L'Europa non ha una forte cultura delle armi ma impone norme severe. Pur essendo un grande esportatore di armamenti, la gestione di permessi e controlli resta ai singoli Paesi Ue
Con la Conferenza sulla sicurezza di Monaco 2026, in programma venerdì, e con gli sforzi in corso dell’Europa per aumentare la produzione di munizioni e raggiungere l’autonomia industriale nella difesa, l’industria delle armi europea è al centro dell’attenzione.
I leader dell’Ue si preparano a discutere la necessità di una produzione permanente e basata in Europa delle armi e munizioni essenziali. Ma un aumento della produzione porta con sé nuovi rischi. L'export di armi da fuoco nel blocco è regolato da un intreccio complesso di norme comuni europee e regolamenti nazionali sovrani, che crea scappatoie e solleva dubbi sulla sicurezza.
In assenza di un controllo pubblico, le armi possono essere inviate a Paesi terzi “neutrali” con regolamentazioni deboli, che poi le riesportano verso zone di conflitto.
All’interno dei confini dell’Ue, i Paesi devono fare i conti con la diffusione delle cosiddette “ghost guns”: armi da fuoco non tradizionali, in particolare pistole stampate in 3D (3Dpf) e “80 per cento lowers”, realizzate assemblando pezzi separati. Nel 2019, nell’attacco alla sinagoga di Halle, un uomo ha ucciso due persone con un’arma stampata in 3D.
In parallelo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, la Global Initiative Against Transnational Organised Crime (Gi-Toc) ospiterà dibattiti sulla crescita delle reti di contrabbando, molte delle quali trafficano armi da fuoco, e sulle misure per contrastare gli attacchi ibridi che spesso utilizzano armi illegali o armamenti di piccole dimensioni per destabilizzare la sicurezza europea.
Norme Ue sulle armi: un mosaico di regole europee e nazionali
Il quadro normativo dell’Ue limita il possesso di armi da fuoco da parte dei civili e fissa standard minimi per la circolazione delle armi all’interno del mercato unico. Le regole definiscono i tipi consentiti, gli standard tecnici, i requisiti di tracciabilità, la circolazione nell’Ue e le procedure per importazione, esportazione e transito con Paesi extra Ue. Questi standard, tuttavia, non sono sovranazionali: la maggior parte delle politiche sulle armi resta decisa dai singoli Stati membri.
La Commissione europea ha proposto per la prima volta la Direttiva sulle armi da fuoco nel 1991, per integrare le armi nel mercato unico tutelando al tempo stesso la sicurezza pubblica. Nel 2015, l’Ue ha aggiornato e irrigidito i controlli comuni sulle armi dopo gli attentati terroristici di Parigi, introducendo standard condivisi per garantire che le armi disattivate restassero inutilizzabili.
Un ulteriore aggiornamento nel 2021 ha introdotto nuove norme sulla tracciabilità, sistemi di informazione transfrontalieri più efficienti e divieti per alcuni tipi di armi semiautomatiche destinate ai civili. L’applicazione, però, continua a variare da Paese a Paese, in gran parte in base alle risorse disponibili e alle capacità di indagine informatica.
Le armi stampate in 3D rappresentano una preoccupazione politica crescente. Sebbene la revisione del 2021 della Direttiva le renda illegali, non vieta in modo chiaro il possesso o la condivisione dei progetti digitali. Questo vuoto normativo consente ai trafficanti di sfruttare le differenze tra le leggi nazionali.
La Commissione Ue punta a introdurre sistema centrale per tracciare le licenze per le armi
In assenza di una normativa di seguito nel Piano d’azione Ue 2020-2025, il Parlamento europeo ha avvertito del rischio di un calo della tracciabilità delle armi e ha sollecitato la Commissione a regolamentare queste armi sempre più pericolose, definite “armi silenziose”. Una nuova revisione della Direttiva sulle armi è attesa entro il 2026.
La rifusione della Direttiva sulle armi prevista a Bruxelles, l’attuazione in corso del Piano d’azione Ue 2020-2025 sul traffico di armi e il regolamento del Parlamento e del Consiglio in arrivo nel 2025 per chiudere le falle nel commercio di armi da fuoco mostrano lo sforzo dell’Unione per irrigidire le regole comuni.
