un contesto legato alle motivazioni di genere, che si possono presentare anche in un ambito esterno a quello familiare-affettivo, sebbene quest'ultimo sia quello numericamente più rilevante

Come spiega l'Istat in un rapporto uscito lo scorso aprile, "in Italia non sono disponibili tutte queste informazioni", dunque avere un quadro esaustivo del fenomeno è impossibile. Si potranno avere informazioni più dettagliate in futuro, dice l'Istat, grazie all'approvazione di una legge per migliorare le rilevazioni statistiche sulla violenza di genere con la collaborazione del ministero dell'Interno. 

Dati forniti dal Servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza
Dati forniti dal Servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezzaMinistero dell'Interno

Un confronto impossibile

Superare i confini italiani e fare un confronto attendibile e omogeneo con gli altri Paesi europei è ancora più complicato, soprattutto perché una raccolta dati fortemente lacunosa non è un problema solo italiano e non riguarda solo il femminicidio ma tutti i diversi tipi di violenza di genere, come evidenziato dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (Eige), che conduce ricerche e monitora le politiche sulla violenza contro le donne ed è considerato il principale riferimento statistico in materia. 

L'Eige, che ha stilato il suo ultimo report nel 2021 basandosi sui dati del 2018, i più completi attualmente disponibili, definisce il femminicidio allo stesso modo della Commissione statistica delle Nazioni unite, ma sottolinea come questa definizione non sia condivisa dai 27 Stati membri dell'Unione europea

Con diverse classificazioni a livello europeo, e quindi diversi metodi di registrazione dei femminicidi da Paese a Paese, non tutti gli Stati presentano la stessa specificità nei dati. E anche quando le misurazioni coincidono, resta il problema dell’incompletezza: i dati sono spesso imprecisi o non aggiornati.

"Date queste lacune, la nostra analisi si è dovuta ridurre all'ambito domestico. E solo 17 giurisdizioni su 30 - comprese le tre del Regno Unito, all'epoca ancora parte dell'Unione europea - sono state in grado di fornirci dati comparabili, perché esplicitavano il sesso della vittima e la sua relazione con l'aggressore", spiega Cristina Fabre Rosell dell'Eige, aggiungendo che solo la Spagna svolge una raccolta dati davvero esaustiva sul femminicidio

L'agenzia europea, infatti, sebbene cerchi di integrare i dati attraverso le informazioni raccolte dalle organizzazioni non governative e dai media dei singoli Paesi, si affida soprattutto ai database dell'Eurostat, l'unica istituzione dell'Unione europea che raccoglie dati sul crimine a livello comunitario. 

E come il ministero dell'Interno italiano, l'ufficio statistico raccoglie i numeri degli omicidi volontari disaggregandoli solo per sesso della vittima, per relazione familiare-affettiva e poi ancora solo per relazione affettiva, non misurando quindi i femminicidi commessi al di fuori di queste due categorie. "Ma ci sono Paesi che non procedono ad alcuna disaggregazione e altri che specificano l'ambito familiare ma non quello affettivo", aggiunge Fabre Rosell. Per sette Paesi dell'Unione europea(Portogallo, Polonia, Estonia, Lussemburgo, Danimarca, Irlanda e Belgio), non c'è alcun dato recente disponibile. 

I dati più aggiornati forniti dall'Eurostat, ma non disponibili per tutti i Paesi, sono quelli del 2021. 

I dati di alcuni Paesi europei
I dati di alcuni Paesi europeiEuronews
La media europea è di 0.39

I prossimi passi

L'Eige ha lanciato una nuova indagine sui femminicidi nel 2020, ma per i primi risultati bisognerà attendere il 2024. Nel frattempo, il Miir, l'Istituto mediterraneo per il giornalismo d'inchiesta - insieme alla rete di testate europee European data journalism network - ha creato un nuovo database sulla violenza di genere nei Paesi europei che copre gli anni 2010-2021, cercando di colmare il più possibile i vuoti. 

