Se la Francia ha a lungo monopolizzato la posizione di potenza europea più presente nel Mediterraneo, la sua influenza in declino sta aprendo la strada a una ridistribuzione dei ruoli: è proprio qui che l'Italia torna in primo piano, come Paese che ricorda il suo equilibrio strategico nella regione
Da quasi due decenni il sistema internazionale sta subendo una profonda trasformazione che non è più discutibile nemmeno nelle letture più conservatrici. L'assetto formatosi dopo la Guerra Fredda, basato sulla supremazia americana sostenuta da istituzioni e norme giuridiche internazionali, è entrato in una chiara fase di logoramento ed è diventato meno capace di controllare le tensioni o di gestire crisi che vanno dall'Ucraina a Gaza, dal Mar Cinese Meridionale allo spazio africano.
Questa erosione non è accompagnata dalla nascita di un ordine mondiale alternativo coerente, ma piuttosto da uno stato di fluidità strategica che spinge gli Stati, soprattutto le medie potenze, a riposizionarsi all'interno di quadri regionali che proteggono i loro interessi e forniscono un maggiore margine di manovra.
In questo contesto, la logica delle regioni è emersa in un mondo che ha perso il suo centro chiaro: invece di cercare l'egemonia globale, queste potenze tendono ad affermare ruoli di leadership all'interno di aree geografiche in cui si intersecano considerazioni economiche, di sicurezza e storiche.
In questo senso, il Mediterraneo si sta configurando come una regione geopolitica in cui si intrecciano energia, migrazioni , sicurezza marittima e conflitti asimmetrici. Al centro di questo scenario, mentre la Francia ha a lungo monopolizzato la posizione di potenza europea più visibile in questo spazio, la sua influenza in declino sta aprendo la strada a una ridistribuzione dei ruoli.
È proprio qui che l'Italia torna alla ribalta, come Paese che ricorda il suo equilibrio strategico mediterraneo e cerca di attivarlo in un momento internazionale favorevole.
Il Mediterraneo nella strategia italiana
Parlando con Euronews, l'accademico di geopolitica Nizar Maqni sostiene che il ritorno dell'Italia al centro dell'attenzione nel Mediterraneo è l'evocazione di una profonda memoria strategica che Roma cerca di attivare in un momento internazionale favorevole. Spiega che il Mediterraneo è stato storicamente un'estensione naturale della mobilità italiana: dalla sua unificazione nel XIX secolo, la geografia ha spinto il Paese più a sud e a est rispetto alla sua immersione nella profondità europea.
Questa realtà geopolitica è rimasta presente nella mente delle élite italiane, nonostante i vincoli imposti dall'equilibrio di potere durante le due guerre mondiali e la guerra fredda. Pur non disponendo di un vasto impero coloniale come quello francese o britannico, l'Italia cercò di compensare questa situazione costruendo un'influenza economica e culturale sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Questo approccio, nonostante i suoi diversi esiti, ha rafforzato la convinzione centrale che il ruolo internazionale dell'Italia non può essere plasmato solo da Bruxelles, ma piuttosto dal Mediterraneo come prima sfera vitale della politica di Roma.
La comprensione dell'azione di Roma nel Mediterraneo è incompleta se non si fa riferimento all'esperienza dello "zar dell'energia" italiano Enrico Mattei, che vedeva la sostanza come un bene economico e uno strumento di sovranità nazionale e di costruzione dell'influenza. Quando Mattei fondò l' Eni negli anni Cinquanta, il mercato globale era dominato dalle major petrolifere note come "Sette Sorelle", e scelse di rompere questo monopolio attraverso un nuovo modello di partnership con i Paesi del Sud.
Questa visione fu tradotta in pratica in Nord Africa, dove Mattei stabilì relazioni dirette con Algeria, Tunisia e Libia, offrendo contratti basati sulla condivisione degli utili piuttosto che sullo sfruttamento tradizionale. Questo approccio aveva una chiara dimensione politica, mirando a rafforzare l'influenza italiana indipendentemente dai tradizionali centri di potere.
La morte di Mattei nel 1962 segnò la fine di una fase in cui Roma cercò di forgiare un ruolo internazionale indipendente. Tuttavia, il cosiddetto "modello Mattei" rimane presente nella coscienza strategica del Paese e viene invocato ogni volta che l'Italia desidera ridefinire la propria posizione e il proprio ruolo nello spazio mediterraneo.