La Commissione prevede inoltre di introdurre tra il 2027 e il 2029 un sistema elettronico centrale e sicuro per le licenze, per migliorare la tracciabilità delle armi e aiutare gli Stati membri a condividere le informazioni sulle autorizzazioni negate. Separatamente, sono in corso discussioni su restrizioni più ampie all’uso del piombo nella caccia, nel tiro sportivo e in altre attività all’aperto.
Gruppi di pressione, grandi produttori di armi e detentori privati in Paesi con una cultura delle armi più radicata, come la Svezia o la Repubblica Ceca, si sono opposti a una maggiore regolamentazione europea.
Sostengono che regole più severe limitano l’uso legittimo da parte dei civili e danneggiano le tradizioni nazionali. La Repubblica Ceca aveva già presentato ricorsi contro quelle che considera eccessive restrizioni europee sulle armi nel 2017.
Possedere un’arma nell’Ue: dove è legale?
In base alla Direttiva europea sulle armi da fuoco, le armi sono suddivise in tre categorie.
Le armi di categoria A, come le armi automatiche e alcune armi a uso militare, sono vietate ai civili, anche se tutti gli Stati membri possono concedere autorizzazioni speciali in condizioni molto rigorose. La Repubblica Ceca è nota per avere le leggi più permissive, che comprendono anche il porto occulto. Austria, Polonia e Finlandia figurano anch’esse tra i Paesi meno restrittivi.
Le armi di categoria B, che includono la maggior parte delle pistole e dei fucili semiautomatici, sono soggette a restrizioni e richiedono un’autorizzazione individuale.
Le armi di categoria C, principalmente fucili e doppiette da caccia, sono consentite ma devono essere registrate, in particolare nei Paesi con una forte tradizione venatoria come la Finlandia e la Svezia.
Le armi semiautomatiche sono legali solo entro limiti precisi e le armi disattivate devono rispettare gli standard dell’Ue. Le repliche e le armi finte in genere non rientrano nella normativa europea, per cui sono le autorità nazionali a regolamentarle. Ecco perché nel Regno Unito sono sottoposte a controlli rigorosi, mentre altrove sono vendute ampiamente come prodotti di consumo.
Il possesso di armi è limitato a persone in possesso di licenza, come cacciatori, tiratori sportivi e collezionisti riconosciuti. Tutti devono dimostrare uno scopo legittimo, superare controlli sui precedenti penali e visite mediche, e rispettare regole severe su custodia e tracciabilità. Francia e Italia hanno sistemi di licenze particolarmente strutturati.
Nella pratica, l’attuazione a livello nazionale è molto diversa. Un fucile semiautomatico legale per il tiro sportivo nella Repubblica Ceca o in Austria può essere vietato negli Stati membri confinanti.
Le regole nazionali sulle armi nell'Ue
Il controllo delle armi nell’Ue è gestito in larga parte a livello nazionale. Ogni Stato membro decide come applicare le norme europee, come concedere le licenze ai privati, come affrontare il possesso illegale, come far rispettare le leggi e come tutelare diritti culturali o istituzionali.
Allo stesso tempo, l’industria delle armi opera oltre i confini. In base ai trattati Ue, le armi sono considerate beni, il che permette ai produttori autorizzati di vendere in tutto il mercato unico.
Questo crea tensioni tra la sicurezza pubblica, che rientra nelle competenze delle forze di polizia nazionali e nelle costituzioni, e l’armonizzazione a livello europeo.
Il risultato è un sistema ibrido: Bruxelles stabilisce le regole di base per produzione e circolazione, ma il controllo politico sull’accesso dei civili e sull’applicazione resta nelle mani degli Stati. Questa struttura genera lacune giuridiche e operative, che consentono alle armi di muoversi legalmente oltreconfine mentre i controlli restano disomogenei.
