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Il film della settimana di Euronews Cultura: 'Marty Supreme' tra grandi sogni e grande stress

Timothée Chalamet protagonista di 'Marty Supreme'
Timothée Chalamet in «Marty Supreme» Diritti d'autore  © A24
Diritti d'autore © A24
Di Amber Louise Bryce
Pubblicato il
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Timothée Chalamet brilla nei panni di un aspirante campione di tennistavolo. Regala ansia travolgente e smonta con energia il sogno americano.

Il cinema si fonda sui sognatori. Persone pronte a rischiare tutto per una vita audace, in cui contano più il successo, lo spettacolo e l’eredità che un’esistenza quieta e noiosa ai margini.

Come dice l’aspirante batterista Andrew in Whiplash: «Preferirei morire ubriaco e al verde a 34 anni e fare in modo che a tavola si parli di me, piuttosto che arrivare a 90 ricco e sobrio e non essere ricordato da nessuno».

Per il suo primo progetto da solo, Josh Safdie porta queste convinzioni all’estremo, lasciando che l’ambizione e l’ego del protagonista vadano fuori controllo. Quello che sembra un classico dramma sportivo vira presto in una frenesia da ping pong di violenza e commedia svitata, che gonfia febbrilmente e poi incrina il Sogno americano.

Quando incontriamo per la prima volta il giovane Marty Mauser (Timothée Chalamet), lavora controvoglia come commesso in un negozio di scarpe dello zio, e sgattaiola in magazzino per rapide scappatelle con l’amica, infelicemente sposata, Rachel (Odessa A’zion).

Timothée Chalamet è Marty Mauser, aspirante campione di tennistavolo
Timothée Chalamet è Marty Mauser, aspirante campione di tennistavolo © A24

Ma siamo nella New York degli anni Cinquanta, tra prosperità del dopoguerra e spirito rock’n’roll, e Mauser è convinto, con una tenacia incrollabile, di essere destinato a qualcosa di più.

Dopo essersi fatto dare le paghe arretrate sotto la minaccia di una pistola, Mauser parte per i Mondiali di tennistavolo per gareggiare. Incassa una sconfitta bruciante contro la giapponese Koto Endo (interpretata dalla campionessa Koto Kawaguchi). È la miccia di un effetto domino di caos sempre più incontrollato, alimentato dal desiderio di redenzione e grandezza. A qualunque costo.

Safdie non è nuovo a intrappolare personaggi sprovveduti nel caos newyorkese da loro stessi provocato. I suoi film precedenti con il fratello Benny, Uncut Gems e Good Time, sono notoriamente tesi: al centro ci sono uomini caparbi fino all’ingenuità, la cui ostinazione si fa nociva, e la spinta e la disperazione li conducono alla rovina.

Marty Supreme, però, è appena più indulgente.

Ispirato liberamente alla vita del tennistavolista Marty Reisman, Safdie e lo sceneggiatore Ronald Bernstein prendono elementi delle sue bizzarre esperienze da imbonitore e giocatore d’azzardo di metà secolo e li trasformano in caricatura dai toni roboanti. Ne esce un film da incubo ansiogeno, punteggiato e, alla fine, riportato a terra dalla durezza della realtà.

Costellato di momenti da stringere i braccioli (su tutti, una vasca da bagno che precipita), Marty Supreme fa schizzare il battito fin da subito. Ogni cattiva decisione di Mauser è come un Mentos buttato nella Coca-Cola: provoca un’eruzione frizzante di nuovo inferno.

Questa scia di caos trova presto un ritmo ipnotico, animato da una verve luminosa e instancabile che insieme esalta e stanca.

Una colonna sonora anacronistica, intrisa di hit anni Ottanta come Forever Young degli Alphaville e Change dei Tears For Fears, aggiunge un senso di grandiosa leggerezza. È come se fossimo incastrati negli ostacoli di un’epoca precisa, ma al tempo stesso, come Mauser, elettrizzati da una chiamata rivolta al futuro.

Gwyneth Paltrow è l’attrice Kay Stone
Gwyneth Paltrow è l’attrice Kay Stone © A24

È raro che personaggi mossi dall’ambizione risultino simpatici, e Mauser non fa eccezione. Spietato nelle tattiche, ruba, sabota e calpesta chiunque gli intralci la strada senza farsi scrupoli. È merito dell’interpretazione di Chalamet (probabilmente la migliore della carriera) se un personaggio così irredimibile resta coinvolgente dall’inizio alla fine, tenendo insieme ogni scena con una sfrontatezza sorniona e una determinazione glaciale.

Pur poco valorizzato, il cast di contorno è ottimo: A’zion spicca accanto a Gwyneth Paltrow nei panni di Kay Stone, un’attrice hollywoodiana in declino che intreccia una relazione con Mauser. E poi c’è Abel Ferrara, sempre gradito: la voce roca e il volto segnato aggiungono un’ulteriore inquietudine al violento boss mafioso Ezra Mishkin.

Dove il film zoppica è nella scelta di mantenere così tanto stress per tutta la durata. Il mondo e i personaggi al di fuori della missione di Marty risultano un po’ vuoti, e l’azione tende ad afflosciarsi verso la seconda metà.

Difficile non paragonarlo all’altro candidato agli Oscar, One Battle After Another, che mette in scena un protagonista altrettanto febbrile in missione, ma conserva l’impatto tematico grazie a scene a combustione lenta e a un equilibrio di personaggi ben cesellati.

Ma se vi lasciate portare dal cinema a base di adrenalina di Safdie, il viaggio resta mozzafiato. Un viaggio che gonfia, proprio come quel dirigibile promozionale di A24, la corsa alla grandezza per poi farla scoppiare, rivelandone il ventre vuoto fatto di ossessione e ambizione.

In un flashback tanto bello quanto straziante, il tennistavolista Béla Kletzski (Géza Röhrig) racconta di essersi spalmato di miele perché i compagni di prigionia ad Auschwitz potessero mangiare. Mentre le lingue leccano voracemente sulle crescite sinfoniche dei synth della colonna sonora di Daniel Lopatin, il film ci ricorda che il senso raramente si trova nel realizzare sogni superficiali, ma nei momenti silenziosi della nostra umanità.

Marty Supreme è nelle sale nel Regno Unito e in Irlanda. In Europa uscirà a febbraio con una distribuzione progressiva.

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