Georgia Meloni: rivivere la memoria strategica
L'ascesa di Giorgia Meloni alla carica di primo ministro ha riportato il discorso sul Mediterraneo al centro del dibattito politico italiano, ma questa volta in modo pragmatico. Proveniente dalla destra nazionalista, Meloni ammette la sua ammirazione per l'eredità di Enrico Mattei, ma la ripropone per il XXI secolo.
L'accademica spiega che il progetto del governo italiano "Piano Mattei" collega la sicurezza energetica dell'Europa alla sponda meridionale del Mediterraneo. Egli ritiene che questo approccio serva a perseguire obiettivi sovrapposti, in particolare a rafforzare la posizione di Roma all'interno dello spazio europeo, a ridurre l'influenza francese nel Mediterraneo e a rassicurare gli Stati Uniti, che sono alla ricerca di partner regionali in grado di gestire efficacemente le questioni energetiche e di stabilità.
L'esperto sottolinea che la comprensione della mossa italiana nel Mediterraneo va oltre la descrizione geografica o la narrazione storica, ed entra in un quadro teorico più ampio, noto come il concetto di media potenza nella letteratura delle relazioni internazionali. Questo concetto descrive i Paesi che non hanno la capacità di rimodellare completamente il sistema internazionale, ma hanno risorse e legittimità sufficienti per influenzare regioni specifiche, soprattutto durante i periodi di turbolenza della struttura internazionale.
Secondo Makni, l'Italia rientra chiaramente in queste caratteristiche: La sua economia è relativamente grande, la sua posizione geografica è centrale, le sue capacità militari sono limitate ma efficaci a livello regionale e dispone di una vasta rete diplomatica. Egli sostiene che il comportamento di una media potenza è solitamente caratterizzato dal pragmatismo, dall'adozione di strumenti economici e diplomatici e dall'evitamento del confronto diretto con le grandi potenze, il che spiega perché Roma non cerchi di guidare l'Europa o di competere con la Germania, concentrandosi invece sul ruolo di leadership all'interno del Mediterraneo.
La storia dimostra che le medie potenze fioriscono nei momenti in cui le grandi potenze sono preoccupate o si ritirano, cosa che si ripete oggi con la ridefinizione delle priorità da parte degli Stati Uniti e le divisioni interne in Europa. Questo contesto apre a Paesi come l'Italia e la Turchia uno spazio più ampio per rafforzare la propria presenza regionale e ridefinire il proprio ruolo nel Mediterraneo.
L'erosione della leadership francese e l'ascesa delle alternative
Secondo Maqni, il panorama mediterraneo riflette oggi una complessa rivalità tra le medie potenze, ma ineguale in termini strategici. Aggiunge che la Francia, a lungo considerata il leader naturale dello spazio mediterraneo, sta affrontando un chiaro declino della sua influenza a causa dei suoi fallimenti nel Sahel africano, della sua debole capacità di imporre la sua agenda in Libia e in Libano, delle tensioni nelle sue relazioni con l'Algeria e delle contraddizioni nella sua posizione all'interno dell'Unione europea.
Storicamente, la leadership francese si è basata su una combinazione di potenza militare e retorica civilizzatrice, ma questo modello è diventato meno attraente, poiché i Paesi del Mediterraneo meridionale vedono ora Parigi come un attore di potere diretto con una stretta relazione con un'eredità coloniale irrisolta, sia politicamente che simbolicamente.
Questo declino non significa l'uscita della Francia dal Mediterraneo, ma piuttosto la perdita della sua capacità di monopolizzare le decisioni e stabilire il ritmo regionale. D'altra parte, l'Italia sta approfittando di questo vuoto, soprattutto in Nord Africa, dove l'avversione alle politiche francesi è diventata un fattore politicamente influente.
La Turchia si muove secondo una logica diversa, basata sulla proiezione di una potenza in ascesa con tendenze espansionistiche, con una presenza militare diretta in Libia e nel Mediterraneo orientale, che la rende un attore che non può essere ignorato, ma allo stesso tempo solleva le sensibilità regionali.
L'esperto conclude che l'Italia sfrutta una posizione intermedia tra i due modelli: non è né un'ex potenza coloniale come i francesi, né un attore militare duro come i turchi, ma piuttosto un attore flessibile che riempie i vuoti di influenza attraverso strumenti soft come il settore energetico, gli investimenti e la diplomazia economica. Questo approccio offre a Roma un più ampio margine di manovra e rende la sua presenza meno sospetta ai partner della sponda meridionale del Mediterraneo.
