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I pandemic bonds: perché c'è chi scommette sulle pandemie

I pandemic bonds: perché c'è chi scommette sulle pandemie
Diritti d'autore  Andy Wong/AP2009
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C'era chi accusava l'OMS di essere restia a dichiarare la pandemia da Coronavirus perché questo comporterebbe perdite colossali per alcuni investitori sul mercato finanziario. Non è esattamente così, o quantomeno non in tutti casi, anche se l'ufficializzazione di una pandemia rischia sempre di iper-sensibilizzare gli investitori.

Ma l'accusa non riguarda tanto le bizze del mercato quanto i cosiddetti "pandemic bonds", cioè titoli che scommettono sulle pandemie. Il tema è complesso, serve un po' di introduzione ma ci arriviamo.

La finanza e le emergenze sanitarie

"Mors tua, vita mea": dalle disgrazie di qualcuno ha spesso da guadagnare qualcun altro e questo vale in tutti i campi della vita, finanza in primis. Anche se non è sempre vero.

Mentre impazzano i bollettini medici si guarda con sospetto ai mercati, un po' nella speranza di individuare gli "untori", gli speculatori in grado di trarre profitto dalle ferite di una società, un po' perché si teme il crollo delle Borse mondiali, che pur avendo subìto una consistente "spallata" dal virus sembrano per ora tenere botta.

E per quanto la finanza possa essere distante dall'attività produttiva, per quanto sia sbagliato dire che "si bruciano miliardi" - perché in Borsa non si brucia nulla, ciò che qualcuno vende o svende viene comperato da qualcun altro -, un crollo prolungato finisce sempre per avere conseguenze pesanti sull'economia reale.

Di reale (complottisti permettendo) per ora c'è l'epidemia, che da poche ore è ufficialmente pandemia. E altrettanto reale è la necessità di finanziare le contromisure, dall'acquisto delle mascherine o dei respiratori artificiali fino al sostegno alle imprese bloccate o ai lavoratori autonomi o precari e alle famiglie i cui figli non vanno a scuola.

Spesa pubblica, per la quale lo Stato non ha moltissime soluzioni: o fa ricorso ai contribuenti, cosa che rasenta il suicidio in una fase che sarà di forte contrazione economica; oppure procede a pesanti tagli di spesa, ma certamente non c'è margine per le cifre di cui si parla ora per l'Italia, con stime che vanno dai 10 ai 50 miliardi di euro. E certamente non si può più tagliare la sanità.

Restano gli aiuti internazionali e il mercato. Gli aiuti possono assumere la forma di contributi a fondo perso, cioè da non restituire, o di prestiti a tasso zero, agevolato o anche a tasso corrente. E sui mercati i meccanismi sono infiniti, ma comunque vada uno Stato farà debito.

C'è un altro aspetto da tenere in conto nelle emergenze, ed è il tempo: gli aiuti devono essere sbloccati rapidamente.

Ed è qui che interviene il meccanismo, per molti perverso, dei Pandemic Bonds. Questa è la logica, almeno, alla base del varo da parte della Banca Mondiale dei suoi Pandemic Emergency Financing Facility. Pandemic bonds che furono pensati nel 2017, dopo aver constatato le difficoltà a rispondere alla crisi dell'ebola di tre anni prima.

I PEF, o pandemic bonds della Banca Mondiale, in sintesi

Si tratta di una sorta di assicurazione, dai criteri abbastanza restrittivi da attrarre gli investitori: in pratica, banche e fondi che abbiano aderito al meccanismo incassano premi piuttosto consistenti (6,5% per i titoli classe A, più dell'11% per i classe B - vedi sotto), ma se si verifica una pandemia, o un'epidemia che corrisponda a determinati criteri, perderanno parte del capitale investito.

Che verrà rapidamente messo a disposizione dei paesi colpiti, se sono tra quelli più poveri, cioè quelli che figurano nella lista dell'Agenzia Internazionale per lo Sviluppo, una branca della Banca Mondiale. Sono 78, attualmente.

Possono accedere ai fondi anche le ONG riconosciute che assistano in caso di epidemie o pandemie di ampia scala, e in questo caso la loro azione non sarebbe necessariamente limitata ai Paesi più poveri.

L'accusa all'OMS

L'ha rilanciata Leopoldo Gasbarro (Wall Street Italia), tra gli altri. Ma anche Federcontribuenti.

