Nell’Artico cresce una fitta giungla alta fino al ginocchio, ma il riscaldamento sta trasformando la piccola serra del Pianeta.
Senza alberi alti che si slanciano verso il cielo, la tundra del North Slope in Alaska può apparire desolata.
Ma da vicino, "la tundra è un po' come la giungla", racconta Adam Bloom, studente di biologia vegetale alla Florida Atlantic University. Solo che questa rigogliosa giungla artica non supera i 25 centimetri di altezza.
Il terreno spugnoso, fino a poche settimane fa, era gelato in profondità. Ora dal North Slope, una vasta area senza alberi quasi disabitata che si estende dalla catena montuosa dei Brooks fino all'oceano Artico, spuntano betulle nane alte fino al ginocchio e rododendri bassi ma vistosi.
Da secoli il freddo artico ha mantenuto la vegetazione in formato ridotto, una sorta di casa delle bambole delle miniature della Terra. Questo ambiente estremo offre da tempo ai ricercatori una prospettiva unica su ciò che fa crescere le piante, un tipo di conoscenza difficile da ottenere altrove.
Ora offre anche una delle finestre più preziose al mondo su come i cambiamenti climatici incidono sulla vita delle piante, con l'Artico che si riscalda quattro volte più rapidamente rispetto al resto del pianeta, soprattutto in inverno.
Ad esempio, i ricercatori della Toolik Field Station, 320 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, studiano se le piante che affrontano queste condizioni estreme si evolvano per competere o per cooperare tra loro.
Gli studi mostrano che più fa freddo e più si va a nord nell'Artico, più la vegetazione si fa minuta. Le ragioni sono diverse, ma la principale è che l'inverno è spietato. Qualsiasi cosa spunti oltre il sottile strato di neve isolante è più esposta ai danni causati da gelo e vento o più facilmente brucata dalla fauna selvatica, spiega l'ecologa vegetale Anne Bjorkman, dell'Università di Göteborg, in Svezia.
Inoltre, aggiunge, il permafrost congelato non permette alle radici di affondare troppo in profondità.
L'Alaska diventa sempre più verde con il riscaldamento del clima
Ma il gelo si sta attenuando e queste miniature si allungano. In questa zona dell'Alaska oggi le temperature sono di circa 2,7 gradi Celsius più alte (fonte in inglese) rispetto a 40 anni fa, soprattutto a causa della combustione di carbone, petrolio e gas.
"Le piante che sono già presenti stanno diventando più alte", afferma Bjorkman, aggiungendo che probabilmente continueranno a crescere ancora di più in futuro.
E stanno diventando più verdi. Alcuni degli studi di lungo periodo condotti qui "cercano di capire che cosa controlla quanto crescono le piante, che cosa determina quanto è verde la tundra" e come tutto questo stia cambiando, spiega l'ecologo della Columbia University Duncan Menge.
Nel frattempo, piante più alte che in passato non riuscivano a sopravvivere al freddo stanno colonizzando l'area, aggiunge Bjorkman.
Questo processo, chiamato 'shrubification', può accelerare il riscaldamento per il modo in cui le piante intrappolano il calore, spiega l'ecologa vegetale dell'Università del Colorado Sarah Elmendorf. Le chiome degli arbusti più alti e scuri emergono dalla neve e assorbono più energia dal sole rispetto alla copertura bianca, che invece riflette il calore.
"È sicuramente una delle tracce più evidenti del cambiamento che possiamo osservare", aggiunge.
Una tundra più scura che assorbe più radiazione è "una delle principali ragioni di quello che chiamiamo amplificazione artica, il processo che fa accelerare i cambiamenti climatici", soprattutto nell'Artico, spiega Menge.
Gli arbusti intrappolano anche più neve. Quella neve riscalda il terreno sottostante e permette ai microbi, durante l'inverno, di rilasciare più metano, il gas che intrappola il calore, spiega Elmendorf. Il maggiore verde dato da piante e arbusti più alti potrebbe compensare in parte assorbendo più anidride carbonica, aggiunge.
