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Usa: pandemia, Trump e spontaneità rendono diversa la rivolta rispetto a quelle del passato

Un manifestante alza il pugno, durante una protesta ad Anaheim, in California
Un manifestante alza il pugno, durante una protesta ad Anaheim, in California   -   Diritti d'autore  AP Photo/Jae C. Hong
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Mentre la pandemia di coronavirus sta rallentando, gli Stati Uniti si trovano ora ad affrontare la rivolta e la rabbia del popolo.

A farla scoppiare nuovamente è stata la morte di George Floyd, il 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota. Il 46enne afroamericano è deceduto, nel corso di un arresto eseguito da quattro agenti di polizia. I passanti hanno filmato la scena che ha sconvolto il mondo intero: uno dei quattro poliziotti, Derek Chauvin, ha premuto il suo ginocchio sul collo di Floyd, per più di 8 interminabili minuti. Secondo l'autopsia indipendente chiesta dai familiari, la sua morte è stata "un omicidio causato dall'asfissia, provocata dalla compressione della schiena e del collo, che ha portato alla mancanza di flusso sanguigno al cervello". Si tratta dell'ennesimo episodio nella lunga storia di violenza razziale della polizia negli Usa.

-> In fondo al testo la cronologia degli eventi degli ultimi 60 anni <-

"Sono sotto stress e arrabbiati"

Episodi simili nel corso degli anni hanno scatenato proteste. Solo che questa volta, la rivolta è diversa. Sì perché, innanzitutto, arriva all'epoca della pandemia, del lockdown e della crisi economica che ne consegue.

"Queste proteste non riguardano solo George Floyd", dice in un'intervista al San Francisco Chronicles, l'attivista Cat Brooks, una dei fondatori dell'Anti Police-Terror Project. "Si tratta di Philando Castile, Breonna Taylor e tutte le altre vittime e della rabbia dei neri e delle persone di colore che va avanti da molti anni". Ma perché questa volta è diverso quindi?. "Una delle differenze è che in questo momento molte persone che partecipano alle proteste hanno vissuto il lockdown, hanno perso il lavoro e non sanno se riusciranno a guadagnarsi da vivere", dichiara Brooks. "Sono sotto stress e arrabbiati".

"Tutta questa storia era una polveriera in attesa di esplodere", spiega l'attivista. "Prima della pandemia, era già abbastanza grave. Ma ora i neri sono ancor più colpiti: si infettano con il coronavirus in numero maggiore rispetto agli altri, devono andare al lavoro più degli altri e sono quindi più esposti".

Della stessa opinione, anche Rahsaan Hall, direttore del programma di giustizia razziale per l'American Civil Liberties Union (ACLU) del Massachusetts. Parte di questa disperazione deriva, secondo lui, dalla pandemia di coronavirus, come ha raccontato in un'intervista al canale tv WGBH: "La vulnerabilità della vita delle persone di colore è sempre stata al centro della narrativa americana. Ciò che è diverso è che ora stiamo vivendo questa situazione nel bel mezzo di una pandemia sanitaria globale, incorniciata da queste profonde ingiustizie e disparità razziali".

Per di più, una delle differenze rispetto al passato, è che queste manifestazioni sono scoppiate in varie città, dall'Atlantico al Pacifico, contemporaneamente. "Siamo in un momento storico in cui le cose sono peggiorate, ma la gente è unita sul fatto che è arrivato il momento di cambiare", dichiara al San Francisco Chronicles l'attivista Rachel Jackson, che per anni ha organizzato proteste nel nord della California. "Migliaia di persone stanno manifestando spontaneamente per le strade di tutta la nazione. La cosa eccezionale è che le città si stanno svegliando tutte insieme", spiega Jackson. "In passato, in un certo senso, lo facevano una dopo l'altra. Ma ora? Sono in più della metà degli Stati, tutti insieme".

