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Dalla guerra al fianco dei curdi alle carceri bielorusse: l'incubo di un italiano arrestato a Minsk

La cella di Claudio Locatelli, nelle prime ore di detenzione
La cella di Claudio Locatelli, nelle prime ore di detenzione   -   Diritti d'autore  Claudio Locatelli
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Digiuno forzato, deprivazione del sonno, torture psicologiche e umiliazioni.

Sono le sessanta ore da incubo da cui è reduce Claudio Locatelli, il giovane atleta, giornalista e attivista italiano appena liberato da un centro di detenzione di Minsk, dove è finito nella notte della scorsa domenica, mentre in città infuriavano le proteste esplose dopo la contestata rielezione di Aljaksandr Lukašėnko.

Personaggio incredibilmente poliedrico, che divide il suo tempo tra l'attività sportiva agonistica e il reportage giornalistico sul campo, Locatelli è divenuto famoso in Italia qualche anno fa, quando - insieme ad altri volontari di tutto il mondo - è partito per il nord della Siria, dove ha imbracciato le armi per partecipare, tra le fila dei combattenti curdi, alla liberazione di Raqqa occupata dallo Stato Islamico.

A Minsk, però, Claudio non ci era andato come giornalista. "Ero lì per partecipare alla Bison race, una competizione internazionale di corsa a ostacoli estrema che si è tenuta proprio in concomitanza con le elezioni. Ma proprio non immaginavo che sarebbe finita così".

Claudio Locatelloi
Una foto scattata a Claudio nelle prime ore di detenzione, prima che la cella si riempisse all'inverosimileClaudio Locatelloi

L'arresto

L'incubo, per Locatelli, inizia alla mezzanotte di domenica. "Tornavamo da un ristorante, dove avevo cenato con gli altri ragazzi della squadra. C'era moltissima tensione in città, la polizia aveva piazzato posti di blocco su tutto l'anello esterno della circonvallazione di Minsk".

"Arrivato nei pressi del mio alloggio, dalle parti della stazione centrale, mi sono trovato in una strada totalmente barricata dai cordoni della polizia, mentre in lontananza si udiva un gran frastuono per via degli scontri e delle manifestazoni".

"Mi sono fermato a parlare con dei ragazzi che erano al lato del marciapiede" continua. "Non erano nemmeno manifestanti, ma proprio in quel momento sono stati caricati dagli agenti antisommossa".

Questo primo incontro con le forze dell'ordine sembra risolversi bene: "ho gridato che ero un giornalista italiano, e a quel punto mi hanno lasciato perdere, intimandomi di spostarmi verso un altra zona della strada". Locatelli però non fa neanche in tempo ad eseguire, che già si trova di fronte a un altro gruppo di agenti: "loro avevano visto tutta la scena - spiega - e sono rimasti a guardarmi mentre filmavo un po' con il cellulare. Finché, dopo una decina di minuti, mi hanno caricato".

A quel punto Locatelli si ritrova addosso una quindicina di uomini. "La prima cosa che hanno fatto è stata strapparmi il cellulare di mano" ricorda. "Dopodiché hanno iniziato a picchiarmi sulle gambe per farmi andare a terra, e subito dopo mi hanno spruzzato in faccia una quantità spropositata di spray al peperoncino, che ho finito per respirare a pieni polmoni, predendomi un'intossicazione durata fino al mattino dopo".

Il carcere

Claudio Locatelli, che per tutto il tempo continua a ripetere di essere un giornalista, si ritrova quindi ammanettato su una camionetta, diretto verso una stazione di polizia che al rilascio scoprirà essere una di quelle "in cui sono avvenute le peggiori torture in questa ondata di proteste".

"Quando sono arrivato ero totalmente accecato e in preda alla nausea per lo spray" racconta. "Subito è stato comunicato agli agenti sul posto che ero uno straniero, e probabilmente per questo non mi è stata fatta troppa violenza. Ma il caos in quel posto era totale. C'erano gruppi di bielorussi che arrivavano con i polsi ammanettati dietro la schiena, e gli agenti li costringevano a marciare così veloce che alcuni andavano a sbattere contro altre guardie".

