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I segreti del tardigrado, l'animale più resistente del mondo

I segreti del tardigrado, l'animale più resistente del mondo
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Di Euronews
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In caso di cataclisma sulla Terra il minuscolo invertebrato sarebbe l'unico animale in grado di sopravvivere. I ricercatori dell'Università di Edimburgo sono riusciti a tracciarne il Dna

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E’ brutto e piccolo, ma duro a morire. Anzi, durissimo. Stiamo parlando del tardigrado. Cos‘è? Un microscopico invertebrato che può raggiungere al massimo il mezzo millimetro di dimensione, ma capace di sopravvivere nelle situazioni più estreme. Tanto che, in caso di cataclismi come la caduta di un asteroide sulla Terra o di altri eventi che possono mettere a rischio la sopravvivenza dell’uomo e degli altri animali, il tardigrado sarebbe l’unica specie vivente a sopravvivere. A sostenerlo sono i risultati dello studio condotto da un gruppo di ricercatori di Oxford pubblicato su Scientific Reports.

Dotato di otto zampe, spugnoso come un orsetto in miniatura (orso d’acqua è l’altro nome con cui è conosciuto), il tardigrado abita i fondali degli oceani e alcuni ambienti umidi come rocce e scogli. Caratteristiche comuni a tante speci. A renderlo unico è la sua incredibile capacità di resistenza: il tardigrado è in grado di sopravvivere per più di trent’anni senza cibo e acqua e di sopportare temperature che vanno da -272 gradi centigradi a 150. Condizioni in cui tutte le altre speci viventi non sopravviverebbero.

Ma qual è il loro segreto? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo ne ha analizzato il Dna per capire cosa li rende così resistenti, individuando tra l’altro i geni che gli consentono di sopportare l’essicazione. “E’ da più di vent’anni che sono affascinato da questi minuscoli animali e dalla loro incredibile resistenza – ha detto il professor Max Blaxter dell’Università di Edimburgo -. E’ fantastico avere finalmente a disposizione il loro genoma e cominciare a scoprire i loro segreti. Ma non siamo che all’inizio”.

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Foto in apertura: Schokraie E, Warnken U, Hotz-Wagenblatt A, Grohme MA, Hengherr S, et al.

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