Le proteste all'epoca di Trump

A caratterizzare queste proteste "universali", sicuramente c'è anche il fatto che arrivano all'epoca di Trump. Le grosse rivolte scoppiate a livello nazionale nell'ultimo decennio, ad esempio, sono avvenute quando alla Casa Bianca c'era un presidente afroamericano, Barack Obama, che chiedeva calma ed esprimeva empatia con la rabbia per l'oppressione razziale.

Oggi, in quella stessa residenza a Washington, c'è il magnate Trump che, benché abbia pubblicamente denunciato l'uccisione di Floyd, ha poi minacciato una repressione delle proteste, attraverso la mobilitazione dell'esercito. Il tutto, dopo che le forze dell'ordine avevano sparato gas lacrimogeni sulla folla di manifestanti pacifici che si trovavano su Lafayette Square, per poter permettere al Presidente di recarsi alla Saint John Epyscopal Church (che si trova davanti alla Casa Bianca), dove ha mostrato alle telecamere una Bibbia.

Da quando Trump è al potere, negli Stati Uniti c'è stata un'escalation dei crimini d'odio. Secondo un rapporto dell'FBI, pubblicato lo scorso inverno, i crimini d'odio nel 2018, ad esempio, sono aumentati del 12%, a livello nazionale.

"Questa volta è tutto diverso. Sono colpito dalla diversità dei manifestanti"

Le proteste che stanno infiammando gli Stati Uniti, inoltre, sono state accolte questa volta con entusiasmo da manifestanti di diverse razze e provenienze. Come spiega il regista statunitense Spike Lee, in un'intervista a The Associated Press, in occasione della presentazione del suo cortometraggio "3 Brothers", nel quale collega la morte di Radio Raheem (protagonista di "Do the Right Thing", "Fa' la cosa giusta" del 1989), con quella di Eric Garner e George Floyd.

"Sono nato nel '57, quindi avevo 11 anni quando ho visto la protesta nata, dall'assassinio del dottor King (Martin Luther King Jr, ndr.), più tardi con Rodney King e il verdetto di Simi Valley, poi con Trayvon Martin e Ferguson".

Per quanto Lee veda la storia ripetersi, c'è un elemento dell'attuale rivolta che colpisce il regista: "La gente è stanca e scende in strada. Sono rimasto molto colpito dalla diversità dei manifestanti", ha detto Lee. "Non vedevo questa diversità di proteste da quando ero un ragazzino", ha detto Lee, citando i movimenti degli anni '60. "Sono sollevato dal fatto che le mie sorelle e i miei fratelli bianchi siano là fuori per strada".

Un fatto che fa ben sperare il regista hollywoodiano: "Questa è la speranza di questo Paese, di questa diversa e più giovane generazione di americani, che non vuole perpetuare la stessa 'stupidata' in cui si sono fatti coinvolgere genitori, nonni e bisnonni. Questa è la mia speranza".

Sono rimasto molto colpito dalla diversità dei manifestanti. Non vedevo questa diversità di proteste da quando ero un ragazzino. Sono sollevato dal fatto che le mie sorelle e i miei fratelli bianchi sono là fuori per le strade
Spike Lee
Regista e sceneggiatore

Euronews ha contattato il movimento attivista internazionale Black Lives Matter, per un'opinione sull'argomento, ma al momento non hanno rilasciato commenti.

AP Photo/Noah Berger
Diverse migliaia di manifestanti si riuniscono a Oakland, CaliforniaAP Photo/Noah Berger

Le principali rivolte razziali negli USA dagli anni '60 a oggi e gli eventi che hanno portato alle proteste di questo 2020