In pratica, l'Organizzazione Mondiale della Salute avrebbe tardato a dichiarare la pandemia per risparmiare agli investitori perdite colossali.

La dichiarazione di pandemia poi è arrivata prima del 15 marzo menzionato nella polemica, ma va detto che in questo caso non si tratterebbe tanto dei bond emessi dalla Banca Mondiale, perché quelli arrivano a scadenza solo il 15 luglio.

E poi nella documentazione non si trova alcun riferimento alla clausola secondo la quale sarebbe necessaria una dichiarazione formale di pandemia da parte dell'OMS.

Sono invece presenti gli altri criteri menzionati, e cioè:

Devono essere colpiti almeno due paesi, di cui uno nella lista dei più poveri condizione raggiunta
Devono passare almeno 12 settimane dall'inizio dell'epidemianon ancora
Nelle prime 12 settimane, almeno 250 casicondizione raggiunta
Almeno 250 decessi in uno dei 78 paesi più poveriCondizione raggiunta
Tasso di crescita dei casi superiore allo 0 per due settimane, compreso il giorno in cui si raggiungono gli altri criterida valutare
Almeno il 20% di casi confermati sul totale, per due settimane consecutive incluso il giorno in cui si raggiungono gli altri criterida valutare
L'inizio della crisi è stato dichiarato al 31/12/2019. Le 12 settimane scadono quindi il 24 marzo. Ed è in quel momento che vengono quindi valutati gli ultimi due criteri, valutazione che richiederà un paio di settimane e che dovrebbe portare a una decisione finale intorno al 7 aprile.

Tutti questi criteri vengono valutati (da una società esterna) sulla base dei dati resi disponibili dall'OMS, e forse è stato questo a generare un po' di confusione. Ad ogni modo, si tratta di un fondo da poco meno di 500 milioni di dollari, non una cifra tale da causare danni enormi per gli investitori, tanto più che solitamente aderiscono a questi fondi per diversificare, e l'eventuale perdita è comunque almeno in parte compensata.

Va detto però che esistono molti altri strumenti finanziari che scommettono sulle catastrofi, e abbiamo avuto conferma del fatto che per alcuni di questi i beneficiari hanno già inviato in queste ore le lettere per chiedere il pagamento del dovuto. Si tratta di titoli tipicamente speculativi e in qualche caso potrebbero anche esservi esposizioni rilevanti.

Sui bond della Banca Mondiale c'è poi un'altra polemica, che possiamo sintetizzare così: troppo poco, troppo difficile. Olga Jones, ricercatrice dello Harvard Global Health Institute ed ex advisotr della Banca Mondiale, è molto critica: "Sono stati pensati per fallire", ha commentato di recente a proposito di questi bond. E alcuni mesi fa su Nature spiegava: "un'azione rapida contro le epidemie è necessaria, perché è più efficace e costa meno. Ma la necessità di rendere questi titoli attraenti per gli investitori significa ridurre la probabilità che debbano pagare".

Da qui le condizioni piuttosto stringenti, sintetizzate da Mike Shedlock, un altro advisor finanziario, sul suo Mish Talk: il dispositivo è composto da due parti, una assicurativa (classe A) e l'altra "cash" (Classe B). La prima per 225 milioni di dollari, la seconda per 95. La meno rischiosa, quella più consistente, non verrà ripagata agli investitori se vi saranno almeno 2500 morti in un Paese in via di sviluppo. E la Cina non è considerata in via di sviluppo.

Verrà invece attivata la seconda parte, perché le clausole dicono che se l'epidemia si estende ad almeno un altro paese e vi sono almeno 20 morti, il denaro (95 milioni) viene versato ai paesi in via di sviluppo che stiano lottando contro la stessa epidemia. In pratica, anche per lui: "I pandemic bonds sono disegnati per fallire, e lo hanno appena fatto".

Il senso dei PEF

Era il giugno del 2017, e si concretizzava un'idea nata all'epoca della crisi dell'ebola, presentata nel 2016 e finalmente messa sul mercato dopo una gestazione durata due anni e mezzo.

