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Libia, traffico di carburanti: fino a 1 milione di tonnellate di export illegale. Il ruolo di Irini

Costa libica
Costa libica Diritti d'autore  AP Photo
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Di Stefania De Michele
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Il traffico illegale di carburanti dalla Libia ha raggiunto livelli record con circa 1 milione di tonnellate esportate fuori controllo. La missione UE Irini ricalibra il proprio mandato tra nuove priorità e limiti dell’embargo ONU

Il traffico illecito di carburanti dalla Libia ha raggiunto livelli definiti “senza precedenti” dagli esperti delle Nazioni Unite, con circa 1 milione di tonnellate di diesel esportate illegalmente tra fine 2024 e inizio 2026 attraverso reti marittime che partono soprattutto dai porti di Bengasi, Tobruk e Ras Lanuf.

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È in questo contesto che la missione navale dell’Unione europea EUNAVFOR MED Irini entra in una fase di riposizionamento operativo, dopo la recente evoluzione del quadro giuridico ONU che regola le ispezioni in mare collegate all’embargo sulle armi verso la Libia.

Il dato chiave: export illegali in crescita

Secondo il Panel di esperti ONU, il sistema di contrabbando si è consolidato negli ultimi anni con una struttura ormai stabile:

  • circa 50 petroliere coinvolte in operazioni illegali
  • carichi di carburante raffinato sottratti al mercato interno libico
  • esportazioni tramite trasbordi nave-nave in acque internazionali
  • uso di documentazione commerciale falsificata

Le rotte non restano confinate al Mediterraneo centrale: i carichi risultano arrivare anche verso Grecia, Malta, Spagna, Germania e Belgio, oltre a hub extraeuropei come Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

Il punto di partenza: carburante sovvenzionato e “dirottato”

Alla base del sistema non c’è il greggio, ma il carburante raffinato. La National Oil Corporation continua infatti a esportare regolarmente petrolio greggio, mentre il problema riguarda la filiera interna dei prodotti raffinati.

Il meccanismo è noto agli analisti ONU: la Libia importa enormi quantità di carburanti a prezzi sovvenzionati per il mercato domestico, ma una parte significativa viene dirottata e rivenduta all’estero a prezzi di mercato, generando profitti enormi per reti ibride tra attori locali, intermediari e operatori logistici internazionali.

Le stime più recenti indicano che il fenomeno del fuel smuggling può generare perdite fino a diversi miliardi di dollari l’anno per lo Stato libico, con un impatto diretto sulle finanze pubbliche e sulla stabilità della valuta.

Un recente dossier investigativo ha parlato di fino a 6-7 miliardi di dollari annui di perdita economica complessiva, tra export illegali e distorsioni del sistema dei sussidi.

Il ruolo dei porti dell’est della Libia

Il cuore del traffico resta la Libia orientale. I report ONU indicano i porti di Bengasi, Tobruk, Ras Lanuf come principali hub di partenza. Da qui salpano navi che caricano carburante destinato a operazioni offshore, spesso con successive triangolazioni verso mercati terzi.

In alcuni casi, secondo gli esperti ONU, il sistema è alimentato anche da surplus di diesel generato da inefficienze nella gestione della domanda interna e della distribuzione.

Irini verso una riconfigurazione

La missione EUNAVFOR MED Irini, nata nel 2020 per sostenere l’embargo ONU sulle armi, si trova ora davanti a una ridefinizione del proprio perimetro operativo.

Con il progressivo indebolimento del quadro autorizzativo sulle ispezioni legate agli armamenti, cresce la spinta europea a rafforzare invece le componenti legate al monitoraggio dei traffici illeciti marittimi, al contrasto dei flussi energetici illegali e alla cooperazione con le autorità libiche sulla sicurezza portuale.

In pratica, una transizione da missione centrata sull’embargo militare a piattaforma più ampia di security marittima nel Mediterraneo centrale.

Il contesto libico resta altamente frammentato, con reti armate e interessi economici intrecciati ai flussi energetici. In questo scenario, il traffico illecito di carburanti non appare come un fenomeno marginale, ma come una delle principali economie parallele del Paese.

Ed è proprio questa dinamica a spingere l’Unione europea a ricalibrare strumenti, obiettivi e priorità operative nel Mediterraneo centrale.

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