Il marito e la figlia della relatrice speciale Onu contestano al presidente Usa e ai ministri Bessent, Rubio e Bondi i danni causati ad Albanese e alla sua famiglia dalle sanzioni a lei imposte. Nella causa depositata presso una corte a Washington si parla di provvedimenti incostituzionali
La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e a membri della sua amministrazione per le sanzioni imposte alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, considerate una violazione del Primo, del Quarto e del Quinto emendamento della Costituzione Usa.
Lo hanno riferito giovedì il New York Times e l'Associated Press, indicando nei querelanti il marito della relatrice, Massimiliano Calì, e uno dei due figli della coppia (ancora minorenni) nato negli Stati Uniti.
Stando alla causa civile, depositata mercoledì preso la Corte distrettuale di Washington, a essere chiamati a difendersi sono invece, oltre a Trump, la procuratrice generale, Pamela Bondi, il segretario del Tesoro, Scott Bessent, e quello di Stato, Marco Rubio.
"I punti di vista espressi da Francesca sui fatti che ha osservato nel conflitto israelo-palestinese", si legge nel documento che è pubblico, "sono un'attività fondamentale ai sensi del Primo Emendamento" della Costituzione degli Stati Uniti.
"In sostanza, questo caso riguarda la possibilità che i convenuti possano sanzionare una persona, rovinando la sua vita e quella dei suoi cari, compresa la figlia cittadina statunitense", si legge ancora, "perché non sono d'accordo con le sue raccomandazioni o temono la sua capacità di persuasione”, secondo quanto scritto nel documento.
I querelanti denunciano anche la confisca irragionevole di una proprietà della coppia a Washington e senza un giusto processo, in violazione del Quarto e del Quinto emendamento.
“Gli Stati Uniti continueranno a condannare e opporsi alle sue attività di parte e maligne, che da tempo la rendono inadatta al suo ruolo”, ha dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato, che ha definito la causa "una guerra giudiziaria infondata", secondo Associated Press (Ap).
Euronews ha contattato Calì, che ha declinato per ora di rilasciare commenti sulla vicenda.
In un'intervista rilasciata giovedì e citata dal New York Times (Nyt), Albanese ha detto di avere "vissuto enormi difficoltà” e che i suoi familiari temono di commettere dei reati a causa delle sanzioni. “C'è una criminalizzazione della mia maternità e dei miei legami familiari", ha aggiunto.
Perché Albanese è stata sanzionata dagli Stati Uniti
La relatrice speciale Onu, che ha denunciato a più riprese sui media e nei suoi rapporti ufficiali la guerra di Israele a Gaza e il sostegno fornito dagli Usa e da aziende internazionali nel massacro di decine di migliaia di palestinesi, è stata colpita da sanzioni dell'amministrazione Trump lo scorso luglio per avere condotto "una guerra politica ed economica " contro Usa e Israele.
Le prese di posizione di Albanese su quanto accaduto dopo il 7 ottobre 2023 nella Striscia - che ha definito "genocidio " e "pulizia etnica", diventando una delle voci e dei volti più noti sui media e nelle piazze di tutto il mondo in questi anni - sono state criticate anche in Europa.
Nelle scorse settimane Francia e Germania ne hanno chiesto le dimissioni, senza tuttavia farlo formalmente in sede Onu, a causa di un intervento di Albanese in un evento organizzato da Al Jazeera in cui le sue dichiarazioni sono state erroneamente interpretate.
La giurista italiana aveva individuato nel sistema complessivo che ha reso possibile il genocidio di Gaza il "nemico comune che ha ora l'umanità", e non in Israele in sé, come invece affermato da decine di parlamentari francesi e dal ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot.
L'Onu aveva comunque preso le distanze da Albanese tramite il portavoce del segretario generale Antonio Guterres, spiegando di "non essere d'accordo su gran parte di ciò che dice" e di sui "termini che sta usando per descrivere la situazione" dei palestinesi nella Striscia.
La replica di Albanese e i motivi della causa a Trump e agli Usa
''Tutto quello che è stato detto di me è falso ed è diffamatorio'', ha replicato Albanese alla richiesta di dimissioni, su media italiani e stranieri, spiegando che "al di là di Francia, Germania e Italia continuo a ricevere apprezzamenti istituzionali'' per gli ''850 giorni spesi a documentare atti di genocidio''.
Giovedì, parlando con i giornalisti, Albanese ha parlato di "attacchi “tossici” che hanno influito sulla sua vita personale e sul suo lavoro.
La relatrice Onu, che non percepisce compensi per l'incarico che ricopre, ha spiegato che le sanzioni hanno avuto effetti devastanti, impedendole di lavorare e di effettuare transazioni finanziarie quotidiane.
I beni "congelati" di Albanese e i rischi per la figlia
Tra gli interessi colpiti vi è infatti un appartamento che Albanese e il marito possedevano e affittavano a Washington.
Nei documenti legali, si sostiene anche che le sanzioni hanno impedito l'accesso a conti bancari, reciso i legami lavorativi con istituzioni universitarie e precluso la possibilità della famiglia di viaggiare negli Stati Uniti.
La situazione attuale impedisce per esempio a Massimiliano Calì, che ha un incarico per la Banca Mondiale in Nord Africa, di recarsi alla sede centrale a Washington.
La relatrice non può muovere azioni legali dirette per via delle regole dell'Onu sull'immunità dei propri funzionari, a meno di una revoca da parte delle Nazioni Unite che però è stata negata ad Albanese dai legali dell'organizzazione, si legge nelle carte.
Per questo la causa è intentata da Calì, che è come la moglie cittadino italiano, e dalla figlia, nominata nelle carte come L.C. in quanto 13enne, che ha anche cittadinanza statunitense.
Questo le conferisce una maggiore protezione dei propri interessi negli Stati Uniti ma la mette al contempo a rischio di conseguenze penali per il fatto di intrattenere rapporti con la madre dal momento che è una persona sotto sanzioni.
L'amministrazione Trump ha imposto durante due mandati presidenziali (il primo nel 2017-2021) sanzioni per motivi apparentemente politici, oltre che contro personalità e gruppi riconducibili al terrorismo.
Simile al caso di Albanese, sono le sanzioni comminate un anno fa ai giudici e al procuratore generale della Corte Penale Internazionale per il mandato di arresto spiccato contro il premier israeliano, Benjamin Netanyahu e l'allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, per crimini di guerra.