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Multinazionali francesi accusate di discriminazione razziale: meno assunzioni di candidati africani

Multinazionali francesi accusate di discriminazione razziale: meno assunzioni di candidati africani
Diritti d'autore  The Associated Press. All rights reserved.   -   Jacques Brinon
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Un nuovo studio commissionato dal governo francese mette con le spalle al muro sette multinazionali, tra cui il colosso alberghiero Accor e l'azienda automobilistica Renault, accusate di discriminazione razziale nelle procedure di assunzione.

Il rapporto svela come i candidati con nomi arabi o arabeggianti ricevano in media il 25% in meno di risposte alle domande di lavoro rispetto ai loro concorrenti con nomi francesi.

Le sette società sono Air France, Accor, Altran, Arkéma, Renault, Rexel e Sopra Steria. Si difendono criticando la metodologia dello studio e negano qualsiasi pratica discriminatoria nelle loro procedure di HR.

Cosa dice lo studio

La ministra per l'uguaglianza di genere, Marlene Schiappa, ne ha parlato alla televisione francese.

"Il governo ha chiesto ai ricercatori di implementare un metodo scientifico, provato, affidabile, solido, per inviare candidature spontanee a 40 aziende elencate nella SBF 120 - quindi le più grandi aziende francesi. Alcune di esse arrivavano da candidati dal nome che suonava francese, mentre altri avevano generalità associabili a paesi nordafricani".

"Sette aziende, tra le 40 testate, sono a forte sospetto di discriminazione: i richiedenti con nomi nordafricani hanno infatti ricevuto il 25% di risposte in meno".

Euronews ha potuto visionare lo studio, pubblicato online venerdì. È stato condotto da ricercatori dell'Università di Creteil East tra l'ottobre 2018 e il gennaio 2018 e si basa su un campione di 10.349 domande fittizie o richieste di informazioni.

Una conclusione fondamentale tratta dagli studiosi è che la discriminazione non avviene solo in queste sette aziende. "Di tutte quelle testate, il tasso di successo del candidato dal nome con una consonanza nordafricana è del 9,3%, contro il 12,5% del candidato con un nome dal suono europeo", rileva il rapporto.

Una società - Air Liquide - ha praticato un tipo di discriminazione inversa, con risposte più positive inviate ai candidati con nomi arabeggianti.

"Metodologia discutibile"

Le aziende incriminate hanno reagito immediatamente denunciando una "metodologia discutibile" che avrebbe portato a "conclusioni imprecise".

In una dichiarazione inviata a Euronews, Air France scrive: "Queste conclusioni si basano sull'elaborazione di 7 candidature spontanee inviate a dipendenti non identificati della compagnia al di fuori di quell'unico processo di reclutamento utilizzato da Air France: il sito web Career e le offerte ivi pubblicate, attraverso le quali vengono incanalate tutte le assunzioni".

"Ogni anno Air France riceve più di 100mila candidature su questo solo portale. Tutte vengono elaborate e ricevono una risposta. Tutte le assunzioni sono effettuate da professionisti formati per prevenire ogni discriminazione", si legge nella dichiarazione.

Gli stessi ricercatori hanno riconosciuto i limiti metodologici nello studio, osservando che la maggior parte delle casistiche era basata su candidature spontanee, mentre la maggior parte di queste aziende utilizza un sistema di tracciamento centralizzato dei candidati.

I ricercatori hanno anche aggiunto che le posizioni verificate (principalmente hostess e tecnici di manutenzione) non erano sempre tra quelle fondamentali per le aziende, che tendono invece a subappaltare questo genere di profilo.

Messa alla gogna

In Francia c'è chi critica il governo per la sua posizione riluttante nel nominare pubblicamente le aziende che discriminano - una delle promesse di lunga data del presidente francese Emmanuel Macron.

L'emittente radiofonica pubblica, France Inter, ha reso noto il mese scorso che il più grande studio sul razzismo e la discriminazione aziendale su ben 103 aziende è stato "messo a tacere" dall'esecutivo.

Il gruppo Maison des Potes, che si batte contro ogni tipo di marginalizzazione delle minoranze, si è rammaricato del fatto che la pubblicazione del rapporto non sia stata accompagnata da politiche forti per affrontare la questione. La Ong ha chiesto al governo di rendere pubbliche le proprie raccomandazioni alle aziende incriminate.