La proposta di Mélenchon di cancellare una parte del debito francese accende la corsa all'Eliseo, sostenuta dal banchiere Matthieu Pigasse
Jean-Luc Mélenchon torna all'attacco del debito pubblico francese con una proposta destinata a infiammare la campagna per le presidenziali del 2027: cancellare una quota consistente dei titoli di Stato detenuti dalla Banque de France, pari a circa il 18% del debito pubblico e a oltre 600 miliardi di euro.
L'idea non è nuova. Il leader della sinistra radicale francese l'aveva già avanzata durante la pandemia di Covid-19, quando le banche centrali avevano acquistato enormi quantità di titoli pubblici per sostenere le economie. Ora, con il debito francese nuovamente al centro delle preoccupazioni dei mercati, Mélenchon l'ha rispolverata in piena corsa verso l'Eliseo.
Durante un comizio ha sintetizzato la proposta con una formula volutamente provocatoria: prendere il 18% detenuto dalla banca centrale francese e "buttarlo nel fuoco". L'obiettivo è semplice: ridurre il peso del debito e creare spazio per finanziare maggiori investimenti e spesa pubblica.
Ma il punto è proprio questo: si può davvero cancellare quel debito? E soprattutto, la Francia ci guadagnerebbe davvero?
I 600 miliardi che Mélenchon vuole cancellare
La proposta parte da un dato reale. Una parte significativa del debito pubblico francese è nei bilanci dell'Eurosistema, acquistata negli anni dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali nell'ambito dei programmi di acquisto di titoli.
Nel caso francese, la Banque de France detiene circa il 18% del debito pubblico, per un valore nell'ordine di 600 miliardi di euro. Mélenchon sostiene che cancellando questi titoli lo Stato potrebbe liberarsi di una parte del proprio fardello senza dover chiedere sacrifici ai cittadini.
Il problema è che la Banque de France non è semplicemente una banca dello Stato francese che può decidere autonomamente di stracciare i titoli che possiede. È parte dell'Eurosistema, sotto la guida della Banca centrale europea, e deve operare nel quadro dei trattati europei.
Ed è proprio qui che la proposta si scontra con il primo ostacolo: quello giuridico e istituzionale.
Perché la cancellazione non è così semplice
L'articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea vieta alle banche centrali di concedere finanziamenti monetari direttamente agli Stati. Una cancellazione unilaterale dei titoli detenuti dalla banca centrale francese aprirebbe quindi un conflitto con le regole dell'Eurozona.
L'ex commissario europeo Thierry Breton ha contestato proprio questo punto, sostenendo che la Banque de France non può decidere autonomamente di cancellare i titoli di Stato presenti nel proprio bilancio.
Anche il governo francese ha reagito duramente. Il ministro dell'Economia Roland Lescure ha definito la proposta una ricetta per una nuova crisi finanziaria, avvertendo che un'operazione del genere potrebbe mettere in discussione la credibilità della Francia sui mercati.
Il timore è molto concreto: se gli investitori percepissero la cancellazione come una forma di ristrutturazione forzosa del debito, potrebbero chiedere interessi più elevati per continuare a finanziare Parigi.
E la Francia, proprio in questo momento, non può permettersi facilmente di pagare di più.
Il vero problema: la Francia deve continuare a chiedere soldi ai mercati
Nel 2026 Parigi deve raccogliere centinaia di miliardi di euro sui mercati per rifinanziare il debito esistente e finanziare il deficit. Secondo il governo francese, il fabbisogno di emissioni per l'anno arriva a circa 310 miliardi di euro.
Per questo la parola più importante nella disputa non è necessariamente "debito". È fiducia.
Se un Paese cancella una parte del proprio debito, gli investitori possono chiedersi cosa impedisca di fare lo stesso in futuro. E se aumenta il premio al rischio richiesto per acquistare titoli francesi, il costo degli interessi sale.
Un problema particolarmente delicato per un Paese che già deve fare i conti con un deficit elevato e con un rapporto debito/Pil superiore al 116%. La Banque de France prevede che, senza ulteriori misure di risanamento, il rapporto possa continuare a crescere fino a raggiungere il 122% del Pil nel 2028.
Ma cancellare il debito farebbe davvero risparmiare la Francia?