Fonte AFP e The Root

  • 1965: Los Angeles - Tutto nasce da un controllo da parte della polizia, su un afroamericano sospettato di essere alla guida di un’auto in stato di ebrezza. L'uomo viene fermato e al distretto di polizia qualche tempo dopo si presenta il fratello, per recuperare l’auto sotto sequestro, che gli viene negata. Diverse migliaia di afroamericani circondano quindi la stazione di polizia, scatenando i cosiddetti disordini di Watts, dall'11 agosto al 17 agosto a Los Angeles, una delle rivolte più crude e violente della storia americana, che lasciano 34 morti e decine di milioni di dollari di danni.
  • 1967: Newark - Due poliziotti bianchi arrestano e picchiano un tassista nero, per una violazione minore del codice della strada, scatenando una rivolta dal 12 al 17 luglio a Newark, New Jersey. Per cinque giorni, nella soffocante calura estiva, i rivoltosi distruggono il distretto, lasciando 26 morti e 1.500 feriti.
  • 1967: Detroit - Il 23 luglio del 1967 la polizia di Detroit fa irruzione in un bar notturno privo di licenza, nell'ufficio della United Community League for Civic Action (Lega Unita Comunitaria per l'Azione Civica). 82 afroamericani stanno festeggiando il ritorno dal Vietnam, di due loro compagni. Da lì, scoppiano gli scontri di Detroit, Michigan (23-27 luglio 1967), nei quali muoiono 43 persone e che lasciano più di 2.000 feriti. La rivolta si accende anche in Illinois, North Carolina, Tennessee e Maryland.
  • 1968: 125 città - Dopo l'assassinio di Martin Luther King Jr. a Memphis, scoppia la violenza in 125 città, dal 4 all'11 aprile 1968, lasciando almeno 46 morti e 2.600 feriti. A Washington, l'allora presidente Lyndon B. Johnson invia la 82nd Airborne Division a sedare le rivolte.
  • 1980: Miami - L'assoluzione di quattro poliziotti bianchi a Tampa, in Florida, dall'accusa di aver picchiato a morte un 33enne motociclista di colore, Arthur McDuffie, nel dicembre 1979, scatena un'ondata di violenza nella Liberty City di Miami, dal 17 al 20 maggio 1980, lasciando 18 morti e più di 300 feriti.
  • 1992: Los Angeles - Dal 30 aprile al 1° maggio 1992, a Los Angeles scoppiano una serie di sommosse a sfondo razziale. Il bilancio parla di almeno 59 morti e più di 2.300 feriti. La violenza è stata scatenata dall'assoluzione di quattro poliziotti bianchi, ripresi mentre picchiavano un automobilista nero, Rodney King (il 3 marzo 1991). Le violenze si estendono anche ad Atlanta, California, Las Vegas, New York, San Francisco e San José.
  • 1999: New York - Quattro agenti della polizia di New York sparano e uccidono in circostanze controverse (esplodendo 41 colpi di pistola) il 23enne studente guineano Amadou Diallo. Gli agenti sono stati assolti da tutte le accuse.

  • 2001: Cincinnati - Il 9 aprile 2001 scoppia una rivolta a Cincinnati, in Ohio, dopo l'uccisione di un diciannovenne di colore, Timothy Thomas, da parte di un agente di polizia. Il sindaco Charlie Luken impone un coprifuoco di quattro notti sulla città il 16 aprile, dopo la sommossa durante la quale 70 persone sono rimaste ferite e circa 1000 arrestate.

  • 2006: New York - Sette agenti in borghese della polizia di New York sparano oltre 50 colpi contro Sean Bell e due suoi amici, con i quali stava festeggiando in un locale del Queens il proprio addio al celibato. Il 22enne afroamericano e gli altri due giovani erano disarmati. Gli agenti sono stati assolti per tutte le accuse.

  • 2012: Sandford - Il diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, disarmato, viene inseguito e ucciso a colpi d'arma da fuoco da George Zimmerman, coordinatore della vigilanza di quartiere, dopo che gli operatori del 911 dicono a Zimmerman di lasciare l'adolescente in pace. In seguito alla morte dell'adolescente, marce e proteste sono tenute in tutto il Paese. Sei settimane dopo la sparatoria, Zimmerman viene arrestato e successivamente assolto dall'accusa di omicidio.

  • 2012: Chicago - L'agente di polizia di Chicago, Dante Servin, spara fuori servizio a Rekia Boyd, 22enne afroamericana, disarmata, mentre faceva festa insieme a degli amici in un parco. Viene assolto per tutte le accuse. La risposta della comunità è stata nel complesso più sommessa, rispetto alle proteste contro le assoluzioni di altri agenti di polizia coinvolti nella morte di afroamericani, facendo scattare la polemica sessista.

  • 2014: New York - L'agente di polizia newyorkese, Daniel Pantaleo, uccide a Staten Island Eric Garner, 44enne afroamericano, sospettato di vendere sigarette sfuse per pochi centesimi. I poliziotti lo atterrano in gruppo, lo ammanettano e Pantaleo gli stringe il braccio al collo, iniziando a soffocarlo. Garner pronuncia per undici volte la frase "I can't breath" (non riesco a respirare), le stesse parole usate da George Floyd. Pantaleo non è mai stato condannato. Diverse proteste sono state organizzate nello Stato.

  • 2014: Ferguson - L'agente Darren Wilson spara e uccide il 18enne Mike Brown Jr, disarmato, sospettato di un furto in un minimarket. Ne sono seguiti dieci giorni di proteste e disordini a Ferguson, dal 9 al 19 agosto 2014. A fine novembre, l'annuncio della caduta delle accuse contro l'agente di polizia porta a una nuova esplosione di rabbia. Una terza ondata di proteste scoppia nell'agosto del 2015, durante l'anniversario della morte del giovane. In tutto si registrano almeno 16 feriti e 321 arresti.

  • 2014: Cleveland - L'agente di polizia Timothy Loehman uccide il dodicenne Tamir Rice, che trasportava una pistola giocattolo. Diverse proteste sono scoppiate in Ohio. Loehmann non è stato condannato.

  • 2015: Baltimora - Il 19 aprile 2015, Freddie Gray, un uomo di colore di 25 anni, muore una settimana dopo aver subito gravi lesioni alla colonna vertebrale, durante la custodia. L'arresto, per possessione di arma bianca, viene ripreso da alcuni passanti, portando a sommosse e saccheggi a Baltimora. Viene dichiarato lo stato di emergenza e le autorità chiedono l'intervento dell'esercito.

  • 2016: Baton Rouge - Degli agenti sparano ad Alton Sterling, 37 anni, mentre giace a terra, immobilizzato. Nessuno di loro viene condannato. La morte del giovane afroamericano scatena proteste nella città della Louisiana.
  • 2016: Charlotte - Nel settembre 2016, a Charlotte, North Carolina, scoppiano violente proteste, per la morte di Keith Lamont Scott, 43 anni, ucciso a colpi di pistola dalla polizia. Le autorità impongono il coprifuoco e richiedono l'intervento dell'esercito. Almeno 30 persone rimangono ferite, mentre sono 45 gli arresti.
  • 2018: Sacramento - Gli agenti aprono il fuoco sul 23enne Stephon Clark, colpendolo otto volte, sei delle quali nella schiena. La morte del giovane scatena numerose proteste. Nessuno è mai stato accusato della morte di Clark.
  • 2019: Forth Worth - l'agente di polizia di Fort Worth, Texas, Aaron Dean spara attraverso la finestra di casa della 28enne afroamericana Atiatana Jefferson, uccidendola. Dean viene licenziato e accusato di omicidio.

  • 13 marzo 2020: Louisville - Gli agenti di polizia Ky. Jonathan Mattingly, Brett Hankison e Myles Cosgrove entrano nell'appartamento della 26enne Breonna Taylor, per notificare un "mandato di arresto senza preavviso" al suo fidanzato e sparano a Taylor. Numerose proteste scoppiano nella città del Kentucky.