Il Senato ha approvato la legge delega sul ritorno dell'energia nucleare in Italia. Il provvedimento affida ai decreti attuativi i dettagli su sicurezza, rifiuti e tecnologia da usare. Il governo stima la messa in funzione dei primi impianti per il 2033-2034 tra le critiche dell'opposizione
Il Senato ha approvato in via definitiva mercoledì, dopo il sì della Camera a giugno, il disegno di legge sul ritorno dell'energia nucleare in Italia, a cui aveva puntato nei mesi scorsi Giorgia Meloni.
La premier italiana ha presentato la prospettiva del nucleare, nonostante due referendum popolari abbiano bocciato la riapertura delle centrali atomiche, come una delle risposte alla crisi energetica innescata dalla guerra all'Iran e a un futuro prossimo in cui il contributo degli idrocarburi per diversi motivi non sarà più sufficiente.
Il testo fa riferimento anche al rispetto degli obiettivi europei di decarbonizzazione entro il 2050. La legge è passata con 81 voti favorevoli - da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Azione - e 51 contrari (Avs, M5S e Pd) oltre a 7 astenuti.
Cosa prevede la legge delega sul nucleare approvata in Italia
Il provvedimento dà al governo la delega per disciplinare la costruzione e la gestione di centrali, la produzione di idrogeno tramite energia nucleare e il trattamento del combustibile esaurito, oltre che la sicurezza delle operazioni, che sono completamente interrotte dal referendum del 1987.
"Dopo quasi quarant'anni, l'Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso", ha commentato il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha firmato la proposta di legge.
"Il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l'Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo. L'Italia avrà più energia per famiglie e imprese. È la direzione che stanno prendendo i principali Paesi del mondo", ha dichiarato il ministro aggiungendo che i decreti attuativi della legge arriveranno entro la fine del 2026.
"Oggi importiamo elettricità prodotta dalle centrali nucleari di nazioni vicine, ma non possiamo produrla noi. Questa legge serve a cambiare le cose", ha commentato Giorgia Meloni sui social.
Se Confindustria, l'associazione degli industriali, parla di "svolta storica", le opposizioni che hanno votato contro hanno definito il nucleare una "tecnologia che oggi non esiste o non è commerciale" e una "follia economica".
Perché si va verso il nucleare nonostante il referendum del 2011
Gli italiani hanno rifiutato la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale 15 anni fa, per la seconda volta e nuovamente sull'onda di un disastro, quello alla centrale giapponese di Fukushima di quell'anno, come era accaduto nel 1987 in seguito all'esplosione del reattore ucraino di Černobyl.
Nel 2008-2009 il governo Berlusconi aveva già approvato un piano strategico per reintrodurre il nucleare in Italia, prevedendo la costruzione di nuove centrali di terza generazione.
Tuttavia, dopo il maremoto in Giappone dell'11 marzo 2011, a giugno un referendum abrogò le norme approvate dall'esecutivo - di cui Meloni faceva parte come ministro della Gioventù - grazie al 54,8% di votanti e il 94% di NO.
La preoccupazione era in particolare per lo smaltimento dei rifiuti tossici, una questione necessaria posta dalla produzione nucleare, che già nel 2003 aveva portato a una grande mobilitazione popolare dopo l'individuazione da parte del governo della zona di Scanzano Jonico, in Basilicata, come sito nazionale per lo stoccaggio delle scorie radioattive.
Nonostante i precedenti Roma sembra però sicura di potere portare a compimento la nuova strategia sul nucleare. "Una stima che faccio sui primi impianti", ha spiegato il ministro Pichetto Fratin, "è verso il 2033-34, questi sono i tempi che sono previsti".
"Una parte dei decreti legislativi riguarderà proprio il deposito, distinguendo naturalmente tra lo stoccaggio delle scorie, che è un quantitativo molto ridotto", ha specificato il ministro, "e invece il deposito dei rifiuti che sono quelli a bassa e media intensità, essenzialmente acciaio, ferro, mattoni delle vecchie centrali e la produzione giornaliera di rifiuti radioattivi, gran parte ospedalieri".
Ad oggi sono alcune decine i siti considerati idonei dalle autorità incaricate di stilare una lista nazionale, e si trovano soprattutto nel Lazio, in Piemonte, in Sardegna e in Basilicata.
Quale tecnologia nucleare ha scelto l'Italia?
Quanto alla tecnologia il governo ha adottato un principio di neutralità. Saranno i decreti attuativi (nei prossimi 12-24 mesi) a stabilire quali tecnologie potranno essere utilizzate sulla base di valutazioni di sicurezza e sostenibilità.
Sono disponibili diverse opzioni: SMR, AMR, microreattori e, con una disciplina specifica, la fusione.
Gli SMR (Small Modular Reactors) sono reattori a fissione nucleare di dimensioni ridotte, che possono produrre fino a 300 MW. Sono prefabbricati in modo da garantire modularità e costi contenuti.
Gli AMR (Advanced Modular Reactors), sono sistemi di quarta generazione che utilizzano refrigeranti alternativi all'acqua, come sali fusi, piombo o gas, per operare a temperature più elevate e garantire una maggiore efficienza nel riciclo del combustibile.
Su una scala ancora più contenuta si collocano i microreattori, unità ultra-compatte (spesso inferiori a 20 MW) trasportabili su camion, pensate per generare energia e calore in zone isolate, comunità o siti industriali remoti.
Infine c'è la fusione nucleare che è tuttavia una tecnologia ancora sperimentale che non sfrutta la scissione di atomi pesanti, bensì l'unione di nuclei leggeri (come deuterio e trizio) per produrre energia pulita, contenendo il rischio di grandi incidenti e la produzione di rifiuti radioattivi.