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La fine dell'Unione Sovietica: "chi oggi è allegro è imbecille"

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Di Paolo Alberto Valenti
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Mosca
Mosca   -   Diritti d'autore  Michail Gorbaciov congedo televisivo

Quando allo scrittore colombiano Alvaro Mutis (celebre non solo per aver innervato, sul finire del secolo scorso, il boom della letteratura latino-americana in Europa ma anche per essere stato grande amico del premio Nobel Gabriel García Márquez, tanto da esserne stato considerato a torto il ghostwriter) venne chiesto cosa ne pensasse del crollo del muro di Berlino e della dissoluzione dei regimi orientali, rispose con parole lapidarie: "Chi oggi è allegro è imbecille", e questo non perché fosse un intellettuale organico alle scelte socialiste.

Questa allegria della fine del comunismo è solo una grandissima imbecillità che si affianca alla pia illusione di credere che adesso siamo diventati tutti buoni
Alvaro Mutis

L'allegria della fine del comunismo

“Questa allegria della fine del comunismo è solo una grandissima imbecillità che si affianca alla pia illusione di credere che adesso siamo diventati tutti buoni - spiegava Mutis in un incontro a Vienna, nell’ottobre del 1991 in uno di quei tour in cui veniva a raccontare le prodezze del principale personaggio dei suoi romanzi, il vagabondo gabbiere Maqroll che sarebbe riuscito a incantare l’insieme dei lettori europei – Questa è un po’ l’opinione che si ascolta di questi tempi in America. Si pensa che adesso finirà anche la guerriglia o che cesseranno gli appoggi alle azioni dell’estremismo di sinistra, altro errore immenso perché i problemi economici del progresso sociale sono ancora del tutto insoluti e non si poteva certo pensare di risolverli attraverso l’attuazione dell’ideologia, del materialismo dialettico, del marxismo-leninismo. Adesso l’incubo è finito ma ci troviamo svegli davanti a un incubo ancora peggiore: la situazione dell’Europa dell’est, della Polonia, dell’Ungheria, della Romania, di tutti quelli che saranno i rottami del mondo comunista....”: concludeva Mutis.

La fine della guerra fredda

La dissoluzione del blocco sovietico decretò la conclusione delle tensioni della guerra fredda attribuendo blasoni morali a personaggi storici che spesso si limitarono a certificare il “suicidio” del proprio avversario, né c’è da credere che un osservatore lucido della storia del XX secolo avrebbe mai potuto pensare che l’Unione Sovietica fosse stata veramente il paradiso dei lavoratori o il paradiso “tout court” (cfr. “I rivoluzionari” di E.J. Hobsbawm). In definitiva anche la forsennata corsa agli armamenti che gli Stati Uniti ingaggiarono per sfiancare l’avversario appare a conti fatti un’altra assurdità visto che la rivoluzione internazionale del socialismo reale, l’incubo dell’effetto domino, non potevano che rimanere minacce relative davanti a una economia capitalistica globalmente trionfante e sempre in grado di battere vittoriosa il tempo della storia.

Il ruolo del Vaticano

Fra i grandi vincitori del comunismo viene repertoriato San Giovanni Paolo II, Papa sicuramente intransigente nell’applicare la variante vaticana della Ostpolitik (quella che in fondo Papa Bergoglio, con grande scandalo dei settori più conservatori della Chiesa, riserva attualmente al dialogo fra la Città del Vaticano e Pechino) e in questo modo giunse alla fine ad accogliere a braccia aperte il primo dicembre del 1989 quell’ultimo figlio della rivoluzione socialista che fu il vero artefice della conclusione del socialismo reale in Russia: Michail Gorbaciov.

Io non dubito delle buone intenzioni (del marxismo), però le buone intenzioni devono essere come in ogni atto umano ben sincronizzate col bene oggettivo, con l’ oggettività, cioè con la verità
Giovanni Paolo II

L'ideologia dell'uguaglianza alla base della rivoluzione

«Io non dubito – aveva detto Wojtyla nel 1987 – delle buone intenzioni (del marxismo), però le buone intenzioni devono essere come in ogni atto umano ben sincronizzate col bene oggettivo, con l’ oggettività, cioè con la verità. E invece tutti coloro che questo sistema totalitario ha toccato in un modo o nell’altro – ebbe a dire il 10 gennaio 1992, parlando al Pontificio consiglio per la cultura – i suoi responsabili e i suoi partigiani come i suoi più irriducibili oppositori, sono divenute le sue vittime».

