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Ue, perché crea hub di rimpatrio per i migranti e perché fanno discutere

La polizia sorveglia un centro di accoglienza per migranti nel porto di Shenjin, nel nord-ovest dell'Albania. Considerate modello per i centri di rimpatrio.
La polizia sorveglia un centro per migranti nel porto di Shenjin, nel nord dell'Albania. Queste strutture sono considerate un modello per i centri di rimpatrio. Diritti d'autore  Copyright 2024 The Associated Press. All rights reserved
Diritti d'autore Copyright 2024 The Associated Press. All rights reserved
Di Vincenzo Genovese
Pubblicato il
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La nuova legge sulla migrazione approvata lunedì consente ai Paesi Ue di creare centri di rimpatrio fuori dal blocco. I critici temono violazioni dei diritti umani, mentre i governi cercano partner disposti a ospitarli

Il nuovo Regolamento sui rimpatri segna una svolta significativa nella politica migratoria dell’UE, perché consente agli Stati membri di creare hub di rimpatrio per i migranti in Paesi al di fuori del blocco. Secondo la normativa, questi hub vengono presentati come una "soluzione innovativa" per favorire e accelerare il rimpatrio dei migranti irregolari dall’Europa.

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Tuttavia sollevano anche timori sulla loro compatibilità con il diritto dell’UE, sulla tutela dei diritti umani e sulla disponibilità dei Paesi non UE a ospitare migranti sul proprio territorio, potenzialmente per periodi indefiniti.

Di seguito una panoramica dei controversi hub di rimpatrio, proposti dalla Commissione europea nel 2025, che potrebbero presto diventare realtà sul campo.

Come funzionano gli hub di rimpatrio

Gli hub di rimpatrio saranno creati al di fuori dell’Unione europea e serviranno a ospitare migranti che sono arrivati in un Paese UE ma non hanno diritto a restarvi.

Potranno essere luoghi di transito, dove una persona viene collocata in attesa del rimpatrio nel Paese di origine, oppure strutture in cui la persona resta senza alcuna garanzia di un rimpatrio effettivo.

Questi hub rappresentano un netto cambio di rotta rispetto al quadro attuale, che prevede in generale il rimpatrio solo verso il Paese di origine o verso un Paese con cui il migrante ha un legame comprovato. Con il nuovo sistema, questo requisito verrebbe eliminato e le persone migranti potrebbero essere inviate in Paesi con cui non hanno legami o contatti pregressi.

Pur se il termine "hub di rimpatrio" non è menzionato nel testo finale del regolamento, la legge rielabora la proposta originaria della Commissione europea, definendo le condizioni per istituire centri al di fuori dell’UE.

Per ogni hub è necessario concludere un "accordo o intesa" tra l’UE, o uno o più Stati membri, e un Paese non appartenente all’Unione.

La nuova legge stabilisce le procedure applicabili ai migranti, le condizioni del loro soggiorno, le responsabilità del Paese UE coinvolto e le conseguenze nel caso in cui non sia possibile rimpatriare una persona nel proprio Paese.

La normativa lascia ampia flessibilità agli Stati membri, che potranno negoziare caso per caso i termini della cooperazione con i Paesi non UE.

Perché gli hub di rimpatrio sono così controversi?

Gli hub di rimpatrio sono stati criticati da ONG e società civile per diversi motivi, soprattutto quando vengono istituiti in Paesi con standard democratici limitati.

Secondo la legge, solo i Paesi non UE "nei quali sono rispettati gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani, conformemente al diritto internazionale" possono ospitare hub di rimpatrio.

Questa clausola generale è considerata troppo debole, perché gli accordi conclusi dagli Stati membri non sono soggetti a controlli esterni e non richiedono l’approvazione della Commissione europea in nessuna fase. Ogni Paese UE è soltanto tenuto a informare gli altri quando avvia colloqui con un partner non UE.

Sebbene i minori non accompagnati sarebbero esclusi dal trasferimento negli hub di rimpatrio, le famiglie con bambini potrebbero comunque essere inviate, suscitando preoccupazioni per l’impatto sull’istruzione e sul benessere dei minori.