Differenze nelle regole per le licenze, nella capacità dei caricatori, negli standard di disattivazione e nei controlli sulle esportazioni sono già state sfruttate. Per esempio, armi civili acquistate legalmente in un Paese possono essere trafficate in un altro, mentre armi militari esportate con permessi nazionali possono venire riutilizzate in modo improprio.
Le armi assemblate da singoli pezzi per non essere tracciate
Le vendite online e il trasporto oltreconfine complicano ulteriormente il tracciamento delle armi una volta uscite dal Paese d’origine. Secondo il rapporto Europol 2025 Serious and Organised Threat Assessment, le reti criminali ricorrono sempre più spesso alle piattaforme di e-commerce per vendere componenti e aggirare i controlli doganali tradizionali.
Il risultato? Le “armi fantasma”, uno dei principali problemi che l’Ue ha cercato di affrontare con la Direttiva sulle armi. Si tratta di armi prodotte privatamente, prive di numero di serie e di marcature del produttore, il che le rende impossibili da tracciare con i sistemi di registrazione tradizionali.
Sebbene la legge europea criminalizzi in generale il possesso di tali armi, non regolamenta in modo completo i progetti digitali, i file online o i componenti semilavorati usati per produrle. Per questo motivo, è possibile procurarsi legalmente i progetti per la stampa 3D e importare parti non finite, che diventano illegali solo una volta assemblate. Questa scappatoia, unita a un’applicazione disomogenea, a una raccolta dati limitata e al commercio online oltreconfine, consente l’ingresso in circolazione di queste armi illegali, che restano invisibili alle autorità.
Inoltre, la tecnologia continua a progredire e ad aggravare il problema: le stampanti 3D e le macchine a controllo numerico (Cnc) hanno reso ancora più facile e meno costosa la produzione di armi funzionanti al di fuori delle filiere regolamentate.
In Europa sono cinque i principali poli produttivi di armi leggere
L’industria europea delle armi copre le armi leggere e di piccolo calibro (Salw) destinate a singoli o a piccoli reparti. Non comprende i sistemi pesanti come carri armati, caccia o navi, che l’Europa continua in gran parte a importare dagli alleati. Attualmente, il 64 per cento delle importazioni di armamenti principali dei membri Nato europei proviene dagli Stati Uniti.
Nel 2025, la produzione complessiva di Salw nell’Ue è stata stimata tra quattro e cinque milioni di unità, di cui 2,5-3 milioni di armi civili o sportive e 1,5-2 milioni di armi per uso militare o di polizia. La produzione di munizioni è aumentata vertiginosamente: la fabbricazione di proiettili d’artiglieria ha raggiunto quota 2 milioni, dai 300.000 del 2022. I produttori di armi hanno ampliato gli stabilimenti di 7 milioni di metri quadrati in 150 siti, circa il triplo rispetto al ritmo dell’industria in tempo di pace.
Cinque principali poli produttivi europei concentrano la maggior parte della produzione di armi leggere del blocco, consolidando la posizione dell’Europa come grande esportatore mondiale.
In Italia, Beretta Holding ha registrato un fatturato di 1,668 miliardi di euro nel 2024. La tedesca Heckler & Koch ha dichiarato 343,4 milioni di euro, mentre la belga FN Browning ha generato 934 milioni nello stesso anno. L’azienda austriaca Glock ha riportato ricavi per 670,32 milioni di euro nel 2024 e il gruppo ceco Colt CZ ha venduto 633.739 armi nel 2024.
Queste aziende sono orientate soprattutto ai mercati globali. Sulla base delle relazioni finanziarie 2024-2025, il gruppo stima che tra il 55 e il 65 per cento del fatturato complessivo provenga da esportazioni verso Paesi extra Ue. I principali acquirenti sono Stati Uniti, Arabia Saudita, Regno Unito, Egitto e Qatar.
Questo solleva interrogativi sulla trasparenza. La Corte dei conti europea ha avvertito che “flussi finanziari sempre più rapidi e complessi” nel finanziamento della difesa europea stanno superando i sistemi di controllo esistenti, aggiungendo che “l’indipendenza e la tempestività della revisione contabile” sono diventate una sfida nel 2026.