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Microbiota, infiammazione e cibo ultra-processato: la malattia può iniziare nell’intestino

Scaffali di supermercato
Scaffali di supermercato Diritti d'autore  AP Photo
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Di Euronews
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Il microbiota intestinale potrebbe anticipare l’arrivo di molte malattie croniche. Lo studio dei ricercatori del Gemelli punta il dito contro cibi ultra-processati e additivi

Per anni abbiamo pensato alla malattia come a qualcosa che arriva all'improvviso: un esame che si altera, un sintomo che compare, una diagnosi. Ma secondo una ricerca pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology, il processo potrebbe iniziare molto prima, quando apparentemente non c'è ancora nulla che non va.

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Al centro della ricerca ci sono tre generazioni di scienziati della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore: i professori Antonio Gasbarrini, Gianluca Ianiro e Giovanni Gasbarrini. Il loro lavoro mette sotto i riflettori il microbiota intestinale e il suo rapporto con le malattie croniche.

Ciò che emerge dalla ricerca è stravolgente: il microbiota potrebbe non limitarsi a raccontare che una malattia è già presente, ma fornire segnali di ciò che sta per accadere.

Che cos'è il microbiota? Il "condominio" che vive nella nostra pancia

Detto in modo semplice, il microbiota intestinale è l'enorme comunità di microrganismi che vive nel nostro apparato digerente. Batteri, virus, funghi e altri microrganismi convivono nell'intestino e interagiscono continuamente con il nostro organismo.

È un po' come avere una città invisibile dentro di noi, con miliardi di abitanti che comunicano, producono sostanze, competono tra loro e dialogano con il sistema immunitario.

Il microbiota non serve soltanto a digerire quello che mangiamo. Partecipa al metabolismo, contribuisce alla produzione di alcune sostanze utili all'organismo e ha un ruolo importante nel funzionamento del sistema immunitario. Esiste inoltre un continuo dialogo tra intestino e cervello, attraverso quello che viene comunemente chiamato asse intestino-cervello.

Ecco perché quando il microbiota perde il suo equilibrio, le conseguenze possono andare ben oltre la digestione.

Quando l'equilibrio si rompe

Il problema nasce quando l'ecosistema intestinale viene alterato. Non significa che esista un microbiota "perfetto" uguale per tutti: la sua composizione varia da persona a persona. Ma alimentazione, stile di vita, farmaci e altri fattori possono modificarne profondamente l'equilibrio.

Secondo i ricercatori, una delle conseguenze può essere l'innesco della cosiddetta metainfiammazione, una condizione di infiammazione cronica di basso grado che può rimanere a lungo sotto traccia.

Non è l'infiammazione evidente di una ferita o di un'infezione. È qualcosa di molto più subdolo: un processo lento e persistente che può interferire nel tempo con metabolismo, sistema immunitario e sistema nervoso.

Ed è proprio questa dimensione "silenziosa" a rendere il fenomeno particolarmente interessante per la medicina preventiva.

Il cibo ultra-processato sotto accusa

Nel lavoro, un'attenzione particolare è riservata all'alimentazione moderna e soprattutto ai cibi ultra-processati e agli additivi utilizzati nella produzione industriale.

Parliamo di prodotti formulati per essere pratici, molto appetibili e conservabili a lungo: alcuni snack confezionati, bevande zuccherate, prodotti pronti, carni lavorate e numerosi alimenti industriali che contengono combinazioni di ingredienti, aromi, emulsionanti, dolcificanti e altri additivi.

Il punto non è demonizzare automaticamente ogni alimento confezionato. Il tema sollevato dalla ricerca è più ampio: un'esposizione frequente a una dieta ricca di alimenti ultra-processati potrebbe modificare l'ecosistema intestinale e favorire condizioni biologiche associate alle malattie croniche.

In altre parole, il problema potrebbe non essere soltanto quante calorie assumiamo, ma anche che cosa stiamo dando da mangiare ai microrganismi che vivono dentro di noi.

Il possibile filo che collega intestino e malattie croniche

Le malattie croniche non trasmissibili rappresentano una delle principali cause di morte nel mondo e comprendono patologie cardiovascolari, tumori, diabete e malattie respiratorie croniche.

La ricerca suggerisce che alterazioni del microbiota e metainfiammazione possano inserirsi in una rete biologica molto più ampia, nella quale alimentazione, metabolismo, sistema immunitario e intestino si influenzano reciprocamente.

È importante però non trasformare questa evidenza in una promessa diagnostica già disponibile: il microbiota non è oggi un test capace di prevedere con certezza che una persona svilupperà una determinata malattia. La ricerca sta cercando di capire quanto questi segnali siano affidabili e come possano eventualmente essere utilizzati nella medicina preventiva.

Dal curare al prevenire: perché il microbiota interessa alla medicina

È qui che la scoperta diventa particolarmente interessante. La medicina potrebbe progressivamente spostarsi da un modello che interviene quando la malattia è già comparsa a uno che cerca di individuare prima i cambiamenti biologici associati al rischio.

Il microbiota potrebbe diventare uno degli strumenti di questa nuova medicina, proprio perché è dinamico e risponde a ciò che facciamo ogni giorno: cosa mangiamo, quanto ci muoviamo, quali farmaci assumiamo e, più in generale, come viviamo.

La prospettiva è quindi quella di intercettare prima i segnali di squilibrio e intervenire sui fattori modificabili. Non una diagnosi "magica" attraverso l'intestino, dunque, ma la possibilità di aggiungere un nuovo tassello alla prevenzione.

La lezione più semplice: guardare dentro il piatto

La ricerca porta così il microbiota al centro di una domanda molto concreta: quanto le nostre abitudini alimentari stanno influenzando l'ecosistema che vive dentro di noi?

La risposta scientifica è ancora in evoluzione, ma il messaggio è già chiaro: intestino e resto dell'organismo non sono mondi separati.

Quello che mettiamo nel piatto non nutre soltanto noi. Nutre anche i circa 38 trilioni di microrganismi che abitano il nostro intestino. E capire come questa relazione funzioni potrebbe diventare una delle chiavi della medicina preventiva del futuro.

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