La startup russa Neiry Group sta sviluppando piccioni con chip cerebrali trasformati in “biodroni” controllabili da remoto, sostenuta da finanziamenti legati al Cremlino e collaborazioni accademiche, mentre esperti e critici sollevano dubbi scientifici, etici e geopolitici
La startup russa Neiry Group sta attirando attenzione internazionale con un progetto controverso: impiantare chip nel cervello di piccioni per trasformarli in biodroni controllabili da remoto.
Secondo le fonti, questa tecnologia fa parte di un programma chiamato PJN-1 e avrebbe già completato le prime prove di volo ufficiali il 25 novembre 2025, con gli uccelli che hanno volato da e verso il laboratorio.
Come funzionano i biodroni
I piccioni vengono dotati di elettrodi impiantati nel cervello collegati a un piccolo “zaino” elettronico con controller, GPS, pannelli solari e videocamera. Attraverso stimoli elettrici, gli operatori possono influenzare direzione e comportamento di volo dell’animale.
Neiry sostiene che questa tecnologia permetterebbe ai biodroni di avere autonomia e raggio d’azione maggiori rispetto ai droni meccanici, e di operare in contesti civili come monitoraggio di infrastrutture, ispezioni industriali, missioni ambientali e di ricerca e soccorso.
Il progetto è finanziato con circa un miliardo di rubli (oltre 10 milioni di euro) da fondi pubblici e privati, inclusi programmi legati al Kremlin e a investitori come il miliardario Vladimir Potanin. Alcuni scienziati coinvolti provengono dall’Istituto di Intelligenza Artificiale dell’Università Statale di Mosca, diretto da Katerina Tikhonova, figlia di Vladimir Putin.
Reazioni della comunità scientifica
Nonostante la retorica pubblicitaria, non sono stati pubblicati dati scientifici indipendenti che provino l’efficacia o la sicurezza del controllo in ambienti complessi. Gli esperti osservano che progetti simili, sia storici che contemporanei, raramente sono andati oltre semplici stimoli motori, e che i droni meccanici rimangono più affidabili ed eticamente meno problematici.
La comunità accademica parla spesso di “ottimismo forzato”, ovvero quando il marketing tecnologico esagera risultati scientifici per attirare investimenti o consenso pubblico.
Il fondatore di Neiry, Alexander Panov, è noto non solo per la visione tecnologica ma anche per dichiarazioni pubbliche politicamente cariche, in cui parla di “ricablare” le persone e di neurotecnologie come strumento di superiorità culturale. Queste affermazioni, pur non confermate come linee di sviluppo reali, hanno acceso un dibattito sulla possibile intersezione tra tecnologia, propaganda e geopolitica nell’ambito della guerra in Ucraina.
Questioni etiche e implicazioni future
Critici di bioetica definiscono immorale l’uso di animali come “materiale tecnologico”; altri osservano che se la tecnologia non include ancora controllo umano diretto, la retorica e i finanziamenti statali sollevano dubbi su potenziali applicazioni militari o di sorveglianza.
Il caso Neiry non è solo una curiosità tecnologica. È un esempio di come innovazione, geopolitica, finanza e narrazione mediatica possano intrecciarsi, sollevando interrogativi su limiti etici della neurotecnologia, trasparenza scientifica e possibili usi futuri in contesti civili o militari.