Qui entra in scena uno dei passaggi più interessanti della discussione.
Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha sostenuto che l'effetto economico netto della cancellazione sarebbe molto più piccolo di quanto suggerisca la cifra di 600 miliardi.
Il motivo è contabile, ma fondamentale.
Quando la Banque de France detiene titoli di Stato francesi, lo Stato paga interessi alla banca centrale. Ma la banca centrale, a sua volta, trasferisce allo Stato i propri profitti. Se quei titoli venissero cancellati, il governo non dovrebbe più pagare quegli interessi, ma la Banque de France smetterebbe anche di incassare quei proventi e quindi di trasferire i relativi profitti allo Stato.
In altre parole, una parte del presunto risparmio si annullerebbe da sola.
È la ragione per cui Blanchard ha definito "idiota" il dibattito sulla cancellazione, sostenendo che il problema non è tanto il beneficio contabile dell'operazione quanto il rischio di alimentare aspettative e illusioni su una soluzione facile al problema del debito.
Pigasse sta con Mélenchon
Non tutti, però, sono d'accordo.
A difendere apertamente la proposta è Matthieu Pigasse, uno dei più noti banchieri d'affari francesi e una figura vicina alla sinistra. Pigasse, che ha lavorato su diverse ristrutturazioni del debito sovrano, ha sostenuto pubblicamente che la cancellazione dei titoli detenuti dalla banca centrale potrebbe avvenire senza conseguenze economiche o finanziarie significative.
La sua posizione ha però provocato uno scontro pubblico con Blanchard.
Per Pigasse il problema è soprattutto politico: il cosiddetto "muro del debito" sarebbe stato utilizzato per giustificare politiche di austerità e limitare gli investimenti pubblici. Per i suoi critici, invece, la cancellazione non elimina il problema: rischia semplicemente di spostarlo dal bilancio dello Stato alla credibilità finanziaria del Paese.
La Francia arriva alle urne con il debito al centro
La discussione arriva in un momento particolarmente delicato per l'economia francese.
Il debito pubblico è ormai uno dei principali temi della campagna per le presidenziali del 2027. Il Paese deve contemporaneamente ridurre il deficit, finanziare la spesa sociale e trovare risorse per investimenti considerati strategici, dalla difesa all'intelligenza artificiale.
A complicare tutto c'è una situazione politica frammentata, con un'Assemblea nazionale priva di una maggioranza stabile e governi costretti a negoziare ogni passaggio di bilancio.
Intanto i mercati guardano alla Francia con crescente attenzione. Il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha superato il 4,1%, mentre lo spread con i titoli tedeschi si è ampliato. La Francia è ormai diventata una delle principali fonti di preoccupazione per gli investitori europei.
E il primo grande confronto economico della campagna, organizzato dal Medef, ha già mostrato quanto il tema sia destinato a dominare la corsa all'Eliseo. Mélenchon propone di alleggerire il debito; Marine Le Pen, invece, ha cercato di presentarsi davanti agli imprenditori come la candidata capace di riportare sotto controllo i conti pubblici.
Cancellare il debito? La vera partita è un'altra
La proposta di Mélenchon ha quindi un elemento di verità e uno di forte semplificazione.
È vero che la Banque de France detiene una quota enorme del debito francese. È vero anche che, sul piano puramente contabile, cancellare quei titoli cambierebbe alcune poste nei bilanci dello Stato e della banca centrale.
Ma non significa che la Francia si ritroverebbe magicamente con 600 miliardi di euro in più da spendere.
La questione centrale è cosa accadrebbe alla fiducia degli investitori, alle regole dell'Eurozona e al costo futuro del finanziamento dello Stato. Ed è proprio su questo punto che le posizioni si dividono radicalmente.
Per Mélenchon e Pigasse, cancellare il debito detenuto dalla banca centrale è un modo per liberare spazio di manovra. Per i loro avversari è invece una scorciatoia pericolosa, che potrebbe trasformare un problema di sostenibilità dei conti pubblici in un problema di credibilità finanziaria.
Con le presidenziali del 2027 all'orizzonte, la Francia si prepara dunque a discutere non soltanto quanto debito abbia, ma soprattutto una domanda molto più politica: quanto può ancora spendere senza perdere la fiducia di chi continua a prestarle denaro?