La Cop28 sarà probabilmente presieduta dall'amministratore delegato di una compagnia petrolifera

L'amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company, il sultano al-Jaber
L'amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company, il sultano al-Jaber   -   Diritti d'autore  RASHED AL-MANSOORI/AFP
Di Andrea Barolini

Salvo sorprese dell'ultima ora, il presidente della prossima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite - la Cop28 che si terrà negli Emirati Arabi Uniti nel prossimo mese di dicembre - sarà il sultano al-Jaber. Si tratta di una decisione che ha suscitato numerose critiche, provenienti in particolare dal mondo dell’associazionismo e delle organizzazioni non governative.

Il probabile presidente della Cop28 è ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti

Al-Jaber, infatti, non soltanto è ministro dell’Industria e delle Tecnologie negli Emirati Arabi Uniti, ma soprattutto è amministratore delegato della compagnia petrolifera di Stato nella nazione mediorientale, la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc). Una scelta che ha suscitato per questo perplessità. Durante le Cop il ruolo della presidenza può infatti risultare decisivo: il raggiungimento di un risultato al termine delle Conferenze è frutto di un certosino lavoro diplomatico, al fine di trovare un compromesso tra le posizioni dei governi di tutto il mondo. Che risultano spesso molto distanti tra di loro.

Il rischio è che la presidenza di al-Jaber possa risultare troppo schierata. Il sultano, in effetti, si è espresso, anche recentemente, in modo molto netto sulla questione climatica, ed in particolare sulla transizione ecologica. Benché gli scienziati di tutto il mondo siano ormai sostanzialmente unanimi nel chiedere di abbattere in modo immediato e drastico l’utilizzo di combustibili fossili (al fine di limitare le emissioni di gas ad effetto serra e, conseguentemente, la crescita della temperatura media globale), al-Jaber ha mostrato un orientamento nettamente favorevole al mantenimento di un forte sostegno finanziario a favore di petrolio e gas.

Il progetto di Masdar City: un'eco-città nel deserto

Dal punto di vista degli Emirati Arabi Uniti, tuttavia, la scelta del numero uno della Adnoc è funzionale al buon andamento della stessa Cop28. Ciò in quanto il sultano è anche presidente di Masdar, una società specializzata nello sviluppo di energie rinnovabili, che appartiene al governo di Abu Dhabi.  

L'azienda, divisione del gruppo Mubadala, sta sviluppando in particolare il progetto di Masdar City, una nuova eco-città in costruzione dal 2008 nel deserto dell'emirato, nella quale si prevede possano abitare in futuro decine di migliaia persone. L'energia a Masdar, che in arabo significa "fonte", proverrà unicamente da rinnovabili. Saranno inoltre garantiti trasporti a basso impatto in termini di emissioni di CO2 e verrà creato un sistema che punta ad azzerare i rifiuti. 

Al-Jaber ha proposto di aumentare i fondi a sostegno delle fonti fossili

Ci vorranno però ancora anni (si parla del 2030) per completare l'immenso cantiere. Nel frattempo, secondo il ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti, occorrerebbe addirittura aumentare gli investimenti nelle fonti fossili di 600 miliardi di dollari all'anno. Ciò in quanto, a suo avviso, la transizione ecologica dovrebbe essere effettuata “con pragmatismo e prudenza”. 

Aprendo il salone Apidec (Abu Dhabi Petroleum Exhibition) nel 2021, al-Jaber aveva dichiarato che tale ammontare è necessario "per soddisfare la domanda mondiale attesa". Aveva quindi aggiunto: "Sì, le energie rinnovabili si sviluppano rapidamente, ma il gas e il petrolio restano le principali fonti del mix energetico e lo saranno ancora per decenni. Il futuro arriverà, ma non è ancora qui. Dobbiamo progredire con pragmatismo. Non possiamo semplicemente staccare la spina al sistema di oggi". 

Dobbiamo aumentare i finanziamenti alle fonti fossili di 600 miliardi di dollari all'anno, di qui al 2030
Sultano al-Jaber
Ministro dell'Industria degli Emirati Arabi Uniti

Non a caso, la Adnoc prevede di aumentare nettamente la propria produzione quotidiana di petrolio di qui al 2027, passando dagli attuali 3,5 a circa 5 milioni di barili.

Il timore, insomma, è che i passi avanti (in larga parte insufficienti) faticosamente effettuati nel corso degli ultimi anni, nel tentativo di rendere operativo l’Accordo di Parigi sul clima raggiunto nel 2015 nella capitale francese, possano subire una nuova battuta d’arresto. Come già capitato, ad esempio, in occasione della Cop25 di Madrid, con la presidenza cilena giudicata da molti osservatori troppo poco incisiva.

La nutrita presenza degli Emirati Arabi Uniti alla Cop27 di Sharm el-Sheikh

Allo stesso modo, l’ultima Cop, la 27esima che si è tenuta a novembre 2022 a Sharm el-Sheikh, si è conclusa con un accordo positivo sulla questione del loss and damage (le perdite e danni patite soprattutto dalle nazioni più povere della Terra, ma meno responsabili dei cambiamenti climatici, e che i Paesi ricchi si sono impegnati ad indennizzare) ma con pochissimi passi avanti sul tema della mitigazione. Ovvero, appunto, sulla necessità di abbattere le emissioni climalteranti.

JAM STA ROSA/AFP or licensors
I danni provocati da una tempesta nelle Filippine, nell'ottobre del 2022JAM STA ROSA/AFP or licensors

A pesare in Egitto, d’altra parte, è stata anche la nutrita presenza dei lobbisti del settore delle fossili, il cui numero era superiore a quello di tutte le delegazioni inviate dai singoli governi. Ad eccezione proprio degli Emirati Arabi Uniti, che hanno presentato a Sharm el-Sheikh ben mille rappresentanti.

I governi, prima della Cop28, dovranno rivedere i loro impegni sul clima

Lo sforzo diplomatico, inoltre, dovrà essere profuso anche durante i mesi di avvicinamento alla Cop28. A quest’ultima, infatti, occorrerà arrivare con passi avanti concreti da parte di ciascun governo. I Paesi di tutti il mondo sono stati chiamati dalle Nazioni Unite a rivedere le loro promesse di riduzione delle emissioni di CO2, che prendono la forma di documenti chiamati Nationally Determined Contributions (NDCs). Questi avrebbero dovuto essere già rivisti entro il mese di settembre del 2022, ma soltanto poche decine di Stati lo hanno fatto.

Tali promesse di riduzione, ad oggi, risultano largamente insufficienti: porteranno, ammesso che vengano rispettate per intero, la temperatura media globale a crescere di 2,4-2,6 gradi centigradi, di qui al 2100, rispetto ai livelli pre-industriali. Un valore lontanissimo rispetto a quanto indicato dall’Accordo di Parigi, che chiede di non superare i 2 gradi e di rimanere il più possibile vicini agli 1,5. Ciò perché, secondo il Gruppo intergovernativo di esperti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC), la differenza tra 1,5 e 2 gradi è quella che passa tra una crisi e una catastrofe climatica.

Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha lanciato numerosi appelli affinché si limiti la crescita della temperatura media globale. Proprio superando al più presto le fonti fossili a vantaggio di quelle rinnovabili. In occasione della Cop27 di Sharm el-Sheikh, il diplomatico portoghese ha chiesto per questo apertamente a tutti i governi del mondo, nonché al settore finanziario, di smettere di investire in carbone, petrolio e gas. "Il problema che abbiamo di fronte - ha spiegato - è ancor più grave di quanto immaginassimo. Per questo, dobbiamo lavorare ancor più duramente per accelerare l'eliminazione di tutti i combustibili fossili".