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I combattenti iraniani contro gli ayatollah e le operazioni tra Balcani e Italia

Persone partecipano a una manifestazione a Francoforte, in Germania, lunedì 12 gennaio 2026. (Boris Roessler/dpa via AP)
Persone partecipano a una manifestazione a Francoforte, in Germania, lunedì 12 gennaio 2026. (Boris Roessler/dpa via AP) Diritti d'autore  (c) Copyright 2026, dpa (www.dpa.de). Alle Rechte vorbehalten
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Di Arnold KOKA
Pubblicato il
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In Albania vivono migliaia di esuli iraniani che hanno giurato di abbattere il regime in Iran. Si tratta dei Mek, un controverso gruppo di opposizione che ha portato a crisi politiche e omicidi, anche in Italia

Le mosse e contromosse nella crisi politica dell'Iran conducono alle porte dell'Europa, i Balcani.

I rapporti di Teheran nella regione sono tesi e in alcuni casi di aperto contrasto. Il più aspro è quello con l'Albania, colpevole per la Repubblica Islamica di ospitare migliaia di mujaheddin iraniani pronti a rovesciare il regime dei mullah. Sono i Mojaheddin-e Khalq (Mek), noti anche come Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri).

Si tratta di uno dei più noti e controversi gruppi di opposizione iraniani. Almeno tremila uomini e donne vivono in una base fortificata nota come "Ashraf-3" a Manëz, a 30 chilometri dalla capitale albanese, Tirana.

L'Unione Europea e gli Stati Uniti li hanno considerati un'organizzazione terroristica fino ai primi anni duemila, poi è arrivata la rimozione dalle liste nere. Il risultato di campagne di lobbying nelle stanze di Washington e Bruxelles, ma anche del bisogno occidentale di avere canali di comunicazione aperti con gruppi alternativi al regime.

Dal 2014 il gruppo si è spostato in Albania dall'Iraq, complici le insofferenze di Baghdad dove il regime iraniano ha molte sponde.

Lo scontro tra i Mek e Teheran ha lasciato negli anni una lunga scia di morti, spie arrestate, attacchi informatici e crisi diplomatiche. La faida ha raggiunto anche l'Italia.

Iran e Albania hanno interrotto i rapporti diplomatici nel 2022

La presenza dei Mek in Albania ha portato a diverse crisi nelle relazioni tra Tirana e Teheran, culminate con la rottura dei rapporti diplomatici nel 2022.

All'origine dello strappo diplomatico un massiccio attacco cyber contro la pubblica amministrazione albanese. Il governo di Edi Rama si era rivolto agli Stati Uniti, alleato di punta di Tirana, per identificare la provenienza dell'attacco e un rapporto di Microsoft aveva concluso che l'operazione proveniva dall'Iran.

Si trattava di "una rappresaglia per presunti attacchi cyber di Israele e Mek contro Teheran" secondo l'indagine. Ad aggravare la crisi c'era il fatto che l'Albania è un Paese membro della Nato dal 2009.

Due anni prima la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamanei, aveva accusato un "piccolo e malvagio Paese europeo" di sostenere i rivoltosi durante alcune manifestazioni anti-regime a Teheran.

Le operazioni dei pasdaran in Albania non si sono limitate agli attacchi informatici. Nel 2019 le autorità albanesi hanno dichiarato di aver scoperto una "cellula terroristica" delle forze Quds, le unità speciali delle guardie rivoluzionarie iraniane. Il gruppo progettava di colpire i membri del Mek in Albania.

Nel 2018 Tirana aveva ordinato l'espulsione di due diplomatici iraniani per il presunto coinvolgimento nell'organizzazione di un attentato terroristico durante una partita di calcio tra Israele e Albania.

Il triangolo tra Iran, Italia e Albania

Le operazioni dei pasdaran in Albania hanno coinvolto anche Italia.

Nel 2020 le autorità albanesi hanno espulso un ventinovenne iraniano con cittadinanza italiana, dopo averlo accusato di spionaggio per conto del ministero dell'intelligence di Teheran (Mois), come riportato dalla testata albanese Gazeta Sqhiptare. L'obiettivo del giovane sarebbe stato quello di acquisire informazioni sui Mek e facilitare l'organizzazione di attacchi terroristici contro i membri del gruppo.

Dopo l'espulsione, il ventinovenne è stato messo su un aereo con destinazione Roma. Qui sarebbe stato precedentemente impiegato come reporter per la televisione statale iraniana, almeno sulla carta. Ma la scia delle operazioni dell'Iran che hanno coinvolto l'Italia va oltre il caso del reporter 007.

A Roma gli agenti della Vevak, l'intelligence di Teheran, assassinarono nel 1993 Mohammed Naghdi, ex diplomatico iraniano unitosi ai mujaheddin del popolo. A trent'anni di distanza dall'omicidio, la giustizia italiana non ha individuato i sicari, mentre la catena di comando è stata ricondotta agli alti vertici del regime iraniano.

Il ruolo dei Mek nelle proteste in Iran

Il ruolo dei Mek nelle recenti proteste contro il governo in Iran è considerato piuttosto limitato, così come il loro seguito nel Paese. Il gruppo influenza però i rapporti politici dell'Albania con l'Iran, con ripercussioni anche per l'approccio europeo verso Teheran.

Se Tirana dovesse entrare nell'Unione Europea entro il 2030 come pianificato, il dossier Mek sarebbe sicuramente una questione critica per Bruxelles, che dovrebbe bilanciare i già difficili tentativi di dialogo con Teheran con la presenza dei mujaheddin sul proprio territorio.

Se il governo di Edi Rama non si è espresso sulle attuali proteste in Iran, il primo ministro aveva accolto con favore i raid statunitensi sugli impianti nucleari del Paese lo scorso giugno. In quell'occasione Rama aveva definito Teheran "una teocrazia armata di retorica apocalittica, che da anni definisce le nazioni libere come sataniche e invoca apertamente alla loro distruzione".

Nel frattempo i Mek continuano la loro campagna contro il regime degli ayatollah anche a Roma. Il 9 gennaio davanti all'ambasciata iraniana nella capitale si è tenuta una manifestazione contro la pena di morte nel Paese e il governo dei mullah.

Ai partecipanti è stato fornito un comunicato dei Mek con i nomi di 44 persone uccise durante le recenti proteste in Iran., definiti "martiri uccisi sul cammino verso la libertà".

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