I saliceti in espansione sembrano fornire più ombra ai corsi d'acqua e modificare l'ecologia di pesci, insetti e uccelli, secondo Chris Neill e Linda Deegan del Woodwell Climate Research Center. I due stanno conducendo uno studio pluriennale per capire se un ecosistema si adatti e persino evolva geneticamente per far fronte allo stress dei cambiamenti climatici. Se questo accade, offre una speranza per la sopravvivenza di alcuni degli ecosistemi artici più fragili, sottolinea Deegan.
Una lente d'ingrandimento per apprezzare le piante minuscole
"Piccoli cambiamenti in una piccola giungla fanno una grande differenza", afferma Jake Francis, professore alla Florida Atlantic University, mentre osserva la minuta flora ai suoi piedi durante la sua prima spedizione nell'Artico.
Gli alberi imponenti della Florida, dove vive Francis, sono scenografici e stupiscono le persone perché sono facili da vedere, racconta. Ma qui, sui cuscinetti spugnosi attorno al Toolik Lake – ciuffi di piante che sporgono verso l'alto e rendono il camminare un'avventura a rischio distorsione – Francis dice: "abbiamo tre o quattro diverse specie di piante a fiore che crescono. Abbiamo muschi. Abbiamo epatiche, ed è la stessa cosa: strati che crescono sopra piante sopra altre piante sopra altre piante. Solo che non ce lo gridano in faccia".
"Bisogna chinarsi, fermarsi e osservare", prosegue Francis. "Si potrebbe passare accanto a tutto questo senza nemmeno vederlo. Ed è proprio questo che, per me, è affascinante".
Cosa favorisce la sopravvivenza delle piante: competizione o cooperazione?
Queste piante competono per il sole, i nutrienti, l'acqua e soprattutto per la impollinazione in questo ambiente duro, con una luce solare limitata ma intensa. Francis e i suoi studenti stanno cercando di capire se qui prevalga la cooperazione, più che la tradizionale competizione all'ultimo respiro. Il gruppo di Francis si concentra su una pianta parassita specifica, l'Arctic lousewort, che secondo loro ha una reputazione ingiusta. L'Arctic lousewort si collega alle radici delle piante vicine per succhiarne i nutrienti.
Certo, è una sorta di vampiro che sottrae risorse alle sue vicine. Ma il dottorando Jonathan Carcache ipotizza che la lousewort le aiuti quanto le deruba. Il motivo è che il suo vistoso stelo di fiori viola attira l'attenzione dei non così numerosi bombi presenti qui, "come un cartellone pubblicitario che annuncia l'impollinazione", spiega. E quando arriva quella preziosa ape, tutte le piante vengono impollinate.
Per verificare la loro teoria, Carcache e Bloom fanno le veci delle api. È un lavoro meticoloso e difficile, che si dividono. Bloom usa una pinzetta per rimuovere le parti maschili di una pianta e, tornato in laboratorio, impiega un dispositivo meccanico per far uscire il polline. Ogni notte servono diverse ore per ottenere meno di un cucchiaino di microscopici granelli di polline.
Poi Carcache completa il lavoro, sdraiato a pancia in giù sul terreno e cercando di non schiacciare nessuna delle piante che sono lì per studiare. Con una rete sul capo e guanti in nitrile per proteggersi dalle zanzare che ronzano intorno, usa un pennello per depositare i granelli di polline sulle giuste parti femminili dei fiori di erica vicini.
Svolgendo il lavoro delle api, Carcache e Bloom sperano di capire se le piante intorno al parassita vengano impollinate più di quelle più lontane. Se così fosse, ci sarebbe uno scambio equo, invece di una pianta che si limita a sfruttare le altre.
Di fronte alle pressioni dell'Artico, gli scienziati stanno rivedendo l'idea che tutta la vita sia una competizione spietata con vincitori e vinti. Potrebbe trattarsi piuttosto di mutualismo, con le specie vegetali che cooperano affinché tutte sopravvivano, come la lousewort e le sue vicine, osserva Francis.
"Sarebbe meraviglioso se anche gli esseri umani fossero così", conclude Francis.