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Brexit: un calice amaro di Porto

Brexit: un calice amaro di Porto
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Il Porto è un vino amatissimo dai britannici, per gran parte della sua storia il Regno Unito è stato il primo mercato. Per questo non deve stupire che i produttori più antichi e conosciuti in Portogallo siano spesso di origine inglese o scozzese. Oggi queste case vinicole seguono con apprensione la tormentata trattativa per la Brexit.

Nelle cantine di Taylor's, maison nata nel 1692, incontriamo l'amministratore delegato Adrian Bridge: "La Brexit è un grosso problema. Dal voto di giugno 2016 il valore della sterlina è crollato del 15%. È assolutamente possibile vederla scendere di un ulteriore 15% se si uscirà con un accordo controverso. Sarebbe una calamità per i nostri affari, l'unico modo per continuare la nostra attività sarebbe aumentare i prezzi. E non penso che molti consumatori britannici siano disposti a pagare un bicchiere di Porto ancora il 15% in più. Quindi il nostro commercio sarebbe dimezzato, è un problema grave".

Ad oggi il Regno Unito da solo rappresenta un quarto degli acquirenti di questa azienda.

"Ci costerebbe 10 milioni di euro, avrebbe un grosso impatto sul nostro personale e sul territorio. Non è cosi immediato trovare altri mercati, ci vuole tempo. Se usciamo con l'accordo May o con uno controverso, ci saranno almeno quattro anni di incertezza, e in questo scenario è veramente complicato fare business".

"Per queste aziende è importante non lavorare in un clima confuso", dice Gilberto Igrejas, presidente dell'Istituto che tutela le denominazioni d'origine del Porto e dei vini della Valle del Douro. "Biosognerà capire come affrontare un nuovo mercato e nuove politiche europee".