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Kabul, viaggio nell'inferno degli afghani in attesa di essere evacuati

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Di Giorgia Orlandi
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Aeroporto di Kabul
Aeroporto di Kabul   -   Diritti d'autore  AP Photo
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“Mia figlia calpestata dalla folla”: un evacuato afghano arrivato in Italia racconta a Euronews il dramma della fuga e dei giorni trascorsi all’aereoporto di Kabul in attesa di un volo per l’Europa.

La storia di chi è riuscito a lasciare l'Afghanistan

Nei giorni in cui le evacuazioni dall’Afghanistan sono diventate una corsa contro il tempo, le testimonianze di chi ne ha avuto esperienza diretta raccontano il dramma di chi è pronto a tutto pur di non vivere sotto i talebani. Disperazione, code infinite di persone intrappolate nella morsa della folla che cercano di aprirsi un varco per riuscire a prendere un volo per fuggire dall’Afghanistan. Sono queste le scene che in questi giorni arrivano dall’aeroporto di Kabul. Di recente i talebani hanno annunciato di aver deciso di consentire l’accesso all’unica via di fuga dal paese ai soli cittadini stranieri.

Siamo riusciti a raggiungere via Skype uno dei pochi fortunati. Un cittadino di nazionalità afghana atterrato da pochi giorni in Italia insieme alla famiglia. Con l’arrivo dei talebani la vita di M. così lo chiameremo per non rivelare la sua identità, era in pericolo. Lui infatti fa parte di quel gruppo di afghani che hanno lavorato a Kabul per le forze alleate straniere.

"Ho detto alla mia famiglia che dovevamo raggiungere l'aeroporto perché la nostra vita era in pericolo - racconta M. - Ho detto loro che se i talebani mi avessero trovato mi avrebbero ucciso perché lavoravo per gli italiani e per l'ambasciata italiana. Dovevamo partire. Non ho lasciato niente a casa ho bruciato tutto, tutti i miei documenti".

M. e la sua famiglia hanno ancora gli abiti del giorno della partenza. Le loro valige con gli effetti personali sono ancora a Kabul. Una volta giunto all’aereoporto M. ha dovuto aspettare tre giorni prima di partire, non voleva farlo senza la moglie e i due figli che lo hanno raggiunto in un secondo momento. Ci racconta gli attimi terribili di quei giorni di attesa.

La folla impazzita all'aeroporto di Kabul

“C’era la folla delle persone che volevano avere accesso al gate, mia moglie non è riuscita a controllare mia figlia, lei è caduta a terra, la gente era sopra di lei per fortuna non si è fatta male. Il giorno dopo faceva caldo, sotto il sole senza bere senza mangiare .. i miei due figli maschi sono svenuti”

M. è originario del Panjshir, l’ultima roccaforte della resistenza contro il regime talebano. Questo, ci spiega, è un ulteriore motivo per il quale lui e la sua famiglia sono particolarmente a rischio.
I suoi genitori troppo anziani per raggiungere Kabul, vivono ancora lì: "Se un giorno loro (i talebani) catturano I miei genitori e gli dicono: 'Se tuo figlio non torna, vi uccidiamo' io torno volentieri in Afghanistan per salvare la vita dei miei genitori. Io non ho paura della morte”

Gli sforzi delle associazioni operative in Afghanistan

Con il termine imposto dagli Stati Uniti del 31 agosto, le evacuazioni sono diventate una corsa contro il tempo.
Pangea è una onlus che da anni lavora per aiutare donne e bambini. In questi giorni la fondazione si è impegnata notte e giorno per garantire l’evacuazione dei propri collaboratori, ma anche di molti civili.

Nonostante l’emergenza, la speranza – come ci spiega Luca Lopresti, presidente di “Pangea Onlus” - è che il lavoro svolto in questi anni sia servito a creare una nuova sensibiltà e consapevolezza tra le donne afghane in grado di aiutarle a resistere al regime talebano.
Quando M. invece guarda al futuro, ci racconta di sentirsi sicuro in Italia, ma di sognare di poter un giorno tornare in Afghanistan nella speranza che il paese torni libero.