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Israele, al via la deportazione di 38.000 stranieri

Israele, al via la deportazione di 38.000 stranieri
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In maggioranza sudanesi ed eritrei. Se non lasceranno il paese rischiano il carcere a tempo indeterminato

Rispettando la sua promessa elettorale di "cacciare gli inflitrati", il premier israeliano Netanyahu ha dato il via al piano per l'espulsione di 38.000 persone, in gran parte eritrei e sudanesi privi del visto di soggiorno.

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A ciascuno di loro è stato notificato un "invito" a lasciare il paese entro il mese di aprile, accettando una somma di denaro e facendosi imbarcare su un volo con destinazione un paese ignoto dell'Africa. La notifica precisa che trascorso il termine, chi non avrà lasciato Israele potrà venire rinchiuso in carcere a tempo indeterminato.

"È triste che un paese come Israele metta in vendita gli africani, anche quelli che chiedono asilo. Ora per me si tratterà di scegliere tra il Ruanda e l'Uganda... che non sono posti tranquilli", dice uno di loro.

Il progamma di deportazione ha diviso le forze politiche israeliane e sollevato le reazioni negative di molte personalità, tra cui diplomatici, giornalisti, docenti universitari, e anche delle associazioni degli industriali e dei commercianti; questi ultimi scrivono che "la improvvisa partenza di una manodopera di importanza critica per il funzionamento di alberghi, ristoranti ed ospizi rischierebbe di aver ripercussioni nocive per la economia del paese".

Critiche al premier sono state espresse anche da qualche sopravvissuto all'Olocausto, che ha chiesto di fermare quello che definisce "una violazione etica che farebbe del male a Israele"

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