L'Ucraina deve fare i conti con una grave stretta di bilancio, mentre gli Stati membri dell'UE sono sotto pressione per trovare una soluzione prima della stagione elettorale del prossimo anno
Svezia, Paesi Bassi, Spagna e Polonia rilanciano il dossier sugli asset russi immobilizzati nell'Unione europea. L'obiettivo è trovare un modo per utilizzare quei fondi a sostegno dell'Ucraina, mentre Kyiv deve fare i conti con un nuovo buco nei finanziamenti e le capitali europee guardano già alla stagione elettorale del 2027.
Il tema torna sul tavolo con una lettera indirizzata all'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera, Kaja Kallas, e alla ministra degli Esteri irlandese Helen McEntee, il cui Paese detiene la presidenza di turno del Consiglio dell'Unione europea. La proposta nasce dalla Svezia ed è stata sottoscritta da quattro Paesi scelti per rappresentare diverse aree geografiche dell'Europa: Nord, Ovest, Sud ed Est.
"L'Ucraina ha bisogno di più sostegno finanziario sia a breve sia a lungo termine", si legge nella lettera. Per i quattro governi è quindi arrivato il momento di "tornare sulla questione di come utilizzare ulteriormente gli asset immobilizzati della Russia a beneficio dell'Ucraina".
210 miliardi di euro di asset bloccati nell'Ue
L'Unione europea detiene circa 210 miliardi di euro di beni russi congelati, in gran parte custoditi in Belgio attraverso Euroclear, uno dei principali depositari internazionali di titoli.
Non si tratta, almeno per ora, di una confisca. Gli asset sono stati congelati nell'ambito delle sanzioni contro Mosca e il loro eventuale utilizzo per finanziare l'Ucraina continua a sollevare questioni giuridiche, finanziarie e politiche.
La nuova iniziativa punta proprio a studiare "nuove opzioni". Gli esperti della Commissione europea dovrebbero analizzare possibili meccanismi assicurando, secondo i quattro Paesi promotori, che i rischi vengano distribuiti tra tutti gli Stati membri e che nessun Paese sia costretto a sostenere un onere sproporzionato.
La Commissione, per bocca di un suo portavoce, ha fatto sapere di essere pronta a fornire l'assistenza necessaria e di voler esaminare con attenzione la lettera.
Il precedente del "prestito di riparazione"
L'idea non è nuova. Nei mesi scorsi Bruxelles aveva lavorato a un meccanismo che avrebbe consentito di trasformare i 210 miliardi di euro in asset russi immobilizzati in un prestito senza interessi destinato a coprire le necessità finanziarie e militari dell'Ucraina.
La formula era stata studiata per fermarsi prima della confisca definitiva degli asset: la Russia avrebbe potuto recuperare il capitale in futuro, una volta versate eventuali riparazioni di guerra.
Il principale ostacolo era però il Belgio, che ospita Euroclear e teme di essere esposto a eventuali cause e richieste di risarcimento da parte russa. Il premier belga Bart De Wever aveva chiesto una "piena mutualizzazione" dei rischi, sostenendo che Bruxelles non avrebbe potuto assumersi da sola le conseguenze finanziarie e legali dell'operazione.
Anche Euroclear aveva manifestato forti perplessità, mettendo in guardia dai rischi finanziari e dalle possibili conseguenze sulla fiducia degli investitori.
Il progetto, sostenuto soprattutto da alcune delle principali capitali europee, non aveva trovato un accordo politico definitivo e il dossier era rimasto congelato. Ora i suoi sostenitori provano a riaprirlo.
Il prestito da 90 miliardi non basta?
Nel frattempo l'Ue ha scelto una strada diversa: un prestito da 90 miliardi di euro per sostenere l'Ucraina nel 2026 e nel 2027, finanziato attraverso debito comune e rimborsabile solo dopo il pagamento delle riparazioni da parte della Russia.
La prima tranche è stata erogata a giugno. Ma la situazione finanziaria di Kyiv è diventata più difficile del previsto.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha recentemente chiesto agli alleati di coprire un buco da 23 miliardi di euro nel bilancio del ministero della Difesa, spiegando che il Paese ha bisogno di "più denaro, molto più" per poter continuare a sostenere lo sforzo bellico.
Secondo i dati citati nella lettera e nel dibattito europeo, Bruxelles ha finora erogato 3,2 miliardi di euro di aiuti di bilancio e 8,35 miliardi di euro di aiuti militari. Nel complesso, per quest'anno sono stati stanziati 22 miliardi di euro per l'acquisto di armamenti.
L'intensificarsi degli attacchi russi, compreso l'impiego di missili balistici, sta inoltre aumentando il fabbisogno ucraino di sistemi di difesa aerea. È questo uno dei motivi per cui nelle capitali europee cresce il timore che i 90 miliardi previsti inizialmente possano non essere sufficienti.
Il prossimo bilancio pluriennale dell'Unione, che dovrebbe includere un apposito capitolo per l'Ucraina, entrerà in vigore soltanto nel 2028.
La partita prima delle elezioni
C'è poi una ragione politica per accelerare. I promotori della lettera vogliono mettere in sicurezza il sostegno finanziario a Kyiv prima che l'attenzione dei governi venga assorbita dalla stagione elettorale del 2027.
Tra i Paesi chiamati al voto ci sono Francia, Polonia, Italia e Spagna, quattro Stati particolarmente importanti per gli equilibri europei. La preoccupazione è che campagne elettorali e cambi di governo possano rendere più complicate decisioni che richiedono una forte convergenza tra i 27.
"Pur dovendo essere orgogliosi dei nostri risultati, non possiamo permetterci di adagiarci sugli allori", scrivono Svezia, Paesi Bassi, Spagna e Polonia.
Il nodo resta il Belgio
Il rilancio del dossier non significa però che l'ostacolo principale sia stato superato.
Durante una recente visita a Kyiv, il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha ribadito che i rischi evidenziati dal Belgio non sono scomparsi, pur mostrando disponibilità a valutare nuove proposte. La posizione di Bruxelles resta quindi sostanzialmente prudente: nessuna obiezione di principio all'utilizzo degli asset per sostenere l'Ucraina, ma garanzie molto forti sulla condivisione dei rischi.
Nel frattempo Euroclear deve affrontare anche il contenzioso avviato dalla Banca centrale russa.
La questione potrebbe tornare al centro del confronto già al prossimo incontro informale dei ministri degli Esteri dell'Ue, in programma in Irlanda l'1 e 2 settembre.
La nuova partita, dunque, non riguarda soltanto come trovare altri soldi per Kyiv. Riguarda anche chi dovrà assumersi il rischio di utilizzare quei 210 miliardi di euro di asset congelati e quale meccanismo possa permettere all'Europa di trasformare una massa di capitali oggi immobilizzata in una fonte di sostegno per l'Ucraina senza esporsi a conseguenze legali e finanziarie che nessuno Stato è disposto ad affrontare da solo.