Affermazione che non avrebbe minimamente impedito allo stesso Papa Wojtyla di recarsi a Cuba nel 1998 in quella visita storica che per gli esuli cubani resta un’onta nella storia del cattolicesimo e che pure rientra perfettamente nelle prerogative di un Papa che in un modo o in un altro è stato costretto a “patteggiare” con alcuni dei dittatori che hanno afflitto la storia dell’’umanità nel XX secolo (vedi visita di Wojtyla al Cile del golpista criminale Augusto Pinochet).

L'indulgenza occidentale nei confronti della Mosca sovietica

L’indulgenza che l’inteligencija occidentale esercitò nei confronti dei diversi regimi di chiara ispirazione socialista è in linea col prevalente giudizio storico che non volle fare di tutti i regimi socialisti uno stesso fascio e nemmeno permettersi di renderli del tutto equivalenti alle peggiori dittature nazi-fasciste. Lo stesso Ronald Reagan, che aveva coniato per l’Unione Sovietica la definizione dell’Impero del Male, fu insieme a Gorbaciov il sorridente liquidatore della guerra fredda, con quel processo a tappe in cui spicca la firma nel dicembre del 1987 dell’INF (Intermediate-Range-Nuclear Forces Treaty) che rappresentò il maggior passo verso una vera distensione con la riduzione degli arsenali nucleari.

Il leviatano prossimo alla fine

Quando, nella primavera del 1985, Michail Gorbaciov assunse la carica di segretario generale del PCUS dopo la lunga stagione di Brežnev (1964-1982) e i brevi mandati di J. Andropov (1982-1984) e K. Černenko (1984-1985), era relativamente difficile prevedere che l'URSS sarebbe scomparsa così rapidamente. Eppure chi in quegli anni frequentava Mosca a vario titolo non poteva non notare l’affanno generalizzato in cui si dibatteva l’intero sistema collettivista: il leviatano era prossimo alla fine.

Esponente dell'ala riformista del PCUS, Gorbaciov vedeva tutti i limiti dell’epopea socialista e si sentiva costretto ad avviare quel vasto programma di rinnovamento dell'intero sistema. Gorbaciov tentò di scuotere i cardini di un potere mummificato che aveva sclerotizzato un’intera parte del mondo ed aveva scelto di reprimere le rivolte che, sull’onda della destalinizzazione crusceviana e le aspirazioni della gioventù sessantottesca, ambiva ad un mondo migliore, quello che innalzando proprio la bandiera rossa aveva castigato gli Stati Uniti nella guerra del Vietnam.

Ascesa e sconfitta dell'eroe della Perestrojka

Eppure riformare dall'interno il sistema nato dalla Rivoluzione d'ottobre, eliminarne le degenerazioni, gli errori, le rigidità, il conservatorismo sarebbe stato proprio come arare il mare. Nel suo libro Perestrojka l’ultimo zar dei soviet scriveva così nel 1988: “Perestrojka significa vincere il processo di stagnazione, spezzare il meccanismo frenante[…] per accelerare il progresso sociale ed economico. Perestrojka significa iniziativa di massa. È lo sviluppo della democrazia, dell'autogoverno socialista, l'incoraggiamento dell'iniziativa e dell'attività creativa, ... una maggiore glasnost, la critica e l'autocritica in tutte le sfere della nostra società. […] Perestrojka significa l'eliminazione dalla società delle distorsioni dell'etica socialista. […] Il risultato finale della perestrojka è un rinnovamento totale di ogni aspetto della vita sovietica”. Perestrojka e glasnost si scontrarono con ampi settori di interessi consolidati, con le postazioni privilegiate dei rigidi apparati burocratico-centralistici, con i caporioni della nomenklatura e non solo.

Il cambio del vessillo

Quando nel 1989 vengono autorizzati gli scioperi, l’impero socialista inizia a decomporsi favorendo anche le esplosioni dei conflitti etnici (Nagorno Karabakh). La bandiera rossa con la falce e il martello, che gloriosa aveva domato la barbarie nazifascista, venne ammainata dal pennone più alto del Cremlino il 25 dicembre del 1991. L’Unione Sovietica non esisteva più.