"Poi - continua - mi hanno messo faccia al muro su un corridoio enorme, che attraversava un gruppo di celle. C'era un agente che continuava a darci ordini: quando ho provato a spiegargli che il mio russo non era molto buono, mi ha sbattuto la faccia contro la parete".

La cella

Locatelli viene quindi condotto in una cella di 4 metri per 4 - "con una latrina fetida e un lavandino rattoppato con uno straccio lercio" - che nei giorni successivi ha continuato a riempirsi all'inverosimile. "Eravamo tutti stranieri lì dentro" spiega. "Oltre a me c'erano due giornalisti russi che, grazie a una telecamera go-pro sfuggita alle perquisizioni, sono riusciti a girare delle immagini. Gli altri però erano tutti comuni cittadini".

Tra questi ultimi, oltre a un ragazzo turcomanno, c'era Tanguy Darbellai, un atleta svizzero piuttosto conosciuto in patria (a sua volta liberato nel pomeriggio). "C'era inoltre un osservatore elettorale moldavo - spiega Claudio - che era addirittura stato invitato dall'amministrazione di Lukasenko: il che dimostra quanto casuali fossero gli arresti di domenica notte. L'obiettivo era spargere il terrore".

Fame e torture psicologiche

Nei giorni successivi, la cella di Claudio Locatelli continua a riempirsi di cittadini stranieri.

"Alle fine - spiega - eravamo in 19, tutti stranieri a eccezione di una ragazza bielorussa terrorizzata. Gli ultimi quattro, tra i quali un cittadino polacco di cui l'ambasciata sta ancora cercando notizie, sono stati portati in cella completamente nudi.

Sdraiarsi per dormire, secondo Locatelli, era impossibile: "e oltre a questo - precisa - per sessanta ore nessuno ha avuto nulla da mangiare. Le guardie continuavano a chiederci se volessimo del cibo, ma presto è diventato chiaro che si trattava di una subdola forma di tortura".

"Nella prima giornata - continua - ho vomitato quattro volte per via dell'intossicazione da spray urticante: alla fine, mi hanno mandato un infermiere che, attraverso le sbarre, mi ha misurato la pressione ed è andato via come nulla fosse".

Il peggio, però, accade altrove. "Dalle altre celle arrivavano tonfi e urla disumane a ritmo costante, tanto che alla fine erano diventate una sorta di sottofondo. Nel corridoio intanto continuavano ad ammucchiarsi effetti personali, con centinaia di cellulari che continuavano a squillare a vuoto".

Uno di quei telefoni apparteneva proprio a Locatelli: ed è con quello, prima dell'ultima perquisizione - avvenuta all'alba di lunedì - che appena entrato in cella era riuscito ad allertare l'ambasciata italiana.

La liberazione

"Avevo quasi perso le speranze e la cognizione del tempo - racconta - quando, mercoledì, il personale diplomatico è arrivato a prendermi. Hanno svolto un lavoro ottimo e molto delicato, perché erano almeno dieci anni che il nostro paese non si trovava in una situazione del genere con la Bielorussia".

All'uscita dal centro di detenzione, Locatelli trova una folla di manifestanti e cittadini che intonano slogan e chiedono notizie dei loro parenti scomparsi. "A quel punto - spiega - il personale d'ambasciata ha voluto allontanarsi a tutto gas, perché dicevano che, se in quel momento fossero scoppiati dei disordini, avrebbero potuto riportarmi dentro come sobillatore".

Anche una volta arrivati nei locali dell'ambasciata, a Claudio viene sconsigliato di uscire perfino per mangiare. "Erano convinti che avrebbero cercato di arrestarmi nuovamente. In questo momento c'è il caos nelle strade di Minsk".

Dopo sessanta ore nelle mani della polizia militare bielorussa, in un paese così duro e repressivo da essersi meritato il soprannome di "ultima dittatura d'Europa", Claudio Locatelli appare provato e incredulo.

"Nemmeno al fronte contro lo Stato islamico - ammette - avevo passato delle ore così incerte, angoscianti e surreali".