Gli Stati Uniti e il ruolo italiano
La relazione tra l'Italia e gli Stati Uniti è la chiave di volta per comprendere le ambizioni mediterranee di Roma, in quanto fornisce un quadro strategico che amplia il suo margine di manovra nella regione. Egli sottolinea che l'ascesa di Giorgia Meloni ha coinciso con un investimento consapevole in questa partnership, soprattutto attraverso i legami con il movimento conservatore americano, compreso il presidente Donald Trump,come strumento che consente all'Italia di muoversi con maggiore flessibilità nei dossier mediterranei.
Makni spiega che questo rapporto si basa su una chiara logica funzionale: Washington è alla ricerca di partner in grado di gestire dossier sensibili senza drenare le sue risorse dirette, mentre Roma si presenta come un attore qualificato per affrontare i temi della migrazione, dell'energia e della stabilità del Nord Africa.
Non si tratta di una completa dipendenza dalla politica statunitense, ma piuttosto di un'intersezione di interessi che si allinea alle priorità dell'Italia.
L'impatto di questa partnership va oltre il quadro politico e comprende il coordinamento della sicurezza, la cooperazione antiterrorismo e lo scambio di ruoli diplomatici in dossier come la Libia e la Tunisia, oltre a influenzare indirettamente le politiche europee verso il Mediterraneo. Questa sovrapposizione rende la relazione italo-americana dinamica, dando a Roma una maggiore manovrabilità rispetto ad altre potenze europee.
L'Italia e il Mediterraneo meridionale: applicazione pragmatica e strategica
Le mosse dell'Italia nel Mediterraneo meridionale rappresentano la traduzione pratica di una strategia a medio termine che combina gli interessi energetici con la promozione della stabilità regionale. Roma vuole mantenere la sua storica presenza nel settore energetico libico, costruendo al contempo alleanze locali che le consentano di stabilizzare le proprie posizioni nella fase postbellica.
L'analista osserva inoltre che l'Algeria è un partner energetico fondamentale, soprattutto nel contesto della riduzione della dipendenza europea dal gas russo, che conferisce all'Italia una posizione avanzata nell'equazione della sicurezza energetica.
L'analista spiega che l'azione italiana in Tunisia e in Egitto si basa su due assi gemelli: La gestione dei flussi migratori e la promozione della stabilità politica. Roma si affida a una combinazione di strumenti diplomatici, economici e di sicurezza, rafforzando i partenariati senza intervenire direttamente negli affari interni dei Paesi interessati.
Questo approccio riflette la consapevolezza dell'Italia dei limiti del suo potere e le conferisce una relativa accettazione tra i Paesi del Sud, che pongono la sovranità al centro dei loro rapporti con gli spostamenti geopolitici. Roma sta inoltre sviluppando reti di investimento per le piccole e medie imprese, trasformando la cooperazione economica in un'influenza sostenibile basata su interessi reciproci.
Tunisia e Italia: un partenariato equilibrato o una relazione ineguale?
Il rapporto tra Tunisia e Italia è un microcosmo della visione mediterranea di Roma, in quanto la Tunisia è vista come un partner fondamentale nel controllo delle migrazioni. Questo interesse riflette un duplice approccio, basato sulla protezione dei confini dell'Europa meridionale e sull'apertura di canali di cooperazione economica reciproca.
Tuttavia, secondo l'accademico, questo intenso interesse è problematico per la Tunisia. Ridurre la sua posizione a una funzione puramente di sicurezza potrebbe portare a una riduzione del margine del suo processo decisionale sovrano, trasformandola da partner di sviluppo ad attore funzionale all'interno di una più ampia strategia europea. Pertanto, la vera sfida per la Tunisia non consiste nell'accettare o rifiutare il partenariato, ma nel ridefinirne i termini. La capacità del Paese di trasformare l'impegno italiano in un partenariato integrato dipende dalla chiarezza della sua visione nazionale in materia di sviluppo, modernizzazione delle infrastrutture e transizione energetica.
In questo contesto, i temi degli investimenti, dell'energia e dei porti marittimi possono costituire la base per una cooperazione qualitativa, se gestita secondo una logica di equilibrio di interessi piuttosto che di dipendenza non dichiarata.
Su un piano più ampio, Maqni sottolinea che i cambiamenti in corso nel sistema internazionale e la crescente regionalizzazione del Mediterraneo offrono all'Italia un margine più ampio per rafforzare la propria posizione nel Mediterraneo.