Secondo Fabre Rosell, rispetto al precedente report dell'Eige alcuni Paesi sono migliorati nella raccolta dati e nella loro disaggregazione, come il Portogallo o Cipro, ma c'è ancora molto da fare. Per quanto riguarda le tendenze, "c'è un aumento dei femminicidi in quasi tutti i Paesi". 

"Per avere un quadro più completo è indispensabile un mandato legale europeo, o almeno un compromesso politico ad alto livello", spiega Fabre Rosell. "L'ideale sarebbe che venisse approvata la direttiva sulla lotta alla violenza di genere in discussione in questo momento al Parlamento europeo, che include un articolo che rende obbligatoria la raccolta dati sulla violenza di genere tanto a livello amministrativo quanto statistico", aggiunge. 

E se non venisse approvata la direttiva, o comunque in attesa che i diversi Stati membri si adeguino, "è necessario che diventi obbligatorio fornire i dati all'Eurostat in maniera disaggregata e che ci sia una maggiore armonizzazione delle definizioni legali che riguardano la violenza di genere, almeno a fini statistici". 

Cosa fa l'Unione europea?

Il 1 giugno 2023, con una decisione storica del Consiglio dell'Ue e con sei anni di ritardo a causa della costante opposizione di vari Stati membri, l'Unione europea ha concluso il processo di adesione come entità transnazionale alla Convenzione di Istanbul, il primo testo internazionale legalmente vincolante che stabilisce i criteri per prevenire la violenza di genere. 

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Ciò fa seguito all'accordo del Parlamento europeo, che in precedenza aveva chiesto di l'inserimento della violenza contro le donne nell'elenco dei reati riconosciuti dall'Ue. A sua volta, il 25 novembre 2022 la Commissione europea aveva sollecitato il Parlamento europeo ad adottare la proposta di direttiva presentata nel marzo dello stesso anno per combattere la violenza contro le donne.

Tra le altre cose, la direttiva mira a stabilire standard minimi nella legislazione europea per criminalizzare alcuni tipi di violenza di genere, migliorare l'accesso alla giustizia delle vittime, fornendo sostegno e protezione, garantire il coordinamento tra i servizi coinvolti e lavorare sulla prevenzione.

La direttiva non prevede però il riconoscimento del femminicidio come fattispecie di reato. E finora solo Cipro, Malta, e per ultime quest'estate Croazia e Belgio hanno deciso di fare questo passo.

A distanza di un anno dai solleciti della Commissione, la direttiva è in discussione al Parlamento ed Euronews ha chiesto alla parlamentare svedese del gruppo dei Socialisti e democratici Evin Incir, una delle due capo-negoziatrici della proposta - l'altra è la deputata irlandese Frances Fitzgerald, quanto siamo lontani dall'approvazione della legge. 

"La maggior parte degli Stati membri ha preso posizione durante l'estate e ora stiamo negoziando il contenuto. Ma purtroppo molti Stati membri vogliono annacquare la proposta, di cui non riescono a comprendere l’importanza. Abbiamo un'enorme sfida e un'enorme lotta politica davanti a noi", spiega Incir, che sottolinea come la situazione sia in continua evoluzione. 

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"La Svezia ha cambiato posizione solo da un paio di settimane, come anche altri Stati. Ma ci sono ancora molti Paesi contrari: Francia, Germania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Malta, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Estonia, Slovacchia - elenca la deputata - e alcuni indecisi, come Austria, Romania e Portogallo". 

A generare questa forte opposizione è soprattutto l'intenzione di introdurre una legislazione sullo stupro basata sul concetto di consenso. Ma alcuni Paesi, come l'Ungheria e l'ormai ex governo polacco, "sono contrari perché non vogliono proprio la direttiva. Molti dei loro rappresentanti in Parlamento hanno persino affermato che non esiste il fenomeno della violenza maschile contro le donne".

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