Il governo Meloni avvia una sala operativa congiunta a Tripoli con Libia, Turchia e Qatar per il contrasto ai migranti irregolari. Intanto, le istituzioni libiche trovano un accordo per le elezioni presidenziali entro il 17 febbraio 2027, nel tentativo di superare il caos nel Paese
L'Italia ha aggiunto in Libia un altro tassello internazionale alla propria politica di contrasto alla migrazione irregolare, dopo avere incassato l'approvazione da parte dell'UE di un regolamento in materia che segue di fatto il modello Albania in cui ha investito il governo Meloni.
In settimana l'esecutivo italiano ha comunicato l'entrata in funzione di una Sala Operativa Congiunta a Tripoli per sostenere gli sforzi della Libia "nella gestione dei fenomeni migratori illegali e rafforzare le capacità libiche di ricerca e di soccorso", si legge sul sito del governo.
Il nuovo organo, che inizia in una versione pilota, vede la partecipazione anche di Qatar e Turchia ed costituisce l'applicazione di quanto deciso al vertice a Istanbul dell'agosto del 2025 con i presidenti libico e turco.
La gestione dei flussi migratori resta una priorità per l’Italia e per l'Europa e questo passa anche dal rafforzamento delle capacità libiche nella zona SAR (Search and Rescue) nazionale per la tutela delle vite umane e il contrasto alle organizzazione di trafficanti, in quello risponde parzialmente a una logica di esternalizzazione delle frontiere.
Proprio per questo la linea del governo Meloni sui migranti, a partire dai centri di rimpatrio in Albania, ha incontrato una forte resistenza in Italia da parte delle opposizioni, non ultimo per i costi elevati dell'operazione.
L'Italia non è nuova tuttavia ad accordi con la Libia per il contenimento dell'immigrazione irregolare, che erano stati stretti con corposi finanziamenti anche da governi di centro-sinistra.
Il caos libico ha aumentato le partenze irregolari dalla Libia verso l'Italia e l'Europa
La linea dura ha finora pagato parzialmente, come mostrano le partenze ripetute dalle coste libiche, e le relative tragedie, specialmente verso il sud Italia e la Grecia.
Le partenze sono state facilitate anche dalla difficoltà attraversate dal governo della capitale libica, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, sia per la guerra intestina tra le varie milizie che si sono spartite il potere a Tripoli, sia per la divisione che perdura con la parte orientale del Paese, dove agisce un altro governo di fatto sostenuto da alcuni attori internazionali.
A mettere ordine potrebbe essere l'intesa raggiunta tra le principali istituzioni libiche per tenere elezioni presidenziali e parlamentari entro il 17 febbraio 2027.
L'accordo è stato raggiunto nel corso di un incontro giovedì tra il presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Saleh, quello dell'Alto Consiglio di Stato Mohammed Takala e il capo del Consiglio presidenziale Mohamed al-Menfi.
L’intesa, secondo quanto riportato dall'agenzia turca Anadolu e dal quotidiano italiano Il Sole24ore, prevede la creazione di una commissione incaricata di supervisionare l’intero processo elettorale e composta in modo da includere le principali leve del potere libico.
Vi siederebbero il governatore della Banca Centrale libica, il presidente della commissione elettorale nazionale, due membri della Commissione militare congiunta 5+5 e rappresentanti delle forze di sicurezza dell’Est e dell’Ovest.
L'accordo prevede poi che il futuro presidente eletto convochi l’Assemblea Costituente per avviare un dialogo nazionale inclusivo volto all’adozione di una Costituzione permanente.
È un elemento di speranza visto il fallimento delle precedenti iniziative in tal senso. Questa volta viene mantenuto il blocco di tutti i fondi libici congelati all'estero fino all'elezione di un presidente scelto dal popolo e si affida la competenza sul bilancio a una commissione tecnica che rappresenti le varie parti.
Al di là delle buone intenzioni, resta da verificare il comportamento delle varie milizie e componenti politiche nel delicato equilibrio che si è creato dopo la guerra civile che ha portato alla caduta del regime di Gheddafi.