La Banca Mondiale emise un comunicato stampa dai toni carichi di entusiasmo: "con questo nuovo strumento abbiamo fatto un passo enorme, che ha il potenziale per salvare milioni di vite e intere economie", commentava l'allora presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, e aggiungeva: "Ci stiamo allontanando dal ciclo del panico e della negligenza che hanno tanto caratterizzato il nostro approccio alle pandemie. Stiamo sfruttando la nostra expertise sul mercato dei capitali, la nostra profonda comprensione del settore della sanità, la nostra esperienza nel far fronte alle sfide dello sviluppo, e le nostre forti relazioni con i donatori e l'industria delle assicurazioni per metterci al servizio dei popoli più poveri del mondo".

Programma decisamente ambizioso, e il tempo dei bilanci è già arrivato: la scadenza dei titoli è al 25 luglio prossimo, ma si sta già discutendo di un'eventuale proroga (di massimo un anno) o una nuova emissione. Le critiche sono molte, come abbiamo visto.

Sono titoli nati per aiutare i paesi poveri in caso di pandemia, ma funzionano?

Alla Repubblica Democratica del Congo sono stati versati un'ottantina di milioni per la crisi dell'ebola.

E il Covid-19 è coperto da quei titoli? La documentazione parla di coronavirus e tra parentesi compaioni Sars e MERS, e quindi che si fa per un'epidemia nuova?

Lo abbiamo chiesto direttamente alla Banca Mondiale, alla quale abbiamo anche chiesto conferma dei criteri e dell'eventuale data in cui scatterà l'assicurazione:

Ci è stato confermato che il virus in questione è coperto dai titoli 'classe A' (quelli assicurativi,meno rischiosi per gli investitori, i 225 milioni di cui sopra).

I criteri relativi alla dimensione dell'epidemia e alla diffusione in più paesi sono stati già raggiunti , ci ha confermato la Banca Mondiale. Ma ne mancano due: l'epidemia deve durare da 12 settimane, cioè 84 giorni che scadranno il 23 marzo; e poi deve ancora verificarsi una progressione dell'epidemia nei paesi più poveri, cosa che - dal 24 marzo in poi, verrà verificata da un organismo indipendente comparando il tasso di crescita medio dei contagi dal 23 marzo al 6 aprile con quello delle due settimane precedenti. Poi ci sono due giorni di calcolo, dal 6 aprile. Se anche quei due criteri verranno soddisfatti, il 9 aprile potrà essere emesso un report positivo e i fondi sbloccati (e quindi non restituiti agli investitori).

E chi sono gli investitori? Questo la Banca Mondiale non ce l'ha detto, ma ci risulta che siano banche e fondi d'investimento, tra i quali Baillie Gifford, Amundi, Invesco, Stone Ridge.

Insomma, se i pandemic bonds abbiano senso o no, almeno per la Banca Mondiale, lo si vedrà dopo luglio. Per ora le agenzie parlano di un fuggi-fuggi, perché è evidente che nessuno intenda acquistare quei titoli ora che sembra di dover pagare. Ma questo riguarda i collaterali, non tanto i titoli originari.

Il senso che veniva dato all'operazione, però, almeno inizialmente, non era tanto nell'ottica degli investitori quanto in quella dello sblocco di fondi per le crisi nel "terzo mondo": tanto che tutto si basa sulle donazioni di Giappone e Germania, cui poi si è aggiunta l'Australia. Il denaro che hanno versato serve in parte a pagare i premi degli investitori e in parte al fondo di liquidità. E i beneficiari sono sempre e solo i 76 Paesi più poveri: lista nella quale non compare nessuno dei Paesi maggiormente colpiti fino ad ora dall'epidemia (Cina, Italia, Iran, Corea del Sud - e ancor meno Francia, Germania... ). Ma è evidente che la pandemia dovesse aggravarsi per esempio in Eritrea, in Somalia, in Bangladesh o nel Sudan le conseguenze umane, sociali e la portata economica relativa sarebbero be più devastanti che in Europa.

Va anche ricordato che si tratta - se e quando il bond funziona - di fondi per i primi interventi, per un importo limitato a meno di mezzo miliardo di dollari. A questo si aggiungono poi altri fondi, ed è di pochi giorni fa l'annuncio della stessa Banca Mondiale di fondi per 12 miliardi di dollari, sempre per i paesi a basso e medio reddito, per rispondere ai danni dell'epidemia. E a questi si aggiungono tutte le altre donazioni e gli strumenti messi a disposizione dalla comunità internazionale. Ma è denaro "lento", che si disperde spesso nei mille rivoli della burocrazia ed è complicato da portare sul campo.