Sudan, ancora combattimenti. Iniziano le prime evacuazioni di cittadini stranieri

Khartoum, Sudan
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Di Michela Morsa

La capitale Khartoum teatro di violenti scontri tra le due parti nonostante il cessate il fuoco. Diversi i Paesi che si stanno adoperando per evacuare il personale diplomatico. Entrambe le parti si sono dette disponibili a cooperare. I cittadini italiani presenti in Sudan sono almeno 250

Quattro milioni di persone barricate in casa. Gli abitanti di Khartoum continuano a essere ostaggi dei pesanti combattimenti in corso da ormai sette giorni nella capitale del Sudan tra l'esercito regolare del Paese, guidato da Abdel-Fattah Al-Burhan e la forza paramilitare Rsf, capitanata dal vicepresidente del Consiglio sovrano di transizione Mohamed Hamdan Dagalo. A nulla è servito l'accordo per un cessate il fuoco che sarebbe dovuto entrare in vigore venerdì mattina e durare per 72 ore, per permettere di celebrare la festività musulmana di Eid al-Fitr. 

I colpi di artiglieria hanno scosso la capitale sudanese per tutta la giornata di venerdì, perdendo intensità verso la tarda serata. Il bilancio delle vittime, monitorato dall'Organizzazione mondiale della Sanità, continua a salire drammaticamente. Sono state uccise più di 400 persone e ferite più di 3500, mentre un numero crescente di persone "è a corto di cibo, acqua ed energia", ha dichiarato l'ufficio umanitario delle Nazioni unite. 

Una risoluzione rapida del conflitto sembra lontana. Per questo, diversi Paesi hanno iniziato a pianificare l'evacuazione dei propri cittadini. Nella giornata di venerdì l'Rsf ha dichiarato di essere pronta ad aprire parzialmente tutti gli aeroporti del Sudan per consentire ai governi stranieri di evacuare i propri cittadini. Il gruppo ha affermato che "coopererà, coordinerà e fornirà tutte le strutture che consentiranno agli espatriati e alle missioni di lasciare il Paese in sicurezza". Ma non è chiaro in che misura l'Rsf controlli gli aeroporti sudanesi

Il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate sudanesi e di fatto presidente del Sudan, ha dichiarato alla tv panaraba Al-Arabiya che l'esercito ha il controllo di "tutti gli aeroporti, tranne quello di Khartoum" e quello di Nyala, la capitale del Darfurmeridionale. 

Inoltre sabato Dagalo ha dichiarato, attraverso un post sul suo account Facebook ufficiale, di aver ricevuto una telefonata dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. I due hanno "sottolineato la necessità  di aderire a un cessate il fuoco completo e di fornire protezione agli operatori umanitari e medici, in particolare al personale delle Nazioni Unite e alle organizzazioni regionali e internazionali". 

Nella tarda mattinata di sabato, anche Al-Burhan, il presidente de facto del Sudan, ha dichiarato che l'esercito aiuterà a evacuare i cittadini stranieri. Ha poi aggiunto che Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Cina evacueranno diplomatici e altri cittadini da Khartoum "nelle prossime ore". 

Venerdì Al-Burhan aveva sottolineato l'impegno dell'esercito regolare a favore di un governo guidato da civili, in un apparente tentativo di ottenere il sostegno internazionale. La violenza è stata innescata dal disaccordo tra i due generali proprio sul piano sostenuto a livello internazionale per la formazione di un nuovo governo civile, quattro anni dopo la caduta dell'autocrate Omar al-Bashir e due anni dopo il colpo di stato militare. Entrambe le parti accusano l'altra di aver ostacolato la transizione democratica. 

I piani di evacuazione

L'Unione europea si sta adoperando per una possibile evacuazione dei suoi cittadini. "Stiamo provando a coordinare un’operazione per evacuare i nostri civili dalla città, la cui situazione è ora ad alto rischio. Stiamo lavorando a differenti opzioni per evacuare le persone", ha riferito un funzionario di Bruxelles. "Al momento, la valutazione di coloro che operano sul campo, tra cui l’ambasciata Ue, è che non ci sono le condizioni di sicurezza per procedere con un’operazione di questo tipo", ha aggiunto. Un aereo spagnolo sarebbe pronto a Gibuti per trasportare 60 spagnoli e altri 20 cittadini di altre nazionalità.

Al momento, in Sudan, sarebbero presenti almeno 250 italiani, la maggior parte dei quali lavora come personale dell’ambasciata o per le organizzazioni non governative. La raccomandazione della Farnesina è di restare chiusi nelle proprie residenze, anche perché gli scontri stanno coinvolgendo anche le sedi diplomatiche e gli ospedali, che in teoria dovrebbero essere protetti dal Diritto internazionale umanitario.

La Corea del Sud ha già inviato soldati e aerei militari per l'evacuazione. Anche le forze armate giapponesi hanno già dato il via alle operazioni di evacuazione del proprio personale stanziato nel Paese. L’ambasciata di Tokyo era stata attaccata e saccheggiata. L'ambasciata dell'Arabia Saudita è già stata evacuata via terra a Port Sudan e da lì trasportata in aereo, mentre quella della Giordania seguirà un percorso simile.

Gli Stati Uniti hanno confermato il dispiegamento di truppe americane in Gibuti come misura preliminare per facilitare un'eventuale evacuazione del personale diplomatico, "in caso di necessità". Il portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, John Kirby, ha descritto la situazione nel Paese come "molto tesa", pertanto ha invitato i civili americani a "mettersi al sicuro". Poi, però, ha chiarito: "Stiamo semplicemente pre-posizionando alcune capacità aggiuntive nelle vicinanze, nel caso in cui fossero necessarie. Ma voglio sottolineare ancora una volta: non c’è stata alcuna decisione di procedere con alcun tipo di evacuazione in questo momento".

L'Arabia Saudita annuncia le prime evacuazioni

La prima nave, con "50 cittadini sauditi" e "alcuni cittadini dei Paesi alleati" ha attraccato al porto di Jeddah, in Arabia Saudita. "Altre quattro navi sono partite dal Sudan e si dirigono a Jeddah, con a bordo 108 persone originarie di 11 Paesi", ha dichiarato la televisione statale saudita Al-Ekhbariyah.

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