Festival Lumière: Tim Burton e Monica Bellucci a Lione

Festival Lumière: Tim Burton e Monica Bellucci a Lione
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Di Frédéric Ponsard

Dal 2009 Lione rende omaggio a un grande nome del cinema nell'ambito del Festival Lumière. Quest'anno l'onore è toccato a Tim Burton, che si aggiunge a una lista illustre che comprende Martin Scorsese, Quentin Tarantino, Francis Ford Coppola e Jane Campion.

Burton si è affermato come uno degli autori più originali e riconoscibili degli ultimi trent'anni grazie a film come "Beetlejuice", "Batman", "Edward mani di forbice", "La fabbrica di Cioccolato" e "Big Fish". A Lione ha ricevuto un'accoglienza da rockstar, soprattutto durante la visita all'istituto Lumière, dove i fratelli Lumière girarono il primo film della storia del cinema.

"Sono una persona primitiva - dice Burton ad Euronews -. Fin da quando ho iniziato a fare i miei piccoli film in superotto amavo lo stop-motion. Questo tipo di arte risale agli inizi del cinema, è così che si facevano le cose nei film muti, usavano questi effetti, era come una magia. Non c'è un posto migliore di questo per ricevere questo premio. E' fantastico essere qui, sentire l'energia di questo posto è incredibile".

Cinquemila spettatori entusiasti hanno riempito il palazzetto di Lione, trasformato nel più grande cinema al coperto del mondo per una notte dedicata ai film di Tim Burton. Nel programma del festival 500 proiezioni, ma anche Masterclass come quella tenuta da Monica Bellucci, che ha parlato della sua carriera e del suo ultimo film, "The girl in the fountain" ("La ragazza nella fontana"), dedicato ad Anita Ekberg. Il documentario di Antongiulio Panizzi è stato presentato al Festival Lumière.

"Il Festival di Lione è un patrimonio del cinema - dice l'attrice italiana -. Si possono vedere film nuovi e ci sono molti archivi, film storici, film restaurati. Questo permette ai giovani di rimanere in contatto con il passato, con quello che ha fatto e che continua a fare la forza del cinema e dell'arte. Tim Burton mi fa pensare molto a Fellini perché ha una grande immaginazione. I suoi film ci permettono di sognare".

Tra le retrospettive del Festival quella dedicata al cineasta americano James Gray, che ha presentato anche con il suo ultimo film, "Armageddon Time", storia semi-autobiografica della sua infanzia a New York, dove si è confrontato con antisemitismo, segregazione e disuguaglianza sociale. Un autore esigente che, nonostante la pressione dei grandi studi e delle piattaforme, riesce a realizzare film personali e popolari allo stesso tempo.

"Ci vorranno molti anni di sforzi per tornare a fare film che si spingano un po' oltre i limiti e per avere il pubblico nelle sale - dice Gray -. Su questo sono un ottimista perché sento che c'è sempre spazio per qualcosa di diverso".