Non è inoltre previsto alcun limite alla durata del soggiorno in un hub di rimpatrio. "L’obiettivo è rimandare le persone nel Paese di origine. Se questo non è possibile, aspetteremo finché non lo sarà", ha dichiarato un diplomatico dell’UE.

Le condizioni di permanenza negli hub di rimpatrio verosimilmente comporteranno una detenzione di fatto, poiché ai migranti non sarà consentito lasciare i centri.

Tutti questi aspetti potrebbero comportare complicazioni giuridiche quando gli hub di rimpatrio entreranno in funzione.

"La Corte europea dei diritti dell’uomo vieta agli Stati di trasferire individui verso Stati o situazioni in cui potrebbero subire violazioni dei diritti fondamentali. Con questo sistema, i migranti possono essere sottoposti a tortura e a trattamenti inumani o degradanti", ha dichiarato Eleonora Celoria, dell’Asgi, un’associazione italiana di giuristi specializzata in migrazione.

Dove possono essere creati gli hub di rimpatrio?

Secondo un altro diplomatico dell’UE, "la maggioranza dei Paesi dell’Unione" è interessata a istituire hub di rimpatrio.

Alcuni Stati membri stanno già lavorando per individuare possibili Paesi partner per futuri centri di rimpatrio. A marzo Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia hanno unito le forze per cercare soluzioni comuni.

L’approccio generale è stato quello di individuare Paesi in Africa o in Asia geograficamente lontani dalle frontiere europee. Nelle discussioni tra gli Stati membri sono stati citati l’Uganda e altri Paesi africani, ma finora non è emerso nulla di concreto.

"Posso immaginare che si tratterà di Paesi africani che rispettano il diritto internazionale", ha dichiarato a Euronews l’eurodeputato olandese Malik Azmani, che ha negoziato la legge.

Chi paga per gli hub di rimpatrio?

Gli Stati membri dell’UE dovranno finanziare integralmente gli hub di rimpatrio e potranno anche offrire ulteriori fondi, partenariati commerciali o altri incentivi per convincere i Paesi terzi ad accettare tali accordi.

Diversi diplomatici europei hanno riferito a Euronews che molti Stati membri spingono per aumentare il budget destinato alla migrazione nel prossimo bilancio settennale dell’UE, al fine di realizzare questi progetti.

Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che pochi Paesi non UE saranno disposti a ospitare hub di rimpatrio, poiché ciò potrebbe avere ripercussioni negative sull’opinione pubblica interna.

Al momento non esistono stime sui costi, perché ogni accordo potrà prevedere tempi e condizioni diversi.

I centri italiani in Albania: un modello per gli hub di rimpatrio?

L’Italia gestisce già due centri per i rimpatri in Albania in base a un accordo quinquennale con Tirana, un meccanismo ampiamente considerato simile agli hub di rimpatrio.

Inizialmente, nell’ottobre 2024, i centri di Shengjin e Gjadër erano destinati a ospitare temporaneamente i richiedenti asilo, mentre le loro domande venivano esaminate dalle autorità italiane.

Dopo alcuni ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo guidato da Giorgia Meloni li ha trasformati in centri di rimpatrio per migranti irregolari.

"L’approccio italiano alla gestione dei flussi migratori è diventato l’approccio dell’Europa", ha affermato Meloni, aggiungendo che il «modello Albania» ha spianato la strada a una "soluzione innovativa" a livello europeo.

Il ministero dell’Interno non comunica il numero di migranti ospitati nei centri. Una visita parlamentare, riportata dalla stampa italiana, ha rilevato che, alla fine di aprile, erano ospitate meno di 100 persone nei due centri, mentre dal momento della loro trasformazione in hub di rimpatrio, nel marzo 2025, vi erano transitate 536 persone. Il piano iniziale prevedeva di accogliere 36.000 migranti all’anno.

Tutte le spese relative ai centri, ai trasferimenti dei migranti, alla loro sorveglianza e all’assistenza medica sono a carico dell’Italia.

Il conto complessivo supera i 670 milioni di euro. Secondo un recente studio di un’università italiana, trattenere i migranti in questi centri è molto più costoso per l’Italia che ospitarli sul proprio territorio.

Ogni posto disponibile in Albania costa oltre 153.000 euro, mentre strutture analoghe in Sicilia potrebbero accogliere i migranti per circa 21.